Libertà di pensiero

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A cura di Carmelo Sciascia

L’Intrepido narratore di sogni: d’Annunzio, un cattivo poeta

Un attore piacentino a fianco di Castellitto

Gli anniversari, qualcuno sostiene debbano essere aboliti, altri invece li esaltano e se ne servono facendone continuamente ricorso. Personalmente penso che a qualcosa servano. Certe date non sono solo momenti celebrativi, ma permettono riflessioni. Ci costringono a guardare indietro, a fare i conti con la storia personale e le storie collettive, a rapportarci con il presente e ad esaminare il passato. Alcuni anniversari ce li ricordiamo da noi, come quelli, ad esempio, che riguardano eventi personali o di persone care a noi vicine, altri possono essere ricordati per le vie più disparate. Questo 2021 è stato e continua ad essere carico di anniversari, come tutti gli anni d’altronde!

La visione di un film, in questi giorni, mi ha fatto ricordare un anniversario: i cento anni trascorsi da quando Gabriele d’Annunzio scelse come propria abitazione la tenuta di Cargnacco, una frazione di Gardone alta, sulla sponda bresciana del Benaco. Era infatti il 1921. Il film, un lungometraggio con cui esordisce Gianluca Jodice, ha un titolo a prima vista fuorviante: Il cattivo poeta. Ma è uno degli appellativi che lo stesso d’Annunzio si è dato in una sua lettera. Dopo essersi definito in vari modi (tutti veri), si definisce “un cattivo poeta”, (forse l’unico attributo falso che si potesse attribuire). L’approccio cinematografico invece è veritiero: tutte le frasi recitate da Castellitto (l’attore poeta) sono frasi pronunciate veramente da d’Annunzio. È un film storico, sono riportati sullo schermo gli ultimi anni di vita del poeta così come vissuti dal 1936 al 1938. La scelta del poeta di ritirarsi nella villa sul Garda rappresenta la scelta dell’uomo politico che sconfitto dagli eventi cerca riscatto nella scrittura.

Tutti gli eroi sarebbero voluti diventare ed essere ricordati come letterati. Persino Napoleone. A proposito Alberto Savinio dice: «Napoleone diventò quello che tutti sanno, ma non riuscì a diventare quello che nel suo intimo desiderava: un letterato”. A differenza di Napoleone, il Nostro fu, oltre che un Comandante (titolo che mantenne sempre) un vero poeta e scrittore. Dei suoi tempi, con il suo stile, con il suo temperamento.

Il poeta morirà nella sua villa a Gardone nel marzo del 1938. Il clima politico nell’Italia del 1938 è soffocante, le persecuzioni iniziate negli anni Venti hanno raggiunto il culmine, la vita quotidiana è ammantata dal sospetto. Sarà anche l’anno delle leggi razziali. Una legislazione praticamente all’opposto di quanto propugnato dalla Carta del Carnaro voluta da d’Annunzio dopo l’impresa di Fiume. Era allora il 1920. I principi su cui si reggeva la Repubblica del Carnaro sono rivoluzionari: è una democrazia fondata sul lavoro, la sovranità appartiene ai cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione. L’articolo 5 della stessa Costituzione “garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l'istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l'assistenza in caso di malattia o d'involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l'uso dei beni legittimamente acquistati, l'inviolabilità del domicilio, l'habeas Corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere”. Sic!

Il fascismo di Mussolini del 1938 sta alla Carta del Carnaro di d’Annunzio, come la dittatura Stalinista al Manifesto di Marx. Non sarà stato casuale il tentativo di incontro al Vittoriale di Antonio Gramsci, nella speranza di creare un fronte comune antifascista (incontro non avvenuto per diniego del poeta) 

Tornando al film. La storia personale di Giovanni Comino (il giovane e bravo Francesco Patanè), federale di Brescia, si intreccia casualmente con la storia di un professore antifascista, mentre per volontà di Storace, segretario nazionale del PNF, con la vita di d’Annunzio.

Il giovane federale viene incaricato di sorvegliare il poeta e di riferire a Roma, dove si teme una sua qualche iniziativa in vista dell’accordo di Mussolini con la Germania hitleriana, che d’Annunzio avversava. Il “cieco veggente” diventa il mitico Tiresia, il profeta della sciagurata alleanza con Hitler, descritto come un pagliaccio dall’ “ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce e di colla ond’egli aveva zuppo il pennello, o la pennellessa, in cima alla canna, o alla pertica, divenutagli scettro di pagliaccio feroce non senza ciuffo prolungato alla radice del suo naso nazi”.

Il merito di aver trasformato la villa, appartenuta già allo storico dell’arte Henry Thode, di nazionalità tedesca e per questo confiscata in seguito all’entrata in guerra dell’Italia nel maggio del 1915, in un monumento della memoria è dell’architetto Gian Carlo Moroni. La villa fu prima chiamata “Il Palladio del Garda” ed infine nel 1923 “Il Vittoriale degli italiani”. L’attore che impersona l’architetto è noto a noi piacentini, si tratta di Tommaso Ragno. Nato a Vieste ma un’adolescenza trascorsa tra i banchi delle scuole della nostra città, e come alunno attento, a suo stesso dire, più a “come” gli insegnanti spiegavano, che a “cosa” veniva detto.

Il film pur narrando una storia circoscritta nel tempo, quasi una rappresentazione aristotelica, con le sue teoriche unità, ha qualcosa da insegnarci, ha delle evidenti ricadute su questo nostro presente, così contraddittorio, un semplice intrigo. Una frase del Poeta mi ha fatto paragonare l’esperienza dannunziana del Carnaro ai movimenti hippy degli anni sessanta e settanta, alla tanta esternata libertà sessuale, all’essere vegetariani (all’erba come alimento elementare). Testualmente, scrive d’Annunzio: “Sono-dicono i maligni e i benigni-un angelico porco alato” quale differenza con il sessantottino “Porci con le ali”?

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