Libertà di pensiero

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Pif, dal proverbio al romanzo

La riflessione dell’uomo ha avuto sempre un solo obiettivo: la ricerca della verità. Questo tentativo è il punto di partenza di tutta la ricerca filosofica, fin dalle origini. E soprattutto grazie all’otium: tempo libero da dedicare alla riflessione, alla scrittura, allo spirito, in contrapposizione al negotium: il tempo della politica e del commercio. Paul Lafargue, già nell’Ottocento sosteneva la necessità di lavorare copertina libro-3poche ore al giorno e il diritto alla pigrizia. Noi in questi mesi di lockdown abbiamo capito quanto sia difficile restare in uno stato di sospensione, di pigrizia, ci siamo resi conto che è estremamente difficile, si fa cioè molta fatica ad essere pigri. Perché l’inattività, l’ozio, ci costringe alla riflessione, pensare ad occupare il tempo. La nozione di tempo è un argomento filosofico complicato, una nozione metafisica che nei secoli è divenuta epistemologia, una credenza opinabile è diventata un elemento di conoscenza scientifica. Così come in filosofia partendo dalla sophia si giunge all’episteme. Nella cultura popolare si passa da lunghe, vaghe e generiche considerazioni sulla vita e le sue implicazioni a frasi brevi, coincise, avente valore universale. Nel momento in cui la sapienza popolare diventa saggezza assistiamo alla nascita del proverbio. Il proverbio quindi è una sapienza popolare sperimentata e condivisa, una sintesi teorica di una diffusa esperienza empirica verificata nel tempo.  Oscar Wilde sosteneva che “l’azione è il rifugio di persone che non hanno assolutamente nulla da fare”. Ricordo come i contadini del mio paese ripetevano (in vernacolo) un condiviso modo di dire, un proverbio appunto: “come è bello non far nulla, starsene sotto un albero di fichi e dire: fico cadimi in bocca!”. Starsene seduto, all’ombra, sotto le fitte ed ombrose foglie di un albero di fichi, in giornate di canicola estiva, era sicuramente la condizione ideale in cui si poteva predisporre il corpo affinché il cervello potesse liberamente speculare. Bertrand Russell sosteneva la necessità che l’ozio venisse insegnato a scuola. Noi tutti l’abbiamo sperimentato, per diversi mesi, ed abbiamo capito la difficoltà di cassata-2viverlo, di affrontarlo con le armi cui siamo stati abituati da una cultura del fare. Ho letto, tra i tanti in questi mesi, un libro che doveva rappresentare una pausa alla riflessione, uno svago letterario, un divertissement allo stato puro. Il libro credo meriti tutta la premessa che mi son permesso di scrivere. Sto parlando di Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, autore del suo primo romanzo (ammesso che di romanzo si possa parlare) “…che Dio perdona a tutti” (Giangiacomo Feltrinelli Editore –Milano). Ammesso e non concesso contenga una trama da romanzo, tale non è (nonostante per tale venga presentato).  È invece un frutto dolce, come un estivo fico maturo, questo libro, generato a mio avviso da quell’ozio fecondo cui si sottopone, ogni estate, ogni palermitano: continuare a riposarsi, da riposato!

Un riposo fecondo, una pigrizia che genera una profonda riflessione. Intano cominciamo a dire che il titolo del libro è monco, come albero di fichi-2espressamente scritto, inizia con dei puntini di sospensione; cosa sottendono quei puntini? Eccoci ritornare al discorso sui proverbi. Recita un proverbio siciliano: “Cu futti futti, Diu pirduna a tutti”, forse dopo le lezioni di Camilleri non bisognerebbe tradurre, cosa che invece vorrei fare per rispetto al purismo manzoniano, ma mi accorgo subito della difficoltà. Il verbo “futtiri” letteralmente “fottere”, come nell’idioma nazionale ha infatti diversi significati. Per cui, per evitare qualsiasi disputa linguistica, getto subito la spugna e suggerisco al lettore di tradurselo come meglio gli aggrada. Ringraziamo Pif che invece la seconda parte del proverbio ce l’ha tradotta già.

La riflessione dell’Autore è tutta tesa a dimostrare la difficoltà nell’essere cristiani, cioè di vivere coerentemente secondo i precetti evangelici. Ma potrebbe essere preso a pretesto qualsiasi altro argomento per poter dimostrare come l’italiano medio rispecchi la figura impersonata in molti film da Alberto Sordi (cui rendiamo omaggio in occasione del suo centenario così tanto ricordato in questi giorni).

Il pretesto di Pif di seguire alla lettera la parola di Cristo ha uno scopo nobile e sincero: l’amore per la sua compagna. La conclusione, nonostante le premesse, sarà catastrofica.  Dopo la dedica a Dino Zoff, ci si può soffermare (è facoltativo) alla frase riportata di Matteo Salvini: “Il vescovo fa il vescovo e non rompe le palle ai sindaci e a chi amministra le sue città”.

L’amore è il pretesto di questo libro come lo era stato per i suoi film. Come non ricordare “La mafia uccide solo d’estate” o “In guerra solocannoli-2per amore”, divenuti già un classico del cinema italiano. Alcune riflessioni sul film “In guerra per amore” si trovano nella mia “Raccolta” pubblicata nel 2017.  L’amore è il pretesto, nel senso che è premessa per dire altro, per affrontare temi di scottante attualità sociale e politica. Il libro è anche un elogio alla ricotta, alla ricotta di pecora, quella usata per riempire i cannoli o farcire le cassate, quindi un elogio alla pasticceria siciliana, all’iris, nella sua versione fritta o al forno, come al bignè. La considerazione morale va di pari passo con le degustazioni della pasticceria arabo-normanna.

Ci si può provare a fare riferimento a questo o a quell’autore della nobile tradizione satirica del nostro Novecento come espressa da Pasquale Festa Campanile o da Stefano Benni, ma quest’opera è diversa, ha un carattere facilmente riconoscibile e la leggerezza della scrittura così bene teorizzata da Cavino nelle “Lezioni americane”.

Ed allora non ci rimane altro che meditare su un celebre haiku giapponese, che sono un po’ come i nostri proverbi, carichi di saggezza: “Seduto pacificamente senza far nulla, viene la Primavera e l’erba cresce da sola”, assaporando un ricco dolce siciliano alla crema di ricotta!

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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Commenti (2)

  • la pasticceria di Pippo era un dolce angolo di Sicilia a Piacenza, mi fa piacere che questa lettura abbia suscitato un così piacevole ricordo

  • visto che “Il libro è anche un elogio alla ricotta, alla ricotta di pecora, quella usata per riempire i cannoli o farcire le cassate, quindi un elogio alla pasticceria siciliana” ciò mi ha fatto tornare in mente che negli anni scorsi anche a Piacenza avevamo un ottimo pasticcere, il grande Pippo, che in via Ricci Oddi preparava degli squisiti cannoli e delle cassate fenomenali. Che bontà che erano, e quante ne ho gustate! Da quando il grande Pippo è prematuramente mancato non sono più riuscito a trovare nulla di simile a Piacenza

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