Martedì, 21 Settembre 2021
Libertà di pensiero

Opinioni

Libertà di pensiero

A cura di Carmelo Sciascia

“Con la faccia per terra” di Pierino Angelo Carmelo Chiara detto Piero

Nei miei frequenti viaggi in Sicilia mi succede di imbattermi in eventi a tutti noti perché di interesse nazionale ed internazionale. Casualmente. Perché i miei spostamenti non sono progettati in seguito ad un datario preciso che insegue avvenimenti mondani, ma sono dettati da motivazioni esclusivamente parentali. È capitato ad esempio che mi sia ritrovato nell’agrigentino il nove Maggio di quest’anno, data della beatificazione di Rosario Livatino, avvenuta nel Duomo di quella città ad opera del cardinale Francesco Montenegro. Data non casuale considerato che nel secolo scorso, era il 1993, avevo ascoltato nella valle dei templi Giovanni Paolo II pronunciare il suo famoso anatema contro la mafia ed i mafiosi: “Convertitevi, arriverà il giudizio di Dio!”. In quella occasione mi ero trovavo ad Agrigento per lavoro. Ma non scriverò, almeno questa volta, di anatemi e di beatificazioni che lascio volentieri a chi esperto della materia ne potrà trattare con maestria e competenza, sicuramente più di me. Ma accennerò a viaggi, dei miei viaggi da Nord a Sud, e di chi, attraverso la scrittura ha reso di pubblico dominio la propria esperienza, per casuale scelta  di uno scrittore in particolare. A Palazzolo Acreide, città conosciuta a Piacenza perché sorpassata da Bobbio, nella graduatoria quale borgo più bello d’Italia, esiste e persiste in un edificio del Seicento, il Museo dei Viaggiatori in Sicilia contenente scritti e disegni dei più famosi viaggiatori che hanno visitato l’isola, soprattutto nel Sette-Ottocento. (Da sottolineare la presenza delle incisioni di Jean Houel del 1777). Volontariamente casuale è stata anche la mia presenza a Ragusa venerdì 4 Giugno alla mostra fotografica di Giuseppe Leone: una testimonia della lunga amicizia con tre grandi scrittori della seconda metà del Novecento: Sciascia, Bufalino e Consolo. Le foto esposte rappresentano la memoria storica di momenti intimi del rapporto dei tre scrittori, un dialogo amicale che non si è mai interrotto, nemmeno con la loro scomparsa.

Ma considerato che il discorso sui viaggi ed i viaggiatori diventerebbe lungo, rischiando di diventare noioso, mi limiterò a sottolineare alcune osservazione che si trovano in un piccolo libro di Piero Chiara. Da molti della mia generazione, se non da tutti, conosciuto per i suoi libri ma soprattutto per i film che dai suoi libri sono stati tratti, come “Il cappotto di astrakan” (film ben interpretato da Jonny Dorelli, anche se divergente in molti parti dal libro) e “La stanza del vescovo” con la regia di Dino Risi, film interpretato, tra gli altri, da Ugo Tognazzi e Ornella Muti. Sto parlando, come già detto, di Piero Chiara. Precisamente di Pierino Angelo Carmelo Chiara, sì proprio di Carmelo, che nell’etimologia del nome ne tradisce la provenienza: regionale, meridionale, siciliana. E di un suo libro: “Con la faccia per terra”. Libro scritto nel 1961 ma pubblicato anni dopo, nel 1965, da Vallecchi Editore Firenze. Lo stesso Sciascia (lo scrittore di cui alla mostra del maestro Leone a Ragusa si è detto) ne aveva scritto sul giornale L’ora di Palermo.  Chiara e Sciascia avranno, tra l’alto, uno scambio epistolare, tra il 1963 ed il 1979, su Giacomo Casanova scrittore, amante di viaggi e di donne.

I libri riletti a distanza di anni acquistano tutt’altro significato. Di una lettura da studente liceale non ne avevo più ricordo. Da una rilettura oggi mi appare rivelatore di tante esperienze personali e meritevole di attenzione, anche in conseguenza degli innumerevoli viaggi personali già compiuti. Perché anch’io avrei potuto dire, con Chiara: “Non sarei più dovuto tornare in Sicilia, con tanti posti dove andare…” sì, con tanti posti dove andare a passare una vacanza. Ma imperterriti torniamo. Torniamo, come ognuno di noi torna ai luoghi della propria infanzia e della propria gioventù. Sarebbe meglio fermarsi solo a ricordare anziché compiere verifiche e rievocazioni che guastano il lavoro della memoria. Sarebbe meglio non ritornare anziché “farsi divorare” dai parenti. Piero Chiara tornava da ragazzo nel paese d’origine del padre, Roccalimata (Resuttano), era un viaggio lungo che durava giorni, anche perché il viaggio non era solo spostarsi da un paese (Luino) ad un altro, ma era, per il padre, il “ricercare gli avanzi della sua gioventù”. Cerchiamo i luoghi e le persone della nostra gioventù, come se quest’incontri potessero nutrire e rivitalizzare il presente. Dalle Alpi alle Piramidi, dal confine con la Svizzera al confine con la periferia del Sud Italia, la Sicilia, dirimpettaia dell’Africa, questo era il viaggio che fino agli anni Trenta, faceva lo scrittore con suo padre, l’impiegato delle dogane. Suo padre un siciliano come tanti che aveva deciso di andare fuori per sempre, di generare in altra terra, dove solo i figli, o meglio i figli dei figli, potessero dirsi usciti dall’isola.  Dovevano passare trent’anni prima che Piero rifacesse quel viaggio. Perché: “Arrivi e partenze, da morti o da vivi, in Sicilia sono sempre fatti dolorosi, bagnati di lacrime; tanto che non vi è quasi differenza ad arrivare più che a partire, e si può essere pianti da morti o da vivi con la stessa passione”.

Il titolo al libro lo dà una frase pronunciata dal cugino Arciprete, un’imprecazione contro altri parenti di diversa fede politica. Solitamente Viene detto in modo offensivo, come conseguenza di qualcosa cui vergognarsi. Ed è curioso come una simile imprecazione (dispregiativa e quindi offensiva) venga espressa da un prelato: non è la prostrazione (la faccia a terra) durante l’ordinazione sacerdotale uno dei momenti salienti del cerimoniale con cui si prendono i voti?

E lo stesso Arciprete a sostenere l’indole conservatrice dell’isola, ogni sforzo è destinato a mantenere lo status quo anche a costo di conservare le cose storte e di cambiare le cose buone!

C’è una ironia non tanto celata nel sostenere che ci sono troppi libri che riguardano il meridione, troppi meridionalisti, “c’è gente che fa il meridionalista come farebbe il farmacista o l’oculista” - afferma il cugino prete – “la Sicilia è un malato immaginario curato da troppi medici”, la fortuna del settentrione è stata non avere avuto dei settentrionalisti!

La visita dei parenti inizia proprio dalla casa dell’Arciprete: un pellegrinaggio. Un susseguirsi d’incontri da diventare una vera processione, “un lungo corte di almeno trenta persone”. È in uno di questi viaggi che il sedicenne Piero pensa al matrimonio, forse per “effetto del clima, come la malaria” perché gli basta arrivare sul lago Maggiore per non pensarci più.

La pirandelliana corda pazza la ritroviamo nel tentativo di capire la data di nascita del padre. Come mai se era nato a Dicembre risultava nel certificato di nascita la data di Gennaio? La spiegazione era logica, in Sicilia nessun maschio nasceva a Dicembre ma a Gennaio, tra il primo e l’Epifania, per ritardare la chiamata alle armi. Fatto che comunque veniva, a mio avviso esteso anche alle donne, probabilmente per prolungare la loro giovinezza, ne ho personale esperienza essendo mia madre nata a Dicembre, come mia nonna mi riferiva, mentre all’anagrafe era stata registrata il 4 Gennaio.

Ma non solo, la famosa corda pazza la troviamo, così come lo stesso Pirandello l’avrebbe narrata, nell’incontro con il nipote del barone Pasquale Caccamo, già amico dello scrittore. Colloquio assurdo dove si lascia intravedere l’esistenza della pazzia ma non dei pazzi.

Il mondo lacustre ha una sua peculiarità, rilevante nell’ambito della letteratura nazionale, Piero Chiara ne è stato un autorevole cantore, leggerlo oggi è come ascoltare le canzoni di Davide Van De Sfross, canzoni che parlano di frontalieri, dello scorrere lento della vita quotidiana sulle acque dei laghi, di piccole storie popolari.

Ogni volta che vado in Sicilia penso a cosa è stata la Sicilia di mio padre, alla Sicilia degli avi, alla Sicilia di sempre. E cambiando il tempo dei verbi che usa Piero Chiara, dal passato al presente, credo di poter condividere le sue impressioni. In ogni viaggio credo di scendere a fondo anche fin troppo: sento parlare i vivi e mi pare di ascoltare i defunti, come se mettessi ogni volta il dito nella bocca dei morti.

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