Libertà di pensiero

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“La grande sete” di Antonio Russello, romanzo ispirato dall’omicidio del commissario Tandoj

Come ho già detto altre volte, la statale 640 che collega Agrigento a Caltanissetta è stata battezzata, grazie al giornalista del Corriere della Sera Felice Cavallaro, la strada degli scrittori: Luigi Pirandello, Andrea Camilleri, Leonardo Sciascia, Rosso di san Secondo, Tomasi di Lampedusa e Antonio Russello.

Un breve inciso: - Doveva essere terminata già da tempo, come la Palermo Agrigento, ma come a tutti è dato sapere, la famosa Salerno-Reggio Calabria si è spostata, dalla Regione Calabria alla Regione Sicilia. Infatti così la stampa di oggi (14 febbraio): Sabato il governatore Nello Musumeci ha scritto al ministro Toninelli sollecitando un suo intervento presso l'Anas “per affrontare e risolvere la crisi della Cmc (ditta appaltatrice di Ravenna) che ha messo in ginocchio quaranta imprese siciliane e paralizzato lavori pubblici prioritari per lo sviluppo dell’Isola”-. Da un autore come Leonardo Sciascia (a tutti noto e di cui abbiamo scritto) nato nel 1921 passiamo ad un altro autore Antonio Russello (meno noto, ai più ignoto), nato a Favara nello stesso anno, il 1921, morto a Castelfranco Veneto nel 2001. Restiamo quindi nella stessa Provincia, visto che Racalmuto e Favara distano solo 15 chilometri.

Destino della sorte, Antonio Russello viene scoperto da Elio Vittorini nel 1960, attraverso l’opera “La luna si mangia i morti”. Lo stesso Elio Vittorini che aveva bocciato, pochi anni prima, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, pubblica presso Mondadori Antonio Russello. Il libro da cui intendo partire per iniziare queste considerazioni, non è comunque “La luna si mangia i morti” ma un’altra opera dello stesso autore: ”La grande sete”, pubblicata nel 1963. Un romanzo ispirato dall’assassinio mafioso del Commissario Tandoj, lo stesso assassinio aveva ispirato Sciascia con “A ciascuno il suo”. Cataldo Tandoj aveva scoperto i legami tra mafia e politica, tra la mafia e la Democrazia Cristiana. Nel libro “La grande sete” sarà il mantovano commissario Righi ad essere ucciso, tra una descrizione poetica della valle dei templi, l’azzurro mare di San Leone e l’assetata descrizione del latifondo agrario impersonato da Don Mimì: ignorante quanto arrogante.  Nell romanzo edito da Santi Quaranta nel 2007, troviamo il commissario Righi che riflette tra sé e sé, sul significato dell’epiteto che gli avevano affibbiato di “Commissario bello”. Testualmente: “Commissario bello, commendatore bello, avvocato bello. Era detto con un tono d’ironia, di scherno? Forse in fondo, non era una malevola allusione, forse qui l’aggettivo bello, valeva buono; ma in ciò, nel dire bella anche una mela che voleva dire buona; in questo sbaglio grammaticale dell’aggettivo che i siciliani facevano; in questo volere attribuire alle cose una qualità piuttosto che un’altra, la bellezza più che la bontà; non si notava appunto di riscattare l’etica nell’estetica; e far valere su tutte le altre forme del vivere civile quella estetica? Non importava che apparissero buoni, quanto invece apparissero belli, eleganti, alla passeggiata, al circolo, al bar”. Il Commissario a queste riflessioni avrebbe voluto rispondere: “L’estetica brucia in un momento, ma quello che noi dobbiamo cercare invece che non bruci in un attimo, è la vita morale che è eterna”.

In quest’affermazione si fronteggiano due concezioni antitetiche: da una parte l’estetica che primeggia ed assorbe la morale, dall’altra la morale, quale scopo e significato ultimo della vita umana. Considerato che la Strada degli scrittori è un condominio dove ha trovato sistemazione anche Luigi Pirandello, nulla ci vieta di richiamare alla memoria le sue concezioni sugli individui, per spiegarci la questione.

Per Pirandello, l’uomo è la maschera che è costretto ad indossare, e con la maschera del momento recita la sua quotidianità. Siamo nel campo del moderno relativismo psicologico, delle diverse personalità presenti in ogni individuo, a seconda la maschera che la circostanza ci costringe ad indossare. Cosicché l’individuo è ciò che appare, il suo essere coincide con l’apparire. L’estetica ne determina la morale, la maschera caratterizza l’etica. Infatti il significato etimologico del termine persona deriva sia dal latino, che dall’etrusco e dal greco, in tutte queste lingue, il significato è coincidente alla maschera. La maschera come caratteristica del personaggio-attore. Riepilogando possiamo dire che la maschera del momento, che siamo costretti ad indossare in una determinata circostanza, è la nostra identità. Essere ed apparire coincidono.

Per questo, la morale inglobata nell’estetica la si rendeva inoffensiva. Si affibbiava e si affibbia l’epiteto di “Bello” ad ogni individuo che occupava ed occupa la parte alta della scala sociale. - “Non importava che apparissero buoni, quanto invece apparissero belli, eleganti, alla passeggiata, al circolo, al bar” -.

Il pretesto etico ed estetico, in questo romanzo, diventa la dicotomia tra chi cerca la verità e chi la verità cerca di lasciarla giacere in pesanti faldoni impolverati. Basta un’intera notte, la notte precedente alla partenza del commissario Righi, per venire a capo di tanti procedimenti giudiziari che erano rimasti sepolti, non per incapacità investigativa, ma molto più verosimilmente per “accondiscendenza”. Non sarà stato casuale che nottetempo il Commissario avesse telefonato al “Giudice bello”.

È interessante notare come l’uccisione del Commissario Righi avvenga nel piazzale della stazione ferroviaria di Agrigento, mentre l’alba alza il sipario sulla Valle dai Templi ed il mare di San Leone. Il Commissario Righi, viene ucciso, con la moglie signora Maria Gloria presente, così come il Commissario Tandoj era stato ucciso, poco distante, in Viale della Vittoria, mentre passeggiava con la moglie. La relazione sentimentale tra Don Mimì e Maria Gloria, richiama alla memoria la relazione che avrebbe avuto la moglie di Tandoj, signora Leila Motta con il dottor Mario La Loggia, presidente dell’ospedale psichiatrico di Agrigento e fratello dell’onorevole Giuseppe, già presidente D.C. della Regione Sicilia. Se è vero, e lo è, che un qualche rapporto esiste e sussiste tra l’etica e l’estetica, così sarà altrettanto vero, e lo è, che la letteratura e la realtà si rapportano, si rincorrono, a fatica sopportandosi!

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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