Libertà di pensiero

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A ritroso nel tempo: “I piacevoli servi” di Piergiorgio Bellocchio

C’era una volta una famosa casa editrice (c’è ancora) ed una sua collana che non c’è più. Si potrebbe iniziare così, come nelle favole questo ricordo editoriale. Il tempo va così in fretta e così veloce che parlare di un libro pubblicato nel ’66

C’era una volta una famosa casa editrice (c’è ancora) ed una sua collana che non c’è più. Si potrebbe iniziare così, come nelle favole questo ricordo editoriale.  Il tempo va così in fretta e così veloce che parlare di un libro pubblicato nel ’66, in una collana editoriale come “Il Tornasole” fondata nel 1962 e cessata nel 1968, sembra parlare della scoperta dei caratteri mobili della stampa. La mia generazione ha conosciuto, giusto per rimanere in ambito Mondadori, un’altra collana editoriale, gli Oscar.

Oggi l’attenzione per un autore come Piergiorgio Bellocchio,è tutta rivolta alla sua ultima pubblicazione “Un seme di umanità” (Quodlibet-2020). Numerosi gli interventi che sono comparsi su giornali e riviste specializzate, ed a tutt’oggi continuano a rincorrersi (solo in questi primi giorni d’aprile, ricordiamo l’intervista su Repubblica, inserto Robinson, di Antonio Gnoli, “Quella volta che stroncai Lolita” ed a copertina del libro-3seguire l’intervento sul Sole 24 ore, inserto domenicale, di Alfonso Berardinelli “La critica? Filosofia morale).

Chiudiamo parentesi e vediamo cosa c’entrano gli anni sessanta, di cui s’era accennato, ed il riferimento alla collana editoriale Il Tornasole. Mi capita spesso di leggere libri di scrittori siciliani a Piacenza, in questi giorni è avvenuto il contrario, trovandomi, isolato nell’Isola, in un paese dell’entroterra agrigentino, di leggere il primo libro di racconti di un piacentino, a Racalmuto. L’autore è Piergiorgio Bellocchio, l’opera “I piacevoli servi”, sua prima fatica letteraria, pubblicata da Mondadori, proprio nella collana voluta da Vittorio Sereni e Niccolò Gallo, nel 1966. Da sottolineare la copertina, di questo libro come di tutta la serie de Il Tornasole, di Anita Klinz, prima donna Art Director.

La scoperta ed il suggerimento del testo è merito di una particolare congiuntura. La presenza di libri, tanti libri, che accatastati (ma in fase di catalogazione) animano una casa che da decenni era stata abbandonata, quella di Leonardo Sciascia. L’ossessiva ed invadente presenza della carta stampata (dire libri è fortemente riduttivo) rimanda al racconto la “Biblioteca di Babele” dell’argentino Jorge Luis Borges. Per pura coincidenza, lo stesso anno in cui Bellocchio pubblicava “I piacevoli servi”, Sciascia dava alle stampe “A ciascuno il suo” con l’editore Einaudi. Unicuique suum.

L’ho letto tutto d’un fiato “I piacevoli servi”, in un solo pomeriggio. Perché?  Intanto diciamo che non è un vero e proprio romanzo ma sono tre racconti e questo facilita la lettura. Due sono racconti brevi, un terzo che dà il titolo all’opera è il più lungo ed in qualche modo il più enigmatico. I primi due racconti possono essere riassunti come storie di ordinaria follia. Sono storie di due personaggi, Il cavaliere ed il giocatore (o un Cavaliere ed un giocatore): la loro morte  è l’incipit delle loro storie. Non a caso l’Autore sottolinea che: “Si era conclusa una vicenda, la vita di un uomo era finita – poteva cominciare un racconto”. I tre racconti, anche se diversi hanno un comune denominatore: la pulsione psichica. Pulsione aggressiva nei primi due racconti, pulsione sessuale nel terzo. Il suicidio in Bellocchio non è comunque una violenza contro se stessi, è una logica conclusione comportamentale, è l’abbandonarsi al sonno.

“Una volta vidi, non importa dove, un uomo che si uccideva precipitandosi da una torre: ma non è che si fosse gettato, s’era lasciato cadere, era già morto prima di cadere. Del resto, i corpi tendono a cadere”. A futura memoria: La pulsione di morte non è solo individuale, può riguardare un intero Stato, un Partito o un intero schieramento politico (ad iosa gli esempi, tanto da non essere necessario citarne alcuno). “A discolpa” è il titolo del primo racconto, “Wie ein Liegender” (da un versetto di Rainer Maria Rilke) del secondo. Se la pulsione come istinto violento contro se stessi, l’istinto al suicidio, è il leit motiv dei primi due racconti, del terzo è la pulsione sessuale. Miller è presente in questo libro come tutta l’americana anticonformista. Allen Ginsberg aveva pubblicato l’Urlo dieci anni prima, nel 1956. È un’opera in cui fa capolino, oltre Casanova (sui rischi dell’emancipazione), in incognito anche il Divin Marchese.

“L’Assoluto è di competenza dei genitali, la chose bien faite, un buon orgasmo simultaneo. La felicità e il fine ultimo consistono unicamente nella Soddisfazione Sessuale, perché solo la Soddisfazione Sessuale può pienamente appagare ogni umano desiderio”.

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Sul finire, ci si imbatte in un enigmatico discorso politico, dove precise scelte ideologiche vengono considerate “mascherate”, dove con nonchalance si ciondola da sinistra a destra (potrebbe avvenire anche il contrario). Paradossalmente, oppure proprio per questo, nel 1962 data del primo racconto, Bellocchio iniziava l’avventura di Quaderni Piacentini, rigorosamente in ciclostile. In un numero del Sole 24ore, il critico Cesare De Michelis l'ha ricordata (e non si può non essere d’accordo) come la rivista di un gruppo di intellettuali che "cercarono di tenere assieme il lume della ragione con la pratica della contestazione". Quasi una premonizione: “Vinca il capitalismo o il comunismo, diventeremo comunque degli impiegati … avremo molto tempo per giocare. Si formeranno esigui gruppetti, clan terribilmente esclusivi…”. A distanza di altri dieci anni, nel 1976, per fortuite coincidenze ed incidenze, avremo altri discorsi, più lineari, forse più banali, dove due ragazzi Rocco e Antonia, sulla falsariga delle esperienze sessantottine,  sperimenteranno attraverso un rapporto carnale i loro slanci sentimentali ed ideali, ma questa è già tutta un’altra storia.

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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