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Giovedì, 19 Maggio 2022
Libertà di pensiero

Opinioni

Libertà di pensiero

A cura di Carmelo Sciascia

Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta

Lucifero ha imperversato questa estate, dapprima al Sud, poi, pian piano, quasi seguisse la lunga catena degli Appennini ha proseguito verso Nord. Lucifero sembra divertirsi quest’anno, perché oltre al calore di pertinenza arma invisibili piromani accendendo roghi e ricordandoci l’inferno in terra. Il caldo torrido e soffocante ha impedito qualsiasi attività, e non solo fisica: la mente è stata ottenebrata come avvolta da una fitta e calda nebbia. I raggi solari   andavano a nozze con il calore che sprigionava la terra, la danza dei Dervisci rotanti al confronto sarebbe sembrata una ventata d’aria fresca!

Sarà per queste particolari condizioni meteorologiche che questa estate ho preferito, tra le tante manifestazioni culturali e di intrattenimento che si sono svolte, sceglierne una che si è svolta la mattina prestissimo, all’alba.  L’alba, l’ora in cui venivano eseguite le pene capitali, perché risultassero più crudeli: la nascita di un nuovo giorno veniva così a coincidere con l’eterna buia notte del malcapitato. La nostra Alba luminosa invece annunciava un’altra giornata incandescente, torrida, luciferina.

L’Aurora celebrata dalla mitologia greca, dalla poesia, da Omero, da Virgilio e da Dante, continua a meravigliarci sempre quando con il suo carro precede il Sole ed annuncia l’Alba.

Sarà stato per tutto ciò, amore per la poesia e desiderio di frescura, che ho assistito ad un evento, accovacciato su pietre millenarie, al sorgere dell’alba, nel Parco archeologico della Valle dei templi di Agrigento. Diversamente non sarebbe potuto accadere. Akragas soprannominata dal poeta greco Pindaro “la più bella città dei mortali”, mentre l’indigeno filosofo Empedocle così ce la descrive: “L'opulenza e lo splendore della città sono tali che gli akragantini costruiscono case e templi come se non dovessero morire mai e mangiano come se dovessero morire l'indomani”. Ed è purtroppo ancora così. Continuano gli agrigentini (ed i paesi di quella lontana provincia) a costruire come se non dovessero morire mai, ovunque ci sia un piccolo spazio utile ed utilizzabile. Utile per loro oggi, per la propria discendenza un domani. Figli ed eredi che non abiteranno mai quelle costruzioni indefinite, quei pilastri in cemento che lasciano scoperti i ferri come predisposti a nuova elevazione, alla costruzione di un nuovo piano.  Quest’ assalto edilizio, che non conosce direzione, si verifica sul versante costiero come nelle desolate lande dell’entroterra collinare. Alla armoniosa maestosità dei templi del Parco Archeologico si contrappone (o giustappone) un disordine urbanistico caotico e bulimico che ha devastato le campagne nell’intera provincia. Potrebbero sembrare opposizioni inconciliabili, ma tale non lo sono affatto. Convivono: Il bello assoluto accanto alle brutture più appariscenti. Così come i mostri che sormontano la recinzione della settecentesca residenza Palagonia a Bagheria sorvegliano la precisa ed armonica architettura della villa. Una contraddizione quella del principe Ferdinando Francesco II, detto il negromante, che il tempo ha mitigato ed armonizzato. Una contraddizione quella delle costruzioni selvagge che il tempo non è riuscito a mitigare, e se mai ci riuscirà ad armonizzare.

Me ne stavo in un’alba estiva accovacciato su pietre millenarie mentre guardavo il tempio della Concordia. Secondo Goethe “il tempio della Concordia ha resistito ai secoli; la sua linea snella lo approssima al nostro concetto del bello e del gradevole”. Quindi dicevo mi sono trovato una notte d’Agosto davanti ad un Tempio che meglio di qualsiasi monumento ha rappresentato e continua tutt’oggi  a rappresentare, in forma concreta, l’astratto concetto del bello.

Aspettando l’Alba. Un’Aurora che pian piano disegnava le precise linee della costruzione dorica. Dal buio, piatto ed informe, veniva fuori pian piano con lo scorrere dei minuti la plasticità delle colonne e delle scanalature, il palcoscenico prendeva forma.  Stava immobile un quartetto d’archi con i loro strumenti disposti a semicerchio. Il bianco chitone prendeva sempre più forma e si animava lentamente, si muovevano le membra del cantore mentre una voce profonda e roca da fumatore, iniziava a narrare i versi d’Omero.

“Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei”. Il sublime incipit dell’epopea omerica tacitava la nutrita schiera dei presenti che attenti ascoltavano la recita ipnotizzati dalla capacità scenica dell’attore. La storia della guerra di Troia la sappiamo tutti, ma non tutti sanno che per giungere ai famosi templi bisogna percorrere la Strada degli Scrittori, prosaicamente la strada statale 640. Una strada che dovrebbe di per sé scatenare l’ira funesta di chi viaggiando vede le piazzuole di sosta della Agrigento-Caltanissetta trasformate in discariche abusive! Così come l’ira funesta dovrebbe provocare chi dovendo giungere nella Valle dei Templi da Palermo (capoluogo immerso nell’immondizia e nel traffico caotico) è costretto a percorrere la strada statale 189 i cui lavori per il relativo ammodernamento sono iniziati nel 2013 ed ancora non se ne vede la fine. Stanno a vigilare le interruzioni delle tratte i semafori, che contribuiscono a dilatarne i tempi di percorrenza.

L’ira funesta di omerica rimembranza rimane confinata in ambito poetico, al massimo assistiamo a qualche solitaria imprecazione, unica eccezione ad una supina e collettiva accettazione di un destino avverso. Intanto la narrazione iniziata all’alba al tempio della Concordia prosegue, lo spettacolo continua con il “Risveglio sul Mediterraneo”.

In un’ora abbiamo ascoltato le gesta di eroi e le avventure d’amore, fino all’inganno di Ulisse e la distruzione di Troia. Chissà quanti anni passeranno invece, ahinoi, per vedere le strade percorribili e libere dall’immondizia in questa Sicilia martoriata per incapacità politica degli amministratori e dalla supina accettazione popolare che si crogiola di abitare la terra degli Dei, mentre abita una terra priva di servizi essenziali, dove vedere scorrere l’acqua dai rubinetti è ancora un miraggio!

Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta

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