La questione romana di ieri e di oggi

Piaccia o no Roma è sempre stata un problema almeno nella storia recente d’Italia. Dal tempo del Risorgimento fino al ’29, anno del Concordato, il dissidio fra Roma, capitale del potere temporale del Papa e il Regno d’Italia è sempre stato fonte di contrapposizione , non solo di idee, ma anche di ideali

Piaccia o no Roma è sempre stata un problema almeno nella storia recente d’Italia. Dal tempo del Risorgimento fino al ’29, anno del Concordato, il dissidio fra Roma, capitale del potere temporale del Papa e il Regno d’Italia è sempre stato fonte di contrapposizione, non solo di idee, ma anche di ideali. Col Concordato appunto è subentrata la tregua, ma più ufficiale che reale. Fra Chiesa e fascismo infatti non potevano esserci, pur con le inevitabili eccezioni, piena sintonia di idee. La situazione si prolungò dopo la guerra, quando caduta la Monarchia venne votata a maggioranza la Repubblica. Ma subito avvenne lo scontro fra partito popolare e fronte popolare, quest’ultimo di sinistra. La Chiesa allora non aveva dubbi da che parte stare e la scomunica venne inflitta a tutti coloro che votavano per il comunismo.

Acqua passata questa. Infatti caduta la scomunica e le ideologie, Roma capitale d’Italia si è sempre comportata come  la campionessa del classico vizio italico. Quello di vivacchiare all’ombra del potere, qualunque esso sia, dove per potere si intende sia il Cupolone che sta per religioso, che quello politico attraverso i vari enti governativi che a cominciare dai vari ministeri si sono insediati nella città. Non ci va di generalizzare, ma se diciamo che una serie di elementi di natura psicologica  e genetica come una certa tendenza al fatalismo senza alcuna volontà di voler cambiare le cose, più una certa indolenza a privilegiare interessi privati o corporativi rispetto a quelli pubblici, fanno parte della mentalità e dei pregi e difetti  di questa città, questi elementi - dicevamo- giustificano ampiamente recenti e passati malgoverni, malcostumi, vizi privati e pubblici, e una costante abitudine a vivere alla grande ma nel degrado morale causa l’ ignavia e il menefreghismo posto su una montagna di debiti.

Cosa funzione infatti a Roma? Nessuno lo sa e nessuno per altro , anche se si pone la domanda, si guarda bene dal rispondere. Roma è quello che è. E nello stesso tempo è quello che è stata con le sue glorie e le vestigia dei suoi monumenti sopravvissuti a perenne memoria. Non si può cambiare il destino di una città ormai scritto nelle pietre delle antiche statue, obelischi, mausolei, busti, sculture, tombe, che ammoniscono, nella loro grandezza atterrita, come sia meglio lasciare correre piuttosto che modificare, rischiando nuove rovine, il corso dei tempi. Se tutto si limitasse a questa caratteristica di città eterna e nello stesso tempo tanto terrena da far cadere la gente nelle strade piene di buche in via di progressivo aumento, potremmo farcene una ragione. Il guaio è che alla malattia congenita se ne è associata una d’importazione che sembra molto più virulenta. I giornali ne hanno parlato in abbondanza circa l’insediamento delle varie mafie nella capitale.

E gli ultimi sindaci sembra non se ne siano accorti. Tralasciamo questi ultimi su cui bisognerebbe scrivere per ognuno pagine di appunti, limitiamo la questione romana all’oggi allorché dopo la dimissione forzata dell’ultimo sindaco Ignazio Marino, si è in attesa dell’elezione del nuovo primo cittadino. A sinistra le cose sembrano abbastanza chiare. E’ vero che a sinistra della sinistra, il dissidente e deputato Stefano Fassina si presenta come candidato, ma  questo sembra più una operazione di disturbo, senza alcuna possibilità di successo, per rimarcare una distanza da Renzi. Per il resto il Pd la sua scelta l’ha già fatta. Giachetti che di nome fa Roberto, deputato e vicepresidente della Camera, uomo serio, ma grigio è il suo candidato. Anche i 5 stelle hanno le idee chiare. Una giovane avvocato bella quanto basta  e brava quanto nessuno lo può sapere, Virginia Raggi è stata scelta dopo le consultazioni via  internet da parte di quel partito che ha dato un nuovo volto alla democrazia. Quella dei nuovi oracoli tecnologici.

Il problema allora sta tutto nel centro destra. Qui quattro persone si presentano in ordine sparso. Il primo  è Francesco Storace che fa parte dei duri e puri della vecchia destra che pur raccogliendo una manciata di voti non vuole ammainare bandiera. Il secondo  risponde al nome di Alfio Marchini esponente dell’imprenditoria romana, persona simpatica ma politicamente ambigua, romano de Roma, da sempre interessato alla carica. Non si sa per la verità chi lo sostiene, perché se un tempo strizzava l’occhio a sinistra, ora sembra guardare verso il centro destra, ma poiché in politica nulla è stabile, questo potrebbe essere paradossalmente il suo punto di forza. Seguono poi  gli ultimi due, Meloni  e Bertolaso. La prima anch’essa romana con l’accento non sempre apprezzabile della borgatara, che dopo avere tentennato si è decisa nel mezzo di una gravidanza a candidarsi sindaco. Sostenuta oltre che dal suo partito, Fdi anche da un Salvini, ora ultraconvinto anche se prima oscillante. Causa aver espresso in accordo con Berlusconi prima una candidatura condivisa (Bertolaso) e poi aver cambiato cavallo, anzi cavalla, la già nominata  Meloni.

Rimane allora Bertolaso ex Commissario della Protezione Civile e straordinario Commissario, delle emergenze, tipo terremoto dell’Aquila, aree marittime di Lampedusa e vulcani nelle Eolie. Lui che voleva starsene fuori dal circo politico, raggiunto da Berlusconi con l’assenso inziale, come detto, di Salvini e Meloni, ha alla fine ceduto , sbagliando. E così ha accettato la candidatura. Poi le carte si sono rimescolate, cosa abbastanza comune in politica, ed ora in base ai sondaggi sembra in difficoltà. Il solo Berlusconi, uomo del fare, lo sostiene. La parola è la parola sostiene infatti l’ex Presidente del consiglio dimostrando in questo modo di aver imparato poco dalla politica, dove invece la moralità non conta o conta poco. Dicevamo prima che esiste un problema che è meglio definire un bel guaio perché cosi divisi il centro destra non ha scampo. Si perde quando si potrebbe vincere , per questioni di interessi personali e di bottega, causa la disaffezione dei romani dopo il (mal) governo e la  conseguente  dimissione di Marino. C’è una soluzione? Finora, no. Ognuno mantiene la sua posizione e quanto più si va avanti, quanto più diventa difficile per ognuno far marcia indietro, pena perdere la faccia. Ma una soluzione c’è, che sposa tipicamente lo stile italico, volto a non optare mai per una posizione chiara soprattutto se perdente, preferendo invece lasciarsi sedurre dalla mediazione, dal compromesso, dal vezzo di salvare insomma capra e cavoli. Esiste perfino un proverbio che sembra scritto al riguardo: fra i due litiganti il terzo gode.

Lasciando stare Storace che non litiga con nessuno se non con se stesso, visto lo scarso seguito di voti che lo riguardano, i due veri litiganti sono Meloni e Bertolaso con la prima data vincente nei sondaggi, ma poi  perdente a livello di elezione a sindaco. In quanto anche in caso di ballottaggio non riuscirebbe, per vincere, a raccogliere i voti necessari da raccattare in altri schieramenti, essendo troppo caratterizzata politicamente. Un centro destra, il suo, più di destra che di centro. E veniamo a Bertolaso che in base ai sondaggi viene dato perdente senza nemmeno la possibilità di arrivare al ballottaggio, nonostante l’appoggio di Forza Italia. Convergere allora su Meloni da parte del centro destra unificato? Umh, a parte la parola data da Berlusconi che è uomo di parola, politicamente non sembra la soluzione giusta. Insomma Forza Italia nei confronti di Salvini e Meloni non solo subirebbe uno smacco per dover rinunciare al proprio candidato col rischio di diventare un partito al rimorchio, ma rischierebbe anche di perdere la battaglia finale per mancanza di carburante elettorale, proveniente da altri giacimenti  diversi dal suo abituale.

Per altro, secondo i sondaggi, in fase di esaurimento.Per vincere infatti un solo partito o aggregazione non sembra sufficiente. Ci vuole un candidato non super partes che non esiste, ma inter partes. Un ambiguo che prima era a sinistra e che oggi (forse) sta a destra. Che scontenti in apparenza un po’ tutti, ma che alla fine faccia emergere il vecchio vizio italico di non decidere, ma di lasciarsi decidere. Il personaggio giusto sarebbe dunque quello che può stare da una parte e dall’altra, per naturale vocazione all’adattamento, ma che nello stesso tempo non sia un semplice velleitario. Di famiglia altolocata e danarosa con studi all’estero, romano ma senza inflessione romanesca che fa tanto provinciale, bello e simpatico specie alle donne con un tocco di americanismo ma non alla Sordi, potrebbe essere la soluzione a portata di mano. Meglio di voto. Insomma pur con la classica puzza sotto il naso per votarlo, Alfio Marchini potrebbe rappresentare il compromesso auspicato. Non perché abbia particolari meriti, ma perché alla fine le sue antipatie sugli elettori sono meno forti rispetto a quelle di altri concorrenti. Insomma a Roma non si vince per meriti, ma per un minor numero di demeriti. E questo è nel destino  non solo della capitale, ma di tutto il popolo italico. La vecchia e mai dimenticata Dc l’ha lasciato scritto, nel suo testamento, a futura memoria. Impariamo.

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