Il tarlo scemo

Il tarlo scemo

La ragazzina

Quando quella ragazzina varcò la porta del mio studio, capii immediatamente che si trattava di una persona fuori dal comune. Ora, questo detto da uno psicologo potrebbe suonare poco deontologico se non addirittura "strano", ma quando le chiesi perché si rivolgeva a me, ebbi l'immediata conferma delle mie ipotesi: "Io sono un personaggio immaginario e la mia vita è continuamente scritta da qualcuno..."

Quando quella ragazzina varcò la porta del mio studio, capii immediatamente che si trattava di una persona fuori dal comune. Ora, questo detto da uno psicologo potrebbe suonare poco deontologico se non addirittura "strano", ma quando le chiesi perché si rivolgeva a me, ebbi l'immediata conferma delle mie ipotesi: "Io sono un personaggio immaginario e la mia vita è continuamente scritta da qualcuno..."

“Come dici scusa?”
“Non sono matta dottore. Ho sedici anni e sono assolutamente in grado di capire queste differenze.”
La osservai per un istante poi intervenni.
“A quale differenze ti riferisci?”
“Tra il matto e il non matto.”
“Tra il matto e il sano vorrai dire” precisai per creare una reazione.
Lei si grattò una guancia con delicatezza e tornò a fissarmi.
“Non importa, lei ha capito cosa intendo…” rispose con un sussurro.
“Quindi Monica, fammi capire bene. Ora tutto quello che tu dici, ogni movimento del tuo corpo, non è comandato dal tuo cervello ma bensì, dalle dita di qualcuno, su che so una tastiera, perché tu sei un suo personaggio.”
“Esatto…”
“Questo “esatto” lo ha scritto il tuo autore?”
“Esatto…. Sì anche questo”, concluse incrociando lentamente le braccia come a voler dimostrare che prima di dire o fare qualcosa doveva attendere un ordine.
“Bè, se questo è il tuo problema perché credi di avere bisogno di uno psicologo?”
“Perché non troviamo un editore.”
“Come scusa?” Le domandai trattenendo una risata.
“Sì. Dato che nessuno sembra credere a questa storia, noi, vogliamo la conferma di un medico dei matti che dica che non sono matta, ma semplicemente un personaggio di una storia inventata però in grado di vivere nella realtà. Lei è conosciuto e apprezzato nel suo campo, dopo avermi seguita per un po’ potrà rilasciare tipo un certificato medico che attesti la mia normalità il che automaticamente confermerà la mia originalità. Allora sì che gli editori faranno a gara per pubblicare questa storia…”

Trattenni il fiato per prendere tempo e non commettere errori in una fase tanto delicata della conversazione.

La ragazza sembrava nel complesso in buona salute. Era in carne, con un buon vestito e una calma insolita per un primo appuntamento di quel tipo.
Non potevo e non volevo prenderla troppo alla lontana, non sarebbe servito a nulla, così decisi di rischiare e andare dritto al punto.
“Se volete che io vi aiuti dovrete venire entrambi.”
Aspettai che digerisse questa richiesta poi proseguii.
“Come si chiama il suo autore?”
Roteò gli occhi verso l’alto come se aspettasse che l’informazione le cadesse dal cielo poi rispose.
“Il suo nome non le direbbe nulla. Ancora non ha pubblicato cose degne di interesse. Io dovrei essere la sua prima. Il suo trampolino. Ma se vuole domandare qualcosa a lui lo può fare attraverso di me.”
“Di cosa parla la vostra storia?” Mi accorsi di essere stranamente incuriosito dalla piega che stava prendendo l’intera seduta. Solitamente chi vive in un mondo immaginario e parallelo al reale, per quanto sia convinto che l’immaginazione sia l’unico spazio, ogni tanto scivola da questa parte. Certo non mi aspettavo che a Monica questo accadesse durante la prima seduta, ma era mia intenzione tastare il terreno per verificare le effettive possibilità che questo potesse accadere in un prossimo futuro. Sempre che decidessi di accettarla come paziente.

“Oh… questo è semplice. Parla ovviamente di me, la protagonista, che non vuole altro che una volta capita la sua situazione di personaggio immaginario, diventare reale. Perché quell’espressione dottore?”
“Una sorta di moderno Pinocchio?”
“Una sorta di esempio del nostro tempo dottore. Non sono forse sempre tutti impegnati a diventare qualcosa che non sono? I poveri vogliono diventare ricchi, i ricchi lo vogliono diventare ancora di più. I brutti vogliono diventare belli e i belli ancora più felici. I malati ovviamente vogliono guarire e una volta guariti non vogliono più ammalarsi. I bambini vorrebbero fare le cose dei grandi e i grandi avere le libertà e la spensieratezza di quando erano bambini. I disoccupati vogliono lavorare e i lavoratori vogliono essere in pensione. I pensionati vogliono avere qualcosa da fare. Chi viaggia vorrebbe la stabilità e chi è da sempre stabile nello stesso posto, sogna vi viaggiare.”
Quell’elenco nella sua semplicità mi aveva sconvolto sia per la veridicità, sia per uscire come concetto da una mente tanto giovane.
“E in virtù di questo, io che non sono reale lo voglio divenire.”
“Quindi hai un duplice scopo: diventare reale nella tua storia e farti certificare sana da me.”
“Centro dottore… Sapevo di essere dalla persona giusta.”

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Intrecciai le dita sullo stomaco e mi rilassai nella poltrona.
“Tu capisci che io necessito di una dimostrazione più consistente della tua parola? Sono un professionista affermato e se devo sostenere una posizione del genere ho bisogno di prove; ne va di mezzo la mia intera carriera.”
I soliti istanti di concentrato silenzio e poi Monica riprese a parlare.
“Lei crede sia una bella ragazza dottore?”
“Non posso rispondere a questa domanda…”
“Ok, allora mettiamola così. Io ho gli occhi verdi, a lei piacciono verdi?”
“Dove vuoi arrivare?”
“Dottore, se non mi segue non posso aiutarla. Le piacciono gli occhi verdi?”
Pensai agli occhi di mia figlia e risposi che li preferivo azzurri. Alla successiva domanda risposi che amavo le donne filiformi e che sono sempre rimasto affezionato al ricordo dei capelli color rame di mia madre. Detto questo Monica si alzò, camminò lentamente verso la porta e uscì nell’anticamera.
Pochi istanti dopo la porta si riaprì e quanto di più incredibile apparve davanti ai miei occhi.
Era certamente la stessa ragazza ma con tanti e tali cambiamenti da lasciarmi senza fiato con gli occhi sbarrati. I capelli erano di un rosso splendente, i fianchi stretti e le gambe asciutte. Gli occhi splendevano azzurri come il cielo di primavera.
“Contento?”
“Ma…ma… come hai fatto?”
“Semplicissimo, sono stata ridisegnata. Anzi, ri-descritta…” E scoppiò in una fragorosa risata.
Ero paralizzato e per la prima volta in tutta la mia vita ebbi dei dubbi sulla mia stessa salute mentale.
La ragazza di avvicinò alla scrivania e dopo aver appoggiato le mani sul bordo allungò il magro collo verso il mio viso.
“Non è la mente che controlla tutto di noi? Non è con quella massa gelatinosa che si trova nelle nostre teste che scrive ogni cosa? Un uomo intelligente come lei, con gli studi che ha fatto, dovrebbe aver capito come chiunque di noi sia l’autore della propria vita e forse lei lo stava dimenticando… Io sono venuta semplicemente a ricordarglielo…”
In preda a una forte agitazione mi sfregai gli occhi per schiarirmi le idee. Quando gli riaprii Monica stava uscendo dalla stanza, con i suoi capelli scuri e i fianchi larghi che ondeggiavano con fare sensuale. Non potei far altro che versarmi un drink nascosto e pensare a cosa prestare attenzione, per scoprire che esistono sempre altre opzioni e che in questo non solo c’è un significato, ma addirittura un che di sacro acceso della stessa forza che illumina.
 

Il tarlo scemo

Nereo Trabacchi nasce a Piacenza nel '74, città dove tutt'ora vive e lavora. La sua principale attività è nell'azienda di famiglia, ma da qualche anno, la sua passione prima per la lettura e poi per la scrittura, gli hanno permesso di pubblicare sette romanzi. Alcuni titoli come Brindo e me ne vado e Il re della città, hanno conosciuto fortuna su tutto il territorio nazionale. Le sue principali passioni sono il cibo, il vino, la fotografia e gli scacchi

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