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Martedì, 17 Maggio 2022
Libertà di pensiero

Opinioni

Libertà di pensiero

A cura di Carmelo Sciascia

Il Venerdì Santo: a Piacenza come in Sicilia

Come ci suggerisce Elias Canetti, nel suo “Dialogo con il terribile partner”, ognuno di noi si forma il suo calendario. La sequenza dei giorni inizialmente è un succedersi di giorni vuoti, il calendario di ognuno di noi è vuoto finché non cerchiamo di riempirlo con avvenimenti per noi significativi. Allora il calendario acquista un senso perché creiamo il nostro calendario. “Gli avvenimenti più importanti fondano giorni commemorativi”.  C’è nel calendario cristiano un avvenimento, o meglio una serie di avvenimenti che ci descrivono la passione e morte di Gesù. Sono gli eventi che riempiono la Settimana Santa, la settimana che precede la domenica di Pasqua. Tutti, credenti e non credenti, la commemoriamo, rappresenta la morte di un uomo e al di là della sua trascendenza noi da mortali non possiamo che ricordarlo e ricordarcene ogni anno in un giorno particolare: il Venerdì Santo. Diciamo che il “memento mori” da richiamo conventuale dei frati Trappisti del Seicento diventa per ogni uomo un imperativo universale: il ricordare la fine di ogni esistenza individuale. A Piacenza questa pagina del calendario è stata riempita con una processione in particolare, che unendo la rievocazione della Via Crucis al luogo, genera quelle sensazioni che solo certi ricordi dell’infanzia possono fare riemergere. La processione del Venerdì Santo che da Porta Borghetto, fiancheggiando le antiche mura farnesiane, ricordando le Stazioni della Passione, termina a Santa Maria di Campagna. “Conosco persone che si beffano dei calendari degli altri perché in essi c’è così poco. Ma solo chi si è fatto il suo proprio calendario può davvero sapere che cosa c’è dentro. La scarsità dei segni ne crea il valore”. In questa scarsità di segni ci sono le più ardite manifestazioni popolari. Le più ardite, le manifestazioni che uniscono in un afflato mistico paganesimo e religiosità. Nella scarsità dei segni c’è nella manifestazione piacentina lo stesso valore che si può osservare nelle ricche manifestazioni religiose siciliane. Il Giovedì Santo a Caltanissetta è una manifestazione che trae origini dalla formazione nel 1551 della Reale Maestranza, una milizia composta da Nisseni per difendere la città in caso di invasione dei Turchi. Sono gli anni in cui si va formando il Ducato di Parma e Piacenza nella sua configurazione storicamente conosciuta, dopo la turbolente avventura di Pierluigi Farnese. La processione del Giovedì Santo è stata istituita dalla Congregazione di San Filippo Neri nel 1780. Vedere sfilare le quattordici Vare, vere e proprie ricostruzioni sceniche delle Stazioni della Via Crucis, con i vari personaggi a grandezza naturale è commovente. Si unisce alla maestosità delle statue la sonorità mortuaria delle quattordici bande musicali.   Il corteo delle Vare ha inizio in realtà il giorno precedente quando il Mercoledì nel cortile dell’ex collegio gesuitico, vengono ammainate le bandiere, listate a lutto le alabarde, alzato il gonfalone ed il Capitano dà inizio al corteo, seguito dalle dai complessi bandistici e dalle loro marce meste. Il corteo ha inizio proprio il mercoledì della settimana Santa dall’ex collegio dei Gesuiti, l’attuale biblioteca Scarabelli. La biblioteca è dedicata proprio a Luciano Scarabelli, il filologo piacentino che nel 1862 aveva donato alla città Nissena numerosi volumi che avrebbero costituito il nucleo iniziale della stessa raccolta. L’indomani, Il Venerdì Santo nella vicina città di Enna, il capoluogo più alto d’Italia, una processione analoga ed in un certo senso opposta, ci ricorda la passione del Cristo. Tanto riecheggiano a Caltanissetta le note delle tante bande musicali ed il vociare della gente, quanto silenziosamente sfila la processione di Enna. Il corteo è lungo, lunghissimo, tremila cittadini, con le vesti delle rispettive corporazioni si muovono lentamente. Molti hanno il viso coperto da cappucci. È la più spagnola delle manifestazioni iberiche. Il lascito culturale e religioso degli Spagnoli che governarono per trecento anni l’Isola ad iniziare dal XV secolo. Le confraternite ennesi sono le cofradias spagnole che esercitavano un certo potere politico e sociale e che la Chiesa ha sempre favorito. Gli incappucciati incutono un certo timore, ricordano i periodi dell’inquisizione, degli autodafè, delle terribili torture e delle condanne a seguito di processi senza possibilità di difesa dove le sentenze erano scritte prima di qualsiasi dibattimento. (Non è stata la condanna di Gesù la logica conclusione di un processo inquisitoriale?). Incute paura il silenzio che governa l’enorme massa cittadina. Enna è una città che per condizione climatica non ha nulla da invidiare al clima padano, per presenza di nebbie, di foschie ed al clima continentale per le sferzate di vento gelido.

Enna, già Castrogiovanni, dove avvenne la prima rivolta degli schiavi contro Roma ad opera di Euno, dove Cicerone ha raccontato il ratto di Proserpina ed il misfatto di Verre. Dove regnava incontrastata Demetra ed il suo culto. Enna la città più fredda e più lombarda della Sicilia: Il castello che domina l’entroterra isolano deve il suo nome di Lombardia, in età normanna, alla presenza di soldati lombardi a difesa dell'antica fortezza. Qui il Venerdì Santo rievoca un dolore antico, una storia di lotte e di sofferenza. E così la rievocazione della passione di Gesù si ripete, di paese in paese, si arricchisce della storia pagana come della storia religiosa. Ragione e fede si fondono e confondono nel mistero della morte. Ogni città ha la sua particolare processione, riempie il calendario cittadino del proprio evento. Ogni città si crede il centro del mondo, così come ogni uomo finché è vivo si crede al centro dell’universo. “Questo il senso della parola uomo: ognuno un centro a fianco di innumerevoli altri, i quali lo sono quanto lui”.  “Conosco persone che si beffano dei calendari degli altri perché in essi c’è così poco. Ma solo chi si è fatto il suo proprio calendario può davvero sapere che cosa c’è dentro. La scarsità dei segni ne crea il valore”.  Il calendario quest’anno l’ho riempito con le ricche processioni di Caltanissetta e di Enna così come negli anni trascorsi l’ho riempito con la semplice processione che fiancheggia le mura farnesiane. Il Venerdì Santo va in scena la morte di Gesù: il confrontarsi con la morte. Con la propria morte, cui nessuno crede fintanto non l’abbia sperimentata.  Ma nessuno, appunto perché è impossibile sperimentarla, dovrebbe procurarsela e procurarla. Tantomeno con le armi, con la guerra: con l’invio di armi con cui si alimenta la guerra! 

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