Il tarlo scemo

Il tarlo scemo

A Piacenza un buco nel passato

Quando il messaggero bussò alla porta della sua casa in Strada Volpina (oggi via Romagnosi) lui stava ancora dormendo. Terenzio Fucini Valetti passò da uno stato di semi incoscienza, alla più completa euforia...

Piacenza, 26 marzo 1544

Quando il messaggero bussò alla porta della sua casa in Strada Volpina (oggi via Romagnosi) lui stava ancora dormendo. Terenzio Fucini Valetti passò da uno stato di semi incoscienza, alla più completa euforia. Il suo progetto per la demolizione della vecchia e cadente chiesa di S.Giovanni in Domo era stata accettata. Erano anni che auspicava che le sue idee fossero ascoltate da chi aveva il potere di decidere; e finalmente quel momento pareva essere arrivato... Il suo progetto, di certo ambizioso, ma non per questo considerato da lui impossibile, consisteva nell'apertura di diverse nuove strade nell'ambito del piano delle "Cinque Vie" (Strada Trebbiola, Abbadia, Santa Monaca e di Nazareth) che, avrebbero dato un nuovo volto commerciale e sociale alla città di Piacenza.

Ancora nella mente gli rimbalzava la frase che era certo avesse fatto la differenza davanti al Gruppo di Decisione quando si presentò a udienza: “Le cinque strade, che per essere vicini alle fornaci, facilmente e presto si riempiranno di case.”
E nell’ambito di tutto questo, quella chiesa doveva venire giù.
Era lungo la strada e controllare i novantasette uomini che gli erano stati affidati affinché non battessero la fiacca, almeno nello stesso modo in cui lui non l’aveva fatto passando le ultime tre notti insonni sopra i disegni tracciati su grossi rotoli di pergamena gialla e croccante. E fu proprio sotto una pioggerella fine, mentre stava controllando alcune misure sui documenti, che uno degli addetti allo scavo lo avvicinò.
«Signore, deve venire subito.»
«A far che?»
«Abbiamo levato l’altare come da sua istruzione e abbiamo trovato qualcosa che deve vedere.»
«Se è una delle solite pietre non ve ne preoccupate, tutto in quella zona verrà ricoperto...»
«No, non si tratta di sassi. La prego, venga a vedere!» Insistette l’altro con espressione timorata ma rispettosa.
I due corsero a passo affrettato nella zona in questione, e quando furono sul posto l’uomo rimasto a un paio di metri dal punto preciso, allungò un braccio e semplicemente disse: «Là...»
Terenzio si buttò con il volto dentro il buco rimasto a seguito della levata dell’altare e subito la sua voce echeggiò per tutta la navata della vecchia chiesa: «Oh Dio Onnipotente!»

Chiuse gli occhi per pochi istanti e dopo esserseli fregati, guardò nuovamente.
Non era possibile; quello che vedeva dentro quel buco nel pavimento era un cielo azzurro e limpido e un volto, molto strano, che guardava nella sua direzione. Il cuore a quella visione folle impazzì nel suo petto, ma riuscì a mantenere la calma. Capì che si trattava di una donna, con uno strano copricapo. Non aveva l’aria minacciosa. Alzò per un istante lo sguardo verso la croce di pietra incastonata nella parete della chiesa e poi tornò a guardare nel buco. La donna era sempre lì, ora con un dolce sorriso. Terenzio prese una Ducatone d’oro che aveva nella larga tasca e lo fece cadere nel buco nella speranza che quell’immagine sparisse come uno sgradevole riflesso in fondo a un lungo pozzo. L’apertura si chiuse immediatamente e lui si ritrovò a fissare sabbia e sassi.
Fece passare qualche attimo per riprendere fiato e poi chiamò il lavorante.
«Presto, chiudete questo buco, e riprendete a lavorare. Chi parlerà del fatto con qualcuno dovrà vedersela direttamente con me, e in seguito, sarà costretto a spiegare ai propri figli il perché non arriva più cibo alla loro tavola.»
Non poteva permettere che qualcosa bloccasse il suo progetto.

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Piacenza, 16 aprile 2013

Erano solo le otto di mattina ma Maria Poretti era già stravolta. Faceva l’operaia per la quella ditta di manutenzione stradale da due anni ormai. Era l’unico lavoro che fosse riuscita a trovare, e ora il fisico cominciava a risentirne. Alle sette e dieci la sua squadra era stata chiamata d’urgenza in via Pace perché alcuni residenti sentivano degli strani rumori provenire da sotto il manto stradale e per paura che qualche tubazione del gas facesse brutti scherzi dovevano immediatamente controllare. Tolto il primo strato di asfalto, poi toccava a lei aprire le celle di ferro che rendevano possibili le manutenzioni alle valvole. “Se solo vincessi a quel maledetto lotto, non dovrei fare questo lavoro per pagare le cure al mio piccolo. Ma ovviamente a me, la fortuna non cade mai dal cielo...” - pensò nell’esatto momento in cui si aprì la pesante saracinesca e credette che un improvvisa fuga di gas le stesse causando un’allucinazione. Un uomo dalla faccia barbuta e accigliata la fissava da dentro il buco. Maria istintivamente si grattò la testa dimenticandosi di portare il casco di protezione, senza mai distogliere lo sguardo da quella faccia. L’uomo sembrava essere in un posto avvolto dal buio; aveva gli abiti bagnati e stringeva una qualche sorta di rotolo ingiallito sotto il braccio. Passarono alcuni istanti così, senza che nulla accadesse. Poi, lui fece un movimento e le lanciò addosso qualcosa.
Maria d’istinto chiuse gli occhi e si gettò a terra. Quando li riaprì davanti a se, aveva solo le quattro valvole di direzione e le lunghe tubature. Sulla sua pancia, in contrasto con il giubbino di sicurezza giallo fosforescente, una bellissima moneta.
La infilò il tasca e decise di non dire nulla a nessuno.
Non poteva permettersi di perdere quel posto di lavoro.

Il tarlo scemo

Nereo Trabacchi nasce a Piacenza nel '74, città dove tutt'ora vive e lavora. La sua principale attività è nell'azienda di famiglia, ma da qualche anno, la sua passione prima per la lettura e poi per la scrittura, gli hanno permesso di pubblicare sette romanzi. Alcuni titoli come Brindo e me ne vado e Il re della città, hanno conosciuto fortuna su tutto il territorio nazionale. Le sue principali passioni sono il cibo, il vino, la fotografia e gli scacchi

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