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Venerdì, 28 Gennaio 2022
Libertà di pensiero

Opinioni

Libertà di pensiero

A cura di Carmelo Sciascia

Gibellina Nuova e la realtà di Piacenza

Prendendo come punto di partenza l’anno 1968, i terremoti in Italia si sono succeduti circa ogni dieci anni. Ogni evento sismico ha una sua storia particolare. In comune hanno la caratteristica di lasciare testimonianze: oggettive manifestazioni indelebili nel tessuto urbano e segni soggettivi nell’animo di chi quei fenomeni ha vissuto sulla propria pelle. Più in generale possiamo affermare che rimangono ruderi, ruderi in senso tangibile e ruderi in senso metaforico. Rimangono ferite aperte in tutta la comunità coinvolta nell’evento che il tempo rende sempre più sopportabili, fino a sbiadire, ferite attenuate, destinate a rimanere solo ricordi.

C’è un luogo nella nostra martoriata Italia, martoriata in questo caso per la frequenza dei fenomeni sismici, che ci riporta prepotentemente all’anno zero in cui è avvenuto un particolare terremoto. Era il 1968 quando una forte scossa sismica investiva la parte centro occidentale della Sicilia compresa tra le province di Agrigento e di Trapani, la valle del Belice, facendo scomparire interi paesi e ferendone gravemente altri. 

Tra la fine del 2020 l’inizio del 2021 abbiamo assistito all’installazione nella piazza principale di Piacenza dei neri cavalli inIMG-8 vetroresina di Mimmo Paladino. Installazione che, nonostante mi abbia lasciato molto perplesso, ha avuto il merito di farmi riflettere. Dirò di più, ha avuto il merito di farmi ritornare a Gibellina, per vedere se dopo molti anni dalla ricostruzione di Gibellina Nuova qualcosa fosse cambiato.

Gibellina, tra i paesi coinvolti dal terremoto del 1968, è stato tra i più colpiti. Ed è stato, tra i paesi della vallata, ricostruito ex novo, molto distante dal vecchio centro storico, addirittura in un territorio di un altro comune, nel comune di Salemi per la precisione. Ancora più precisamente a Salinella nei terreni dei cugini Ignazio e Nino Salvo, nomi noti, collusi con la mafia e cavalieri della speculazione. Come dire: chi bene inizia è a metà dell’opera!

A Gibellina sono poche le creazioni artistiche che oggi possono essere considerate tali, tra queste la Montagna di Sale di Mimmo Paladino nel Baglio Di Stefano. Un’opera scenografica ideata in occasione delle Orestiadi. Ed ho capito come l’arte acquisti significato, la sua stessa ragion d’essere, se inserita in un preciso contesto geografico ed a questo punto aggiungerei storico. Da questo punto di vista se ne deduce che è stata una forzatura l’installazione di una rappresentanza equina stilizzata tra due monumenti equestri d’arte barocca come i cavalli ed i cavalieri del Mochi. Altra cosa sono state le installazioni di artisti come Igor Mitoraj che collocava le sue gigantesche opere in siti archeologici di interesse storico, in quanto le sue opere, ispirandosi al mondo classico, entravano in rapporto diretto, simbiotico, con le antiche testimonianze circostanti.

Così come si evidenzia con il Cretto di Alberto Burri. Un artista che non si è staccato dal luogo del dramma e della sofferenza, rimanendo a lavorare tra le macerie della vecchia città. Il lenzuolo bianco di cemento che copre le macerie delle vecchie case è un sudario che segnala, a futura memoria, la presenza delle quattrocento vittime del terremoto. Opera di misericordia e di lacerante dolore!

Tutto il resto, tutte le altre opere, che sono state realizzate tra le abitazioni di Gibellina Nuova, risultano estranee a qualsiasi paese e paesaggio mediterraneo. Sono opere sovradimensionate, inutilizzate da sempre, spesso incomplete, adesso abbandonate e lasciate al degrado più completo. L’angoscia è il sentimento che accomuna ogni visitatore. La speculazione della ricostruzione ha nomi e cognomi noti.  Gli enormi viali deserti separano case spesso disabitate. Si ha la sensazione che una enorme colata di cemento sia stata casualmente versata qua e là, come ad oltraggiare il paesaggio e seppellire ciò che di umano possa ancora essere rimasto della campagna di Gibellina dopo il terremoto. Si ha una sensazione tangibile di trovarsi immersi nel vuoto, nell’angosciante nulla di un apocalittico after day.

Ludovico Corrao, sindaco di Gibellina, aveva compreso come la nuova città fosse rimasta uno spazio vuoto ed amorfo, e per far rinascere la comunità sarebbe stato necessario creare, attraverso l’arte, una nuova socialità fondata sul bello. Fu così che a partire dall’Appello di Solidarietà, firmato da un gruppo di intellettuali (Sciascia, Guttuso, Caruso, Cagli, Treccani, Zavoli, Zavattini) e da sindaci di vari comuni, dal 1970 la città diventa un enorme laboratorio artistico. Contribuirono al progetto di rinascita le personalità più note del mondo dell’arte (Pietro Consagra, Carla Accardi, Francesco Venezia, Laura Thermes, Nanda Vigo, Mario Schifano, Alberto Burri). Del loro lodevole contributo rimane pregevole testimonianza nel Museo d’Arte Contemporanea. Di contro, delle testimonianze diffuse in città che dire?

Si dice che Gibellina sia il più grande museo a cielo aperto, al visitatore oggi appare come una landa desolata. Don Antonio Riboldi, allora prete da quelle parti, poi futuro vescovo di Acerra, ebbe a dire che Gibellina Nuova più che il più grande museo a cielo aperto è diventato il simbolo dove si è rubato a cielo aperto.

Disorientato dalla presenza dei Cavalli di Mimmo Paladino a Piazza Cavalli sono andato a Gibellina Nuova in Sicilia, dove da turista mi sono sentito “disorientato in una città così silenziosa e straziante”.

Ciò che è avvenuto a Gibellina, dove nemmeno l’arte è riuscita a modificare lo scempio del nuovo impianto urbanistico, si rischia di rivederlo a Piacenza. 

Per raggiungere il centro di Piacenza bisogna attraversare la periferia, una periferia caratterizzata da enormi capannoni, come fossero stati costruiti senza arte né parte, con uno stampino, tutti uguali, anonimi e freddi. La sensazione che si avverte è un disorientamento silenzioso e straziante.

Il territorio agricolo è stato desertificato e privato di qualsiasi presenza silvicola. Le strade, anonimi viali, in questo modo spoglie contribuiscono alla desertificazione ed alla mancanza di qualsiasi elemento identitario dell’ambiente di lavoro. Ma tutto ciò non basta ancora se si è pensato di coinvolgere in questo tipo di sviluppo parte di territorio costitutivo del Parco del Po. La realizzazione di un Truck Parking a Borgoforte, in prossimità dell’inceneritore, deturperebbe ulteriormente quella parte della periferia cittadina che dovrebbe costituire invece il fiore all’occhiello della città. La realizzazione del Parco Fluviale annunciato e pubblicizzato da sempre, considerato che le scelte immediate vanno in direzione opposta, rimarrà una chimera, un sogno da tramandare, da generazione in generazione, a futura memoria.

Se a tutto ciò si aggiungono i diversi fatti delittuosi accertati in sede giudiziaria, che hanno coinvolto la Presidenza del Consiglio Comunale ed alcuni militari delle forze dell’ordine, può darsi che Piacenza sia davvero diventata: “Una città dalle tante facce, spesso vischiosa nei rapporti di potere, con una ricchezza diffusa, un’austera alacrità e un perbenismo imperante talvolta con radicate connessioni con il contesto criminale sommerso legato al mercato degli stupefacenti, della prostituzione e, ma non in ultimo, alla corruzione”.

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