Libertà di pensiero

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Il signor diavolo di Pupi Avati: la politica, la religione

C’è qualcosa nei film di Pupi Avati da renderceli familiari. Affrontano, le sue pellicole, storie strane, che poi tanto strane, a ben vedere, non sono. Sono all’opposto spesso familiari i suoi film. Forse perché ambientati in luoghi che siamo soliti frequentare quotidianamente. O, forse perché certi attori sono personaggi che abbiamo incontrato ed incontriamo nella vita reale in più d’una occasione. O, forse perché certe avventure che ci vengono narrate rispecchiano vicende che abbiamo vissuto realmente.

 I paesaggi ad esempio, dove sono ambientati i suoi film, sono una realtà quotidiana della nostra terra emiliana: una luce soffusa, appena accennata, si diffonde su tutto il paesaggio, avvolgendo le piante e le case. Gli orizzonti nebbiosi ne confondono i contorni, i colori freddi e le tonalità grigie caratterizzano il set delle sue pellicole. L’aria che respirano i suoi personaggi dei suoi film è la stessa aria che respiriamo anche noi: un’aria umida, ora afosa ora fredda, a seconda la stagione.

E le trame dei suoi film sono rette da personaggi che ognuno di noi avrebbe potuto interpretare, perché storie comuni, storie vissute realmente. Sono spesso storie che narrano della gioventù emiliana, poco importa se di città o di campagna, storie cui ci aveva già abituati Fellini, parlando di Romagna.

Storie di giovani come di esperienze della nostra infanzia, che spesso rimosse, tornano prepotentemente a farsi strada nel nostro presente.

Questo discorso generale, diventa ancora più vero, se calato nella realtà che ci descrive l’ultimo suo film: “Il signor diavolo”. L’ambientazione storica è sorprendente: le case di pianura che si specchiano nell’acqua, le pareti scrostate delle case, l’utilità pratica degli oggetti che ne trascurano l’estetica. Siamo negli anni cinquanta e siamo nella laguna veneta che tanto diversa non è dalla terra emiliana, della terra emiliana di pianura, solcata da corsi d’acqua ed intrisa d’odore di muschio.

Definito come film horror, credo non sia per nulla un film che esprima angoscia e paura. Lo definirei un film storico.  Dove una storia di formazione giovanile si intreccia con una vicenda storica dai risvolti politici inaspettati.

Chi della mia generazione non è andato al catechismo ed il catechismo ha vissuto in modo ossessivo? Sembrava che l’unico scopo della religione fosse quello di inculcare la paura del demonio ed il senso di colpa. Cogli anni scompariva la paura del demonio ma restava a farci compagnia, vita natural durante, l’ossessivo senso della colpa! Il catechismo veniva spiegato da qualche volontaria vecchia zitella, che concepiva qualsiasi forma di piacevole distrazione fonte di grave peccato mortale, di cedimento a Satana. Nel nostro caso, in questo film, il precettore è un sacrista, un sacrista che basa le proprie credenze, più che sulla verità rivelata dai Vangeli, su dicerie che non disdegna di trasmettere come verità. Una diceria è quella del diavolo uscito da una botola del pavimento della sua chiesa che poi era stato costretto, da un bagno di acqua santa, a farvi ritorno. Un’altra diceria riguardava un ragazzo dall’aspetto deforme (per malattie e costituzione) che avrebbe divorato, grazie ad una dentatura ferina, una bambina, sua sorella adottiva. Il passaggio dalla descrizione di un episodio così crudele, alla certezza che una simile creatura potesse essere la personificazione del diavolo, il passo era breve, anche perché oltra al sacrista una tale convinzione era sostenuta da una suora. Le menti dei ragazzi sono fragili e facilmente impressionabili, la convinzione che un ragazzo avesse ucciso il demonio, mentre in realtà uccideva un suo coetaneo non faceva fatica a farsi strada. La deformità era considerata una rappresentazione demoniaca, nella civiltà contadina degli anni cinquanta ma non solo di quel periodo. La situazione si complica nel momento in cui i fatti di cronaca manifestano dei risvolti politici inaspettati. La Democrazia Cristiana, siamo ai tempi di De Gasperi, allora imperante nel Veneto, non poteva tollerare che la Chiesa, sostenitrice di quel partito, potesse in nessun modo essere scalfita venendo coinvolta in una vicenda simile.

Allora l’idea di inviare un ispettore ministeriale che mettesse a tacere la vicenda, visto che qualche concorso di colpa il sacrista e la suora l’avevano, se non altro per avere influenzato la convinzione che la vittima fosse stato veramente il demonio.

A ciò si aggiunga la figura influente della madre della vittima che avrebbe potuto spostare un certo numero di voti dalla DC a qualche altro partito politico.

In sostanza, una semplice storia di cronaca nera, diventa una storia complicata. Così come è sempre avvenuto nella storia d’Italia dove il potere politico nel cercare di manovrare a proprio vantaggio qualsiasi azione giudiziaria, ha complicato i contorni di una verità, che tale non è mai parsa.

Le ispezioni ministeriali miravano (mirano?) più che a far luce su un preciso misfatto, ad orientare l’opinione pubblica in una determinata direzione, la più favorevole all’orientamento politico del Ministro in carica.

La religione e la politica in Italia si sono sempre incontrate ed incrociate, scambiandosi spesso favori reciproci, non è stata di certo casuale la discendenza politica della democrazia cristiana dal Partito Popolare fondato da un prete, il siciliano Don Sturzo.

Il finale del film svela la realtà: una verità diversa da qualsiasi diceria. Ma nel momento stesso in cui veniamo a scoprire la verità, non ci è data la possibilità di renderla nota perché rimarrà sepolta per sempre nel posto da cui sarebbe uscito il demonio, da una botola del pavimento della chiesa.

Così come non ricordare le tante inchieste nel nostro paese, rimaste sepolte sotto cataste di impolverati faldoni, allineati su arrugginiti scaffali, in umidi archivi di provincia.

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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