Mercoledì, 22 Settembre 2021
Libertà di pensiero

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A cura di Carmelo Sciascia

Le verità di un killer della mafia raccontate da Michele Santoro

La polemica che ha suscitato Michele Santoro con il libro “Nient’altro che la verità”, può riassumersi in una domanda semplice ma dalle deduzioni logiche conseguenzialmente opposte: la mafia ha agito sempre per conto proprio, per fare esclusivamente i propri interessi, o ha agito in combutta con settori deviati dello Stato per “stabilizzare destabilizzando”?

La polemica che ha suscitato Michele Santoro con il libro “Nient’altro che la verità” (Marsilio Editori – 2021), può riassumersi in una domanda semplice ma dalle deduzioni logiche conseguenzialmente opposte: la mafia ha agito sempre per conto proprio, per fare esclusivamente i propri interessi, o ha agito in combutta con settori deviati dello Stato per “stabilizzare destabilizzando”? Santoro, affidandosi alla conversazione avuta con Maurizio Avola, uno dei più spregiudicati uomini d’onore della famiglia Santapaola di Catania, con all’attivo più di ottanta omicidi, sembra condividere la tesi che la mafia non prenda ordini da chicchessia ma ha sempre agito per conto proprio. Non a caso viene riportata l’affermazione dell’intervistato secondo cui la firma di “Falange Armata” usata negli attentati degli anni Novanta non apparteneva ai servizi deviati ma era stata scelta da Cosa Nostra per confondere sulla matrice stragista degli attentati.

Così posto Il problema credo sia un falso dilemma, perché la mafia ha sempre agito secondo propri convincimenti ed interessi, ma ciò non può escludere (e non esclude!) che possa venire “consigliata” ad agire in un determinato modo al fine di fare gli esclusivi interessi malavitosi, che guarda caso possono coincidere con interessi esterni all’organizzazione della Famiglia mafiosa, in questo modo l’organizzazione militare mafiosa diventa uno strumento per altri progetti criminali di più vasto respiro politico.

La storia della Repubblica Italiana è stata caratterizzata da episodi stragisti, dapprima oscuri poi via via sempre più chiari, fin dalla nascita, fin da quel primo maggio del 1947, quando a Portella della Ginestra, la banda Giuliano sparò ed uccise dei contadini riunitisi per la festa dei lavoratori. Il braccio armato della mafia già allora aveva agito in combutta con massoneria, latifondisti e politici e si era trovata coinvolta in un intreccio che non poteva assolutamente immaginare. I depistaggi diedero già allora prova della loro efficacia. Continuarono, i depistaggi, in successivi episodi criminosi, grazie al contributo di apparati deviati dello Stato. Così come avverrà anni appresso con Peppino Impastato. Così come avverrà, in tempi a noi più prossimi, con l’attentato al giudice Borsellino. Una storia quella dell’intreccio mafia-politica che non ha mai conosciuto momenti di sosta. Una storia dove i depistaggi hanno avuto un ruolo di primo piano, depistaggi che sono ancora in corso, come ha affermato lo stesso procuratore Roberto Scarpinato, con riferimento probabilmente anche alla ricostruzione dell’attentato di via D’Amelio fornita da Maurizio Avola, che descrive nei minimi particolari la strage stessa.   Ricordiamo che la versione fornita dal pentito Gaspare Spatuzza teste chiave del nuovo processo, dopo le dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino, non prevedeva la presenza di Avola nel luogo dell’attentato bensì di un altro personaggio. Fiammetta Borsellino, la figlia del magistrato ucciso, ha detto più volte come la storia dei processi sulla strage di via D’Amelio è una storia italiana che si ripete, è la strategia per compromettere la possibilità di arrivare alla verità. È una storia italiana, gli ingredienti ci sono tutti: pentiti e falsi pentiti, servitori infedeli dello Stato, condanne, prescrizioni, documenti spariti (l’agendo rossa ne è l’emblema).

Tornando al libro, vorrei riportare una frase dello stesso Maurizio Avola: “Voglio dire che per Cosa nostra la Sicilia è la sua terra. Se la vuole prendere e la vuole comandare. Non può venire un ministro, un servizio segreto o un governo intero a dire: fai questo fai quello. Certi ambienti che si parlano con Cosa Nostra possono suggerire, consigliare, mostrare la convenienza”. Questa frase che troviamo a pag.94 credo tagli la testa al toro (un macabro modo di dire, visto che di teste nel libro ne vengono tagliate molte).

La prima parte sembra una dichiarazione di principio, quasi una nota folcloristica, mentre la seconda parte: “Certi ambienti che si parlano con Cosa Nostra possono suggerire, consigliare, mostrare la convenienza”, credo sia la più significativa, abbia più valore. Infatti sorge spontanea una domanda su quei “certi ambienti”, cosa e chi sono questi certi ambienti? Così, mentre da un lato Maurizio Avola tende ad escludere la presenza di personaggi equivoci (estranei alla mafia) nel luogo della strage, dall’altro sostiene che certi ambienti, quindi alcuni personaggi sempre presenti “possono suggerire, consigliare, mostrare la convenienza”. Alla luce degli eventi giudiziari che hanno riguardato il presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, sappiamo oggi quali e quanti “personaggi” possono ruotare intorno agli interessi economici siciliani e non solo, figure di primo piano delle istituzioni politiche e militari, dei servizi deviati, dell’imprenditoria e di tutto quel mondo composito che sono diventati i cosiddetti professionisti dell’antimafia.

Francamente non so se il pentito Maurizio Avola abbia detto la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità a Michele Santoro, comunque qualcosa di vero avrà pure detto, se non altro sui settantanove omicidi che ha commesso come sicario della mafia, sull’ottantesimo lasciamo il beneficio del dubbio.

Michele Santoro in questo libro dà l’impressione di essere sicuro di aver trovato, sui tanti fatti di mafia di cui conversa con Avola, tutta la verità. Personalmente dubito di chi si dichiara sicuro di aver trovato la verità, preferisco credere invece a coloro i quali, nonostante tutto, la cercano la verità, sempre, incessantemente.

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