Libertà di pensiero

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Dagli Umbri ai Celti, da Piacenza al teatro di Andromeda

Ogni libro è un contributo alla conoscenza. Ogni libro è composto di parole e le parole sono pietre. Così come le parole segnano i fogli e rendono testimonianza, così le pietre sono strumenti con cui segnare i luoghi, riscriverli e rappresentarne la sacralità

Ogni libro è un contributo alla conoscenza. Ogni libro è composto di parole e le parole sono pietre. Così come le parole segnano i fogli e rendono testimonianza, così le pietre sono strumenti con cui segnare i luoghi, riscriverli e rappresentarne la sacralità. Se in principio era il logos, la parola e conseguenzialmente la scrittura, non è casuale il fatto che nello stesso momento e spesso nello stesso luogo attraverso la pietra si affermava la presenza divina. Un esempio classico le tavole della Legge di Mosè: nello stesso momento e nello stesso luogo si trovano a convergere il logos e la pietra.  A noi in questo momento interessa la pietra. Una pietra che come quelle di Stonehenge troviamo in ogni parte del mondo. Ho letto nelle conclusioni del libro “La grande Umbria” (Italus Edizioni - 2020) di Maria Teresa Scozza di una netta divisione della cultura in Italia, dovuta alla diversa allocazione delle popolazioni celtiche. L’Italia sarebbe così una nazione biculturale con due nette diverse caratteristiche: da una parte un Sud con una cultura mediterranea fondata sul mondo classico greco-latino, dall’altra un Nord caratterizzata da una cultura celtica o gallica, comunque barbarica. Due culture alternative, due mondi diversi che trovano o dovrebbero trovare corrispondenza nelle contraddizioni politiche e di costume dei nostri tempi. Conclusione della nostra autrice dedotta “un po’ acriticamente” dalle numerose pubblicazioni del professore Manlio Farinacci e di altri studiosi.  Le pietre invece, secondo mia precisa convenzione, testimoniano la presenza unitaria di una cultura millenaria che ha segnato (e quindi unito) tutto il globo terrestre, incluso le terre italiche. L’uomo fin dalla preistoria ha testimoniato la propria presenza (e la propria religiosità) attraverso la lavorazione e l’attenta collocazione di pietre: Menhir e Dolmen. Presenze che hanno espresso bisogni primari: il Menhir, obelisco a forma fallica è un richiamano alla fertilità maschile, espressione di un istinto primordiale come di ogni animale per la conservazione della specie, così come alcuni menhir presentano delle protuberanze rotonde a forma di mammelle, segni inequivocabili della fertilità femminile. Le pietre hanno unito, non diviso le civiltà, e la loro testimonianza è univoca. Questo è riscontrabile un po’ ovunque dal Medio Oriente al Nord Europa. Anche a Piacenza troviamo testimonianza sulla presenza di Menhir. A Monte San Martino nel territorio del comune di Pianello Val Tidone: un grande masso lavorato a forma di piramide e molto altro ancora. A circa un chilometro da Cassimorenga una frazione di Ferriere:Il grosso monolito con la grossa nicchia scavata in forma rotondeggiante e il secondo masso di dimensioni minori la cui base interna inferiore poggiava su una pietra calcarea modellata a mo’ di gradino alla base, poteva realmente essere collegato all’antico Dio Pen!“ (Sergio Bersani – Ilpiacenza.it del 7/4/2019).

Dall’antico culto della divinità celtica Pen sono sopravvisuti fino a noi importanti toponimi, dai Monti Appennini, alle Alpi Pennine, al nostro più prossimo Monte Penna in val d’Aveto. E visto che siamo sugli Appennini come non ricordare il “calendimaggio”, altro tratto comune che unisce la tradizione celtica del Nord con le tradizioni del Sud. Il calendimaggio, cioè le calende di Maggio, corrisponde al primo giorno del mese di Maggio, molto sentito ed ancora praticato nella nostra provincia: in val d’Arda (Vernasca), in alta val Trebbia (Bobbio e Marsaglia), a CorteBrugnatella dove diventa il Carlin di Maggio, mentre in alta Valtidone la galina grisa o la galëina grisa (Cicogni, Pianello). Si festeggia l’arrivo della primavera e risale ad antiche usanze celtiche che festeggiavano Beltane.   Beltane (“fuoco luminoso") è un'antica festa pagana gaelica che si celebra tra l'equinozio di primavera ed il solstizio estivo, attorno cioè al Primo Maggio. Presso le popolazioni anglosassoni si ballava intorno ad un falò, rituale propiziatorio per la fertilità. Il corrispettivo mediterraneo dei Baccanali e delle feste Dionisiache greco-romani. “Fuoco luminoso” che con l’avvento del cristianesimo si è trasformato nel “falò di piazza”: da simbolo di purificazione pagano è diventata credenza religiosa, una tradizione ripetuta annualmente dedicata a questo o quel Santo nei paesi del Sud, di conseguenza a seconda del Santo cambia data con prevalenza comunque della stagione primaverile. Per la cronaca hanno avuto la meglio san Giuseppe, san Giovanni e l’Assunta. Ancora una volta una festività, una tradizione che simbolicamente dovrebbe dividere, in realtà unisce, perché rappresenta il desiderio di purificazione e di rigenerazione di ogni popolo, la rinascita primaverile, la luce solare che sconfigge le tenebre (il freddo e la fame). Le pietre hanno unito le civiltà, dai Santoni di Palazzolo Acreide, ai giganti di Monte Prama a Cabras, al guerriero di Capestrano a Chieti.

L’uomo ha spodestato da sempre le divinità, nel mondo occidentale alle divinità pagane sono subentrate quelle cristiane, ma ha fatto di più, ha spodestato e cambiato spesso i Santi protettori delle stesse chiese nella stessa città. Da nord a sud. A Palermo fino al 1624 era stata Patrona della città santa Cristina e compatrona santa Ninfa, santa di incerta estrazione: da far coppia con san Satiro, venerato quest’ultimo anche a Milano). Successivamente diventa Patrona della città di Palermo santa Rosalia e sarà una nostra cara conoscenza la pittrice Sofonisba Anguissola a curare il primo “festino” in suo onore. A Piacenza abbiamo due compatroni santa Giustina d’Antochia e sant’Antonino, accomunati da scarse e poche attendibili notizie biografiche, testimoni comunque delle stesse pietre di una medesima chiesa che dal Medio Oriente arriva nella nostra pianura. Oltre che due compatroni Piacenza ha anche il culto di due santi nella stessa chiesa: san Vittore e sant’Antonino. Lo scettico Montaigne così scrive: “Non temo di confessare che io facilmente porterei, se occorresse, una candela a san Michele e un’altra al suo serpente”. Questo in generale penso possa essere ancora valido, almeno per la forte componente pagana, che persiste in ogni religione moderna.

Torniamo comunque alle nostre pietre. C’è un teatro, il più alto del mondo, realizzato proprio con pietre in questi anni, su una montagna dei Monti Sicani dell’entroterra agrigentino. Mi ci sono imbattuto quest’estate. Il suo nome è Andromeda come l’omonima costellazione e nel solstizio d’estate il sole proietta un cerchio particolare sull’arena. Siamo in presenza di una costruzione di pietra che reinterpreta riti pagani. Il teatro è un insieme di Menhir e di Dolmen. Ricordate il mito della pagana divinità Pen? L’ha realizzato un pastore di Santo Stefano Quisquina, Lorenzo Reina  (reincarnazioni druidiche?). Dall’alto del teatro si vede la valle del Magazzolo e le terre di quel che è stato il Ducato di Bivona. Si dimostra così come anche in Sicilia ci sono stati e continuano ad esserci antiche popolazioni (Celtiche?) che hanno lasciato impronte vistose della loro presenza, attraverso Menhir, Dolmen, e cerimonie rituali. Nessun popolo è immune dalle stratificazioni storiche che si sono succedute nel tempo così come non esistono culture alternative che trovano o dovrebbero trovare corrispondenza nelle contraddizioni politiche e di costume dei nostri tempi. Esiste l’uomo, le sue manifestazioni rituali e la sua cultura, espressioni dell’intera umanità!

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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