Il tarlo scemo

Il tarlo scemo

La passeggiatrice di Piacenza

La storia di oggi è la storia di un giovanotto in visita a Piacenza. Vedeva per la prima volta la città: veniva dalla campagna, ma non era tanto giovane né tanto intelligente da immaginare che una città di provincia potesse offrire promesse più allettanti di qualunque altro luogo...

La storia di oggi è la storia di un giovanotto in visita a Piacenza. Vedeva per la prima volta la città: veniva dalla campagna, ma non era tanto giovane né tanto intelligente da immaginare che una città di provincia potesse offrire promesse più allettanti di qualunque altro luogo.... Proviamo a seguirlo e osservare che gli accade.... Proviamo a metterlo in piazza Cavalli...
Sapeva per esperienza che la vita è in gran parte illusioni, che possono, certo, accadere, cose meravigliose, ma in compenso esistono anche altrettante delusioni e sapeva, anche, che la vita può presentare qualcosa di molto peggio: la probabilità che non avvenga nulla.
Quest'ultimo caso era sempre più probabile in una operosa città immersa nelle sue faccende. Pensava a queste cose, e se ne stava sulla gradinata di S.Francesco, dominando la piazza che si stendeva davanti ai suoi occhi. Ascoltava il mormorio crescente del traffico e dei passanti e guardava il nugolo di rondini che passava dalla piazza al Palazzo Farnese come un gigantesco e vivente pendolo...

Scintillanti automobili, molte decapottabili, passavano silenti accanto alle statue equestri e giravano tutte, velocemente nelle vie adiacenti; luci delle vetrine e insegne martellavano l'oscurità; i finestrini gialli degli autobus erano gremiti di volti diretti tutti in qualche luogo. Tutti nella città parevano intenti a uno scopo, all'occupazione della sera.
Soltanto lui non aveva nulla da fare...
Si sentì l'unica persona sola tra la folla cittadina. La ricerca dell'avventura non lo aveva mai tentato, anzi, gli ripugnava. Un simile stato d'animo non prometteva però nulla di buono. Così, il giovanotto risalì i gradini, passò accanto alla bella Basilica, e proseguì per quella strada verso il suo albergo.

I bar e i negozi si andavano affollando nelle strette viuzze adiacenti. Appena fuori di lì, sui marciapiedi giovani e meno giovani, si godevano l'aperitivo della sera con i bicchieri tra le mani e chiassose risate. Il giovane infastidito si tenne nelle vie più calme e tranquille quasi offrissero un rifugio al suo errare solitario...
In una di quelle strade, una viuzza non lastricata tra vecchie case gialle, una di quelle vie che a Piacenza poteva a un tratto sboccare in qualche cortile segreto, un luogo da tesoro sepolto, lui si rese conto d'essere l'unico passante, eccettuata una figura femminile che gli veniva incontro scendendo.

Quando la donna era più vicina, vide che era vestita con gusto, che aveva nel portamento un dolce fuoco latino, ma camminava contegnosamente. Un velo le copriva la faccia; ma era impossibile immaginare che non fosse bella. In quell'isolamento, mentre passavano molto vicini, lei simboleggiò l'avventura di cui la sera era tanto vuota: e lui fu assalito da una più forte malinconia. Si sentì infelice, piccolo, misero degno di pietà. Allora curvò le spalle e abbassò gli occhi, non prima però di aver lanciato un'occhiata in quelli di lei. Restò così sbalordito da quanto accadde, che si fermò fissandola forse tramortito. Non s'’era ingannato. La donna sorrideva. E per di più, anche lei si era fermata esitante. Lui pensò subito: "Una prostituta?"
Ma no. Non era un sorriso di quel genere, e non era neppure privo di un certo effetto. Poi, con suo gran stupore, lei parlò. «Io... lo so che non dovrei chiedervelo... ma è una così bella sera, e voi forse siete solo, come me...»
Era davvero molto bella. Colpi di sole nei capelli, profondo occhi blu e un sorriso bianco e smaliziato. Una persona che sa voler bene, pensò.

Lui non riuscì a parlare. Ma una crescente esaltazione gli dette la forza di sorridere. Così la donna continuò, sempre esitando, e senza alcune fretta o imperiosità: «Pensavo... forse... che si potrebbe fare quattro passi, prendere un aperitivo...»
Alla fine il giovane riacquistò la padronanza di sé e si decise : «Nulla mi sarebbe più gradito. Il Barino è qui a due passi.»
Le sorrise di nuovo: «La mia casa è proprio qui a un solo passo...»
Camminarono in silenzio per un breve tratto, sino a una svolta, per dove il giovanotto era già passato prima. Lei fece cenno in quella direzione. Arrivarono sin dove le prime umili case finivano in una specie di rientranza. In quel recesso s'alzava il muro di cinta di un giardino, e dietro quel muro, dietro quel giardino, appariva un'elegante dimora. La donna, che aveva sulla faccia un singolare riflesso pallido, composto forse dal trasparente biancore della pelle e dal blu degli occhi, inserì la chiave nel cancello. Un domestico in livrea di velluto si fece incontro. In un elegante salone, sotto i lampadari di cristallo e di fronte alla verde frescura del giardino ove giocavano zampilli d'acqua, fu loro servita una bottiglia di Champagne Pol Roger. Poi conversarono. Il vino meravigliosamente ghiacciato nella calda notte piacentina, li riempiva di un intimo calore, d'euforia. ma di tanto in tanto il giovane guardava la donna con curiosità.

Con lo sguardo e con molti sottili, impercettibili movimenti della faccia, lei stava creando una suggestiva intimità tra loro due. S'accorse che doveva mettersi in guardia. Alla fine pensò che forse la cosa più opportuna sarebbe stata accomiatarsi ringraziando: così avrebbe sradicato qualsiasi obbligo, qualsiasi riserva. Ma lei lo prevenne, prima con un sorriso, poi con lo sguardo velato da una certa tristezza...
Lo pregò di risparmiarsi ogni turbamento; sapeva benissimo che era una cosa strana, e che in una simile situazione sarebbe stato logico sospettare qualche secondo fine; ma la pura verità rimaneva questa: lei era sola e questo lo ammetteva, forse qualcosa di lui, forse anche il momento, il crepuscolo, la strada, avevano esercitato su di lei un irresistibile fascino. E non era riuscita a evitarlo.

La possibilità di un incontro perfetto, un sogno che anni di delusioni non erano mai riusciti a uccidere in lui, lo decise. La sua esaltazione aumentò, superò ogni limite. Adesso credeva a quella donna. Da quel momento una perfezione si aggiunse all'altra. Lei lo invitò a restare a cena. I servitori portarono cibi raffinati, frutti di mare, cacciagione e frutta dolcissima. Poi sedettero in un divano danti al giardino al fresco. Qui vennero serviti liquori. E, alla fine, tutti i domestici si ritirarono. Il silenzio cadde nella casa. Si abbracciarono.

Un poco più tardi, senza dire nulla, la donna lo prese per il braccio e lo condusse via. Che profondo silenzio era sopravvenuto tra loro... Il cuore batteva paurosamente nel petto del giovane; gli parve addirittura che quei palpiti fossero percepibili, nell'atrio di marmo che ora stavano osservando, che si potesse sentire il fremito passare dal suo braccio a quello di lei. Ma una simile eccitazione, adesso, derivava dalla certezza. La certezza che in quel momento, in una sera incantata come quella, nulla potesse andare male. E non era necessario parlare. Salirono insieme la grande scala. Nella camera all'immagine di lei incorniciata dalle cortine del letto, e velata solamente da un'esile camicia di seta, lui riversò tutto il suo amore. Un amore che doveva essere eterno, e sempre perfetto, favoloso come quel loro meraviglioso incontro.

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Lei parlò dolcemente, rispondendo all'amore di lui.
Nulla, da quel momento, poteva andar perduto tra loro, nulla sarebbe venuto a dividerli. Come un gesto pieno di grazia lei scostò le coperte per lui.
Ma a un tratto, nel momento in cui, finalmente, si trovò disteso accanto a lei, e le sue labbra stavano per sfiorare quelle della donna lui nuovamente esitò.
Qualcosa non andava, un'incrinatura: stette in ascolto, cercò di capire. E allora s'accorse che la colpa era stata sua. Accanto al letto le lampade erano morbidamente velate, ma lui era stato distratto da lasciare acceso il lampadario, sfavillante al centro del soffitto. Ricordò che l'interruttore si trovava vicino alla porta. Rimase incerto per una frazione di secondo. Lei sollevò le palpebre, e seguendo lo sguardo di lui, capì. I suoi occhi scintillarono.
Lei mormorò: «Amore mio, non ti preoccupare, non ti muovere.»
La bella donna allungò una mano. Quella mano diventò più grande, il braccio si allungò, si allungò, si stese attraverso le coperte, attraverso il tappeto, smisuratamente, occupò tutta la stanza, e alla fine le dita gigantesche raggiunsero l'uscio, spensero la luce e chiusero a chiave la porta dall'interno.

Il tarlo scemo

Nereo Trabacchi nasce a Piacenza nel '74, città dove tutt'ora vive e lavora. La sua principale attività è nell'azienda di famiglia, ma da qualche anno, la sua passione prima per la lettura e poi per la scrittura, gli hanno permesso di pubblicare sette romanzi. Alcuni titoli come Brindo e me ne vado e Il re della città, hanno conosciuto fortuna su tutto il territorio nazionale. Le sue principali passioni sono il cibo, il vino, la fotografia e gli scacchi

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