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Venerdì, 26 Novembre 2021
Libertà di pensiero

Opinioni

Libertà di pensiero

A cura di Carmelo Sciascia

La madre dei Caravaggio è sempre incinta

Anche se “la madre dei Caravaggio è sempre incinta”, questa volta non sembra sia una gravidanza isterica ma reale. Questo suggerisce l’articolo comparso sul Fatto Quotidiano del 9 aprile di quest’anno a firma di Tomaso Montanari in merito all’Ecce Homo comparso in una casa d’aste di Madrid questa Primavera.

Tante le ipotesi che sono state avanzate sulla genesi storica del dipinto. Sembra unanime il giudizio che si tratti di un Merisi, anche se per esprimere la totale convinzione si attende una necessaria pulitura della tela e le tante analisi che il caso richiede. Intanto alcune strade sembrano tracciate, sono indicazioni che provengono sia da fonti primarie (documenti storici) che da fonti secondarie (riscontri letterari). Il libro di Vittorio Sgarbi Ecce Caravaggio (La nave di Teseo – 2021) ci mostra, nella prima parte, un panorama completo sulla storia dell’Ecce Homo di Madrid, nella seconda il contributo critico su Caravaggio a partire da Roberto Longhi ad oggi. Particolarmente interessanti i capitoli che riguardano le attribuzioni a Caravaggio dal 1951 al 1993 con i relativi quesiti ancora insoluti.   

Per l’Ecce Homo l’attribuzione dell’opera ruota intorno a tre fonti storiche: La prima si basa su una documentazione redatta nel 1628 da Gian Battista, nipote di Ludovico Cardi detto il Cigoli, che riporta la notizia di un concorso che avrebbe indetto Massimo Massimi, esponente di un antico casato romano, nel quale si chiedeva di realizzare un Ecce Homo. Alla commessa partecipò il Caravaggio in competizione con altri due pittori, il Passignano ed il Cigoli, ognuno ignaro della partecipazione degli altri.

La seconda ipotesi riguarda il testamento e l’inventario redatti a Napoli nel 1631 dei beni di Juan de Lezcano, nobile di Saragozza, dove troviamo:  “Un ecce homo con Pilato que lo muestra al pueblo, y sayon que le viste de destras la veste porpurea quadro grande original del Carabagio”, lo stesso quadro probabilmente che nel 1657 compare nell’inventario del viceré di Napoli.

La terza riguarda una commissione del messinese Nicolò di Giacomo del 1609 “al signor Michiel’Angiolo Morigi da Caravaggio… pittore che ha il cervello stravolto”, presumibilmente l’Ecce Homo realizzato per il di Giacomo sarebbe lo stesso che compare nell’inventario dei beni di Andrea Valdina, marchese della Rocca e principe di Valdina, stilato il 1659. Il castello di Roccavaldina o palazzetto baronale di Rocca si trova nel comune messinese di Roccavaldina. A proposito della terza fonte, alcune considerazioni. Di sicuro Caravaggio approdò in Sicilia sul finire del 1608 a Siracusa dove incontrò l’amico Mario Minniti, i due si erano conosciuti a Roma.

 Lì realizzò la pala d’altare il “Seppellimento di Santa Lucia”. Si sostiene, da più parti, che fu anche a Licata, dove avrebbe lasciato una qualche testimonianza pittorica. Sono comunque presenti in vari paesi dell’agrigentino numerose opere di chiara impronta caravaggesca. Fu poi sicuramente a Messina dove eseguì due opere la “Resurrezione di Lazzaro” e “l’Adorazione dei pastori”. Infine giunse a Palermo dove realizzò la “Natività con i santi Francesco e Lorenzo”, famigerata per le note vicende legate alla sua scomparsa.  Che fu nell’agrigentino, potrebbe anche essere, l’ha ipotizzato Andrea Camilleri in una sua opera. L’hanno sostenuto diversi studiosi locali, personalmente me l’aveva confidato, fine anni sessanta, il professore Eugenio Napoleone Messana, già sindaco, storico e letterato di Racalmuto, anche se non ne ha riferito le fonti (nota del 2006 pubblicata in “Libertà di pensiero” nel 2010). Comunque, ad onor del vero, va detto che a Racalmuto ha operato nel seicento un pittore Pietro D’Asaro, di cui rimangono numerose testimonianze, che aveva viaggiato in varie parti d’Italia e che di Caravaggio ne conosceva sicuramente la tecnica.

La possibilità che un altro Caravaggio possa nascere davvero può esserci sempre: “A suggerirlo sono la qualità, la forza, la presenza dell’opera stessa: unico documento che conta davvero e che, alla fine dei conti, è impossibile falsificare”. (T. M. “Quando si scopre un Caravaggio” - ilfattoquotidiano del 9/4/2021). Quindi se si riconosce che un’opera può essere attribuita al Caravaggio anche senza un indiscutibile riscontro documentale, difficilmente si può escludere che il quadro di “Sant’Agata” scomparso a Bivona, località dei Monti Sicani, nel 1994 possa essere stato rubato proprio perché considerato da occhio esperto dipinto dal Merisi, o almeno da un suo collaboratore. Basti pensare che è ancora sospeso il giudizio su quale delle otto copie della Maddalena, l’ultima scoperta nel 2014, attribuire al Caravaggio. E proprio con questo quadro che la Sant’Agata scomparsa ha molte affinità. Il quadro, “una tela di metà del seicento raffigurante Sant’Agata”, secondo lo storico Antonino Marrone, si trovava nella chiesa del Carmine di Bivona, costruita come chiesa del convento dei Carmelitani nel Trecento.  In questa stessa chiesa troviamo quadri dello Zoppo di Ganci, un artista che ebbe disavventure simili al Caravaggio e di appena soli due anni più giovane. Nel seicento Bivona, era già ducato della famiglia dei Moncada, Fabrizio Moncada era stato il marito di Sofonisba Anguissola. Come dicevo nulla di strano quindi se il quadro di Sant’Agata fosse stato realizzato dal Caravaggio durante il suo soggiorno siciliano e finito in una chiesa del ducato di Bivona, allora fiorente città ricca di conventi e chiese.

I colori della Maddalena del Caravaggio sono molto simili a quelli che della Sant’Agata bivonese. Una prova eseguita di getto, senza pentimenti. Così Mina Gregori in una nota sulla scoperta della versione originale della Maddalena in estasi del Caravaggio: “I polsi forti e le mani dai toni lividi con mirabili variazione di colore e di luce…. Passando al vestito, va sottolineato il tono rosso del mantello che è quello costantemente usato dal Catavaggio. E ancora si osservino la spalla scoperta in una posizione realistica. Nell’incarnato la varietà dei tenui colori dall’ocra al rosa. Il rosa si ritrova sul naso e nella bocca… osservando la camicia, si notano le pieghe lunghe, ottenute con una sola pennellata vigorosa, pieghe larghe e libere (non fuse) tipiche del Merisi.Le maniche sono profilate da contorni dipinti con un pennello sottile. Particolarmente forti e lunghe sono le pieghe sul ventre”. Questa descrizione della Maddalena in estasi attribuita a Caravaggio si adatta perfettamente al quadro di Sant’Agata rubato a Bivona il 17 febbraio del 1994. Quadro che avevo ammirato dalla fine degli anni Settanta e fino alla sua scomparsa ogni qual volta mi recavo a Bivona, anche perché la chiesa era stata annessa al convento delle agostiniane dove zia Agnese svolgeva la funzione di Superiora.

La prima volta che visitai la chiesa, mi era parso quel quadro essere una “Maddalena”, per la vistosa scollatura e la vivacità dei colori. Fu tanto il dispiacere, dopo il furto, di non vedere più Sant’Agata, per me Maddalena, che ne feci una copia nel 2006 che prese il posto dell’originale nella parete destra dell’altare della chiesa, dopo una solenne funzione religiosa officiata dall’allora arciprete Don Alessandro. Destino ha voluto che anche questa copia sia scomparsa.

Tutta la vicenda di questo quadro è stata dettagliatamente descritta nel libro “Viaggi nel tempo” edito nel 2017 con il titolo “Atti relativi alla seconda scomparsa del quadro di Sant’Agata”. Peccato che l’originale sia stato rubato e scomparso nel nulla. Chissà! Può darsi che il seicentesco quadro originale della chiesa del Carmine di Bivona poteva rendere incinta, anche stavolta, la madre dei Caravaggio.

La madre dei Caravaggio è sempre incinta

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