Libertà di pensiero

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A proposito degli Oscar: ho visto un film, anzi due

I premi non sempre premiano i migliori. Il nepotismo spinge sempre a dare cariche ed onorificenze a chi ci sta più vicino, a chi meglio potrebbe rappresentare i nostri propri interessi. Non fanno eccezione gli Oscar

Bong Joon-ho

I premi non sempre premiano i migliori. Il nepotismo spinge sempre a dare cariche ed onorificenze a chi ci sta più vicino, a chi meglio potrebbe rappresentare i nostri propri interessi. Questo concetto comunemente bene accolto e praticato da tutti si sposa spesso con un altro postulato: una larga consultazione si crede possa essere la migliore garanzia di scelte democratiche giuste, garanzia di imparzialità.

Questi due principi li possiamo verificare essere applicati a diversi settori, politici e non, della nostra società come di tutte le società che popolano questo nostro piccolo globo.

Credo che l’assegnazione degli Oscar cinematografici negli States sia la cartina di tornasole di queste affermazioni. In primis perché gli Oscar istituiti nel lontano 1927 hanno come dichiarata finalità quella di sostenere lo sviluppo del cinema statunitense e quindi della cultura americana. In secundis perché la giuria ha una base talmente allargata da essere composta da ben 6000 iscritti.  Se il primo punto, quello del nepotismo può coincidere benissimo con la difesa del cinema americano, dei suoi interessi economici ma anche della difesa della sua ideologia, il secondo, la larga composizione della giuria, potrebbe fare pensare ad una scelta veramente democratica. Ma così non è perché non si conoscono i nomi dei componenti: ignoti i votanti, difficile controllare la veridicità diretta della loro espressione di voto.

I premi tendono, come dicevo in principio, a dare riconoscimenti alle produzioni che meglio esprimono il carattere del Paese che il premio stesso ha istituito. Questo se è vero in generale, lo è ancora di più nel cinema, perché è oggi il cinema l’industria che meglio può determinare ed orientare i gusti e le tendenze della popolazione mondiale, ruolo che era detenuto tempo addietro (oramai diversi passati decenni) dalla stampa.  Lasciamo il discorso generale e cerchiamo di calare queste riflessioni sul momento contingente degli Oscar assegnati in questi giorni di Febbraio, in occasione della novantaduesima edizione.

L’Oscar per il migliore film, il migliore film internazionale, la migliore regia e la migliore sceneggiatura sono andati al film Parasite. Film non americano, non in lingua inglese, ma con titolo categoricamente anglosassone, anche in Italia, dove il termine Parassita non avrebbe minimamente intaccato l’estetica ed il significato della pellicola.

I film sono espressione della società che li genera, come la letteratura e tutte le altre manifestazioni artistiche. Colpisce di solito, nei film coreani, una violenza di fondo che li caratterizza, come non ricordare “Pietà”, film del 2012 di Kim Ki-duk, leone d’oro al festival del cinema di Venezia?

Anche in Parasite c’è una violenza, dapprima strisciante, riguarda lo scantinato e la famiglia che lo abita, poi via via sempre più manifesta, tant’è che ci scappa anche il morto. Descrive il film una società divisa in ricchi e poveri. Senza vie di mezzo, senza classi intermedie. Qualcuno lo ha perfino definito un film marxista. Ma sappiamo bene che così non è. Non è un film rivoluzionario, anzi! La finalità per nulla nascosta ma anzi esplicitamente dichiarata, è il mantenimento dello status quo, cioè della divisione netta del tessuto sociale in due classi nettamente distinte: i ricchi, ricchi ed i poveri, poveri! La scena finale lascia aperta la porta della speranza: i poveri un domani potranno sostituirsi ai ricchi. Sostituirsi ai ricchi, non per cambiare e migliorare la società, secondo principi egualitari di una ricchezza meglio distribuita, ma secondo un principio che premia un esasperato ed esasperante individualismo: mors tua vita mea!

È la speranza di una società che confonde il tentativo individuale della sostituzione personale come un valore per potere affermare un’idea di cambiamento della società. E questo è perfettamente funzionale ad una società capitalista che vuole dare l’illusione della possibilità di cambiare condizione economica affidandosi ad una lotteria. Sostituirsi al ricco, prendere il suo posto, occupare la sua casa e consumare i suoi cibi, è la sostanziale sconfitta di qualsiasi cambiamento, di qualsiasi anelito ad una società migliore.

Parassita è la governante che mantiene il marito in uno scantinato bunker, parassiti sono tutti coloro i quali vivono ai margini della società come la famiglia Kim, negli scantinati dei bassifondi, fra loro non c’è solidarietà, anzi una rivalità senza esclusione di colpi, tanto da giungere all’assassinio!

L’unico a non apparire parassita è la famiglia benestante, la famiglia Park che occupa la villa di un famoso architetto di grido. Unica arma usata dalla povera gente per potere operare una qualche scalata sociale è l’imbroglio, l’imbroglio come progetto di vita: unica speranza che l’imbroglia riesca.

Non c’è solidarietà fra poveri “parassiti”, non c’è nessun tentativo per costituire una forza politica capace di portare qualche cambiamento, la società è e deve rimanere una società fortemente divisa, nessuna fiducia al cambiamento se non la speranza di qualche momentaneo cambiamento, una pura illusione: potere un domani comprare l’abitazione per ridare dignità e libertà al padre costretto, in fin dei conti, a restare come uno scarafaggio nascosto nel bunker di quella stessa villa.

Un dubbio: Non è che il regista Bong Joon Ho ci ha voluto dire che “Parasite” è proprio la Speranza? Non ha vinto tutti questi Oscar un altro film “Joker”. Ha vinto solo l’attore Joaquin Phoenix, costretti dalla sua magistrale interpretazione, non se ne è potuto fare a meno. Certamente il messaggio del film era completamente diverso.  Joker non è sicuramente un “Parasite” ma una vittima che per farsi giustizia è costretto ad usare la violenza, una violenza contagiosa che diventa rivolta popolare, non a caso il suo motto potrebbe essere: “la fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!”.

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Ma questa è tutta un’altra storia, la storia di un Leone d’oro, dato giustamente a Venezia, non ad Hollywood.

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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Commenti (1)

  • quando ho letto che Carmelo Sciascia ha scritto che l' “Unica arma usata dalla povera gente per potere operare una qualche scalata sociale è l’imbroglio, l’imbroglio come progetto di vita: unica speranza che l’imbroglia riesca.” mi sono un po’ intristito, perché, pur sapendo che in genere gli uomini non diventano ricchi senza imbrogliare, il fatto che “L’unico a non apparire parassita è la famiglia benestante, la famiglia Park che occupa la villa di un famoso architetto di grido.” è sembrata essere la sconsolante conferma che gli unici che riescono a ricevere dei vantaggi dal mondo capitalista siano proprio gli imbroglioni, perchè sono gli unici che, tramite i loro imbrogli, possono ambire a diventare ricchi molto velocemente. Anche quando queste dinamiche sono già note, riaffiora comunque sempre un velo di tristezza allorché capita di leggerle nero su bianco scritte da qualcun altro

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