Libertà di pensiero

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A cura di Carmelo Sciascia

“Odio gli uomini”, ovvero la misandria di Harmange

Ha fatto discutere in Francia il libro "Moi les hommes je le deteste". In Italia, nel febbraio di quest’anno, tradotto da Bianca Bernardi per l’editore Garzanti, lo stesso è uscito con il titolo “Odio gli uomini”

I libri hanno vita propria. Il loro successo dipende spesso più che dal loro intrinseco contenuto da tantissimi altri fattori, spesso imprevedibili, il più delle volte e spesso casuali.

Questo è il caso di un libro uscito in Francia nel 2020 con il titolo originale: Moi les hommes je le deteste. In Italia, nel febbraio di quest’anno, tradotto da Bianca Bernardi per l’editore Garzanti, lo stesso libro è uscito con il titolo “Odio gli uomini”. Il successo di questo libro, scritto da una giovane donna, Pauline Harmange, è dovuto ad un uomo, un funzionario di un Ministero francese (Ministero per la Parità di Genere), il quale senza averlo nemmeno letto ha minacciato di denunziare l’autrice per averlo scritto e l’editore (Monstrograph) per averlo pubblicato, se non l’avesse ritirato dal mercato. L’incitamento all’odio per motivi di genere sosteneva Zurmèly (questo il nome del solerte funzionario) è un reato penale. Quindi riassumendo: un libro stampato dapprima in sole 400 copie che teorizza la misandria (l’odio verso il genere maschile) diventa un caso letterario proprio per l’intervento di un uomo!

Credo che il libro si possa spiegare partendo dall’etimologia delle parole usate nel libro stesso e aventi la stessa radice: “misos-odio”. Conosciamo tutti il termine misantropia perché, da un punto di vista letterario, storico ed antropologico, abbiamo avuto modo di incontrarlo spesso. Sappiamo quindi che la misantropia consiste nell’avversione verso la società, che si manifesta nella ricerca della solitudine e nella tendenza a vivere appartati, a evitare le relazioni umane.   Poi sappiamo anche cos’è la misogenia, perché l’abbiamo riscontrata in vari periodi storici ed in alcuni pensatori, è stata perfino istituzionalizzata e legalizzata in alcuni paesi, vigente ad oggi. La misogenia è una forma maniacale di repulsione ed avversione verso le donne. Conosciamo meno la misandria, che indica invece un atteggiamento di ostilità e disprezzo nei confronti del genere maschile. Qualcuno può pensare che il termine misandria può essere opposto e speculare al concetto di misogenia. Ma così non è, ce lo spiega Pauline Harmange, quando sostiene che “la misandria nasce dall’ira e se ne nutre” ed esiste in quanto reazione alla misogenia. Infatti anche se “non tutti gli uomini saranno degli stupratori, ma quasi tutti gli stupratori sono uomini”.

E poi ancora: “Dai, mi butto, ve lo confesso: io odio gli uomini. Ma proprio tutti? Sì, tutti”. Credo che oggi sia difficile trovare un uomo che dica lo stesso di tutte le donne, odierà casomai una qualche donna in particolare (ex fidanzata, ex moglie) in seguito a particolari motivi, ma credo che nessuno dirà che tutte le donne sono spazzatura. Concetto questo ribadito invece dall’Autrice: “men are trash – gli uomini sono spazzatura”, concetto consapevolmente esplicitato più avanti: “odiare gli uomini, in quanto gruppo sociale e spesso anche in quanto individui, mi riempie di gioia”. Una gioia che scaturisce dall’odio, sarà una gioia malata, come il piacere generato dal dolore e dalla sofferenza, una visione degna del Marchese De Sade. Perché l’odio è un disturbo dell’affettività. L’odio è uno stato permanente alterato della psiche che implica intolleranza, vendetta, ripugnanza, fino a sfociare nella violenza vera e propria, è già avvenuto storicamente: l’odio ha portato all’eccidio ed allo sterminio. Diversamente dall’ira o dalla rabbia che sono manifestazioni momentanee e quindi passeggere. “La misandria è un concetto esigente ed elitario”, come tale esige da parte dell’uomo silenzio ed ascolto: cieca sottomissione! Anche perché “odiando gli uomini non facciamo del male a nessuno”. Per un commento a quest’affermazione cedo volentieri la parola a Bob Marley: “Ci sono quattro cose che non tornano più indietro. Una pietra, dopo averla lanciata. Una parola dopo averla detta. Un’occasione, dopo averla persa. E il tempo dopo essere stato sprecato”.  Sì credo proprio che le parole sono pietre che non possono tornare indietro, conseguentemente mi chiedo se l’occasione di scrivere un libro da parte di Pauline sia stata un’occasione persa e se la lettura di questo libro non sia stato tempo sprecato. No! In fondo credo abbia fatto bene a scrivere questo libro se l’Autrice ne era veramente convinta, così come io ho fatto bene a leggerlo perché ogni libro rappresenta una finestra nel mondo, anche se talvolta non si scorge nessun paesaggio o soltanto un arido deserto.

Si criticano gli uomini perché scelgono nelle discussioni il terreno della ragione in opposizione a quello delle emozioni, perché così facendo si collocano in una posizione di autorità. Una contraddizione in termini: se il libro è stato scritto, è stato scritto proprio per spiegare, a detta dell’Autrice, “razionalmente” la fondatezza dell’odio delle donne verso gli uomini. A ben vedere non è l’unica contraddizione se si sostiene la tesi che l’eterosessualità è una trappola, mentre Lei risulta essere felicemente sposata: “Io sono stata fortunata, perché ho incontrato una persona che da me non ha preteso sesso e che non aveva paura di riconoscere che anche lui cercava l’amore”. Vivaddio! Esiste allora qualche uomo da non odiare, nella marea di un mondo maschile composto di mediocri? Sembrerebbe di sì! Si elogia infine il concetto di sorellanza che si esprime nelle riunioni Tupperware, nei pigiama party e in tutti gli happening di sole donne, perché finalmente “avremo la certezza di trovare quel nutrimento metafisico di cui abbiamo così disperatamente bisogno”.  

Per concludere, mentre Pauline Harmange afferma: “Io credo che l’odio per gli uomini spalanchi le porte all’amore per le donne (e per noi stesse) in tutte le sue forme. E che abbiamo bisogno di questo amore – di questa sorellanza – per liberarci”, io sostengo di contro di non credere affatto che le manifestazioni di odio possano spalancare le porte all’amore in tutte le sue forme, né per se stessi, né per nessun altro essere umano.

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