Libertà di pensiero

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La fine del Pci, “Qualcuno era comunista”: riflessioni dis-interessate a margine

Garavini, Calvino e Neruda

Scrissi a fine 2020, una riflessione, prendendo a pretesto l’ultimo lavoro editoriale del giornalista Ezio De Mauro sullo storico Congresso di Livorno del 1921 e di un P.C.I. nato da una scissione, un peccato originale della sinistra, una dannazione, una tentazione ricorrente.

Mi ha ricordato, in questi giorni, la “tentazione ricorrente” della scissione un altro libro del giornalista Luca Telese “Qualcuno era comunista” (Solferino-2021). In realtà il libro è stato edito una prima volta nel 2009, adesso la nuova edizione si arricchisce di una introduzione che copre i successivi dieci anni, l’introduzione è dedicata prevalentemente a Matteo Renzi, “il vero angelo sterminatore della storia comunista”. Colui che, dopo il Referendum del 2016, non sarebbe stato più in grado di nuocere a nessuno (stante anche la sua personale promessa: in caso di sconfitta si sarebbe ritirato dalla politica attiva), speranza andata delusa visti gli sviluppi dellacopertina-32-2 scissione con il PD e la formazione di un suo partito personale, piccolissimo ma tanto quanto è bastato ad essere numericamente in grado di ricattare il governo (di cui faceva parte) fino a determinarne la fine.

Il libro è la storia di un triennio di profonde delusioni e speranze del popolo della sinistra nell’ambito della storia contemporanea, triennio compreso tra il 9 Novembre 1989, caduta del muro di Berlino, e l’ultimo congresso del PCI, il XX, tenutosi a Rimini il 31 gennaio del 1991, a ben vedere più che un triennio, solo un anno e qualche mese, che ne avrebbe determinato lo scioglimento. Da quest’ultimo Congresso nasceranno altre formazioni politiche, alcune più moderate altre più a sinistra, Partiti comunque sempre figli della famosa dannazione!

Ma i temi trattati, i riferimenti ed i rimandi coprono un periodo molto più esteso di quello già indicato, inoltrandosi fino al lontano 1968, anno dalla Primavera di Praga, per giungere al 1973 Colpo di Stato in Cile, fino allo strappo di Berlinguer dall’URSS ed alla proposta del compromesso storico.

A noi, oggi della visione politica del PCI restano le immagini e le parole del film di Nanni Moretti “Palombella rossa”.     “Noi siamo uguali agli altri, noi siamo come tutti gli altri, noi siamo diversi, noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali agli altri, ma siamo diversi. Mamma! Mamma, vienimi a prendere!”. Dibattito surreale, ma vero, oggi comico, ieri drammatico. Dicotomia ideologica che la mia generazione ha vissuto, più o meno drammaticamente, come il compromesso storico, come l’ideologia tutta che ha sostenuto le scelte di quel Partito fino agli anni della Svolta. Sì, l’ideologia che come ci suggerisce Gaber: “Malgrado tutto credo ancora che ci sia/ È la passione, l'ossessione della tua diversità/ Che al momento dove è andata non si sa/ Dove non si sa, dove non si sa”. Non a caso Telese sottolinea il ruolo della satira in seno al dibattito politico di quegli anni, perché se è vero che la mia generazione ha “seriamente” perso, ha avuto comunque anche la capacità di ironizzare e di usare la vignetta come strumento di lotta politica. La fine del PCI viene accompagnata passo passo da un “partito della satira”. Non a caso si era soliti ripetere che una risata vi seppellirà, frase fatta risalire a Bakunin, ma che ha accompagnato tutte le lotte studentesche degli anni Sessanta e Settanta. Il primo giornale satirico a larga diffusione che io ricordi fu il Male nato nel 1978. Giornale provocatorio che ha avuto il coraggio di ironizzare perfino su un fenomeno tragico e drammatico come quello delle Brigate Rosse ponendo a capo di questa organizzazione eversiva un personaggio come Tognazzi.  L’Unità, il giornale del Partito Comunista, che aveva visto i corsivi di Fortebraccio, contiene negli anni Ottanta due inserti che hanno fatto la storia contemporanea della satira politica in Italia: Tango ed a seguire Cuore. Esperienze che possiamo etichettare oramai del millennio passato, anche se alcuni autori che hanno animato quelle esperienze continuano ad oggi a scrivere e disegnare per diverse testate giornalistiche.

Si può dire che con la Svolta voluta da Occhetto, i comunisti italiani abbiano smarrito il senso della loro storia, come sembra abbia detto il metalmeccanico Marchetto in un intervento a Mirafiori: “I comunisti quando perdono il senso dell’avventura diventano gente noiosa, e, come abbiamo visto lì, anche gente pericolosa”. Tutto parte dal discorso della Bolognina del segretario del Partito Achille Occhetto e dalla sua scelta personale di cambiare tutto, la famosa Svolta. Quest’ indirizzo politico è stato in seguito sostenuto da tutto il gruppo dirigente dei cosiddetti “quarantenni”, che l’un l’altro si sono avvicendati alla guida del Partito. Li ha accomunati il cambio, ad ogni loro sconfitta, del nome del Partito: così prima con il PDS, poi con i DS ed infine il PD si sono venuti a trovare tra le mani un partito sempre più giovane (nel senso anagrafico) e meno identitario d’Italia.

Si è troncato così, di volta in volta, cambiando nome (ma non solo), ogni legame con la storia della sinistra operaia e popolare che costituiva l’ossatura dello scomparso Partito Comunista. Scomparsa la falce e martello sostituita dalla quercia, scomparsa pure quella… i dirigenti, di parricidio in parricidio (memorabile quello di Natta), sono rimasti privi di qualsiasi riferimento storico ed inventandosi di voltai volta delle identità posticce, hanno pensato di essersi emancipati mentre continuavano a vagare nel paese dei balocchi del neoliberalismo nostrano senza nessun strumento che indicasse loro la rotta.

Dopo Livorno 1921, riflettere sulla Svolta del 1989 è necessario e doveroso. Per capire la sinistra e la storia della politica italiana contemporanea. Il grosso volume di Telese conta più di settecento pagine, sembrano tante ma alla fine, per chi quella storia ha vissuto, ci si accorge che forse sono state poche!

Si trova all’interno del volume un corredo fotografico interessante, noto ai più, ma egualmente necessario a rendere l’idea di cosa fosse stato il Partito Comunista, prima, durante e dopo gli anni della Svolta. Una vecchia foto ha colpito la mia attenzione, una foto in bianco e nero, che rappresenta Sergio Garavini, Italo Calvino e Pablo Neruda. Durante l’ultimo Congresso del PCI qualcuno l’aveva recapitata a Garavini. È per quella foto, per i soggetti di quella foto, che forse qualcuno vedendola, a distanza di anni, non può fare a meno di canticchiare una canzone di Battiato di fine anni Ottanta (coincidenze?): E ti vengo a cercare (Perché in te vedo le mie radici)!

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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Commenti (1)

  • “Qualcuno era comunista”, boh, forse qualcuno di quelli sarà anche stato comunista, ma non credo che tra i politici famosi degli ultimi quarant’anni ci siano stati davvero molti veri comunisti

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