Libertà di pensiero

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Pinocchio, la storia di un burattino

Tutti abbiamo letto, il più delle volte in età adolescenziale, “Le avventure di Pinocchio” il celebre libro di Carlo Lorenzini, lo scrittore fiorentino meglio conosciuto con lo pseudonimo di Collodi. Ma non tutti sanno che la prima versione si intitolava “La storia di un burattino”

Premessa: Tutti abbiamo letto, il più delle volte in età adolescenziale, “Le avventure di Pinocchio” il celebre libro di Carlo Lorenzini,  lo scrittore fiorentino meglio conosciuto con lo pseudonimo di  Collodi.  Ma non tutti sanno che la prima versione si intitolava “La storia di un burattino”. Il libro era stato  pubblicato il 1881 sul “Giornale per i bambini”, supplemento al quotidiano “Il Fanfulla” diretto da Ferdinando Martini, la storia, diversamente di come ci è dato conoscerla, terminava con la morte per impiccagione di Pinocchio. Sarà questa pubblicazione la parte iniziale del volume del 1883 che avrà come titolo definitivo “Le avventure di Pinocchio”. Le illustrazioni che siamo abituati a vedere prendono tutte le mosse dalle prime raffigurazioni  che Enrico Mazzanti (un ingegnere disegnatore) fece per questa edizione, edita da Libreria Pagani di Firenze.

Questa estate, complice il ritorno nel paese d’origine, ho avuto l’opportunità di imbattermi nel testo  della prima versione del libro di Pinocchio - La storia di un burattino - illustrazioni Simone Stuto-2Collodi: “Pinocchio – La storia di un burattino – “,  testo curato da Salvatore Ferlita, edito nel 2019 dalla casa editrice “il Palindromo”. Grazie proprio al soggiorno estivo a Racalmuto, ho incontrato il pittore Simone Stuto che ha curato le illustrazioni del libro e che me ne ha fatto omaggio. Le figure delle illustrazioni di Simone sono inquietanti, comunicano una sensazione di paura diffusa e misteriosa, lontanissime dalle illustrazioni che siamo abituati a vedere nelle edizioni classiche (spesso riduzioni scolastiche)  delle Avventure di Pinocchio.

Letto d’un fiato ho trovato il libro avvincente e coinvolgente, grazie sicuramente anche alle illustrazioni del giovane incisore. Irreali e fittizie, le sue illustrazioni  sostengono ed alimentano il carattere terrificante e cupo dell’opera. Il tratto, volutamente incerto ed impreciso, evidenzia la drammaticità dei personaggi e la magia delle situazioni. Gli occhi dei vari personaggi sono appena accennati, quasi abbozzati, scavati addirittura in volti indefiniti  a sottolineare il senso di smarrimento, la mancanza di prospettiva: caratteristica peculiare di chi vive  situazioni di miseria.  Proprio la miseria ed in particolare la fine drammatica di Pinocchio fanno sì che l’opera possa ascriversi nel campo della letteratura ossianica che tanto Ottocento letterario ha caratterizzato. Non a caso Italo Calvino aveva classificato questa prima versione del  racconto di Pinocchio come l’unico romanzo del Romanticismo nero e fantastico italiano. Scevro di tutti i significati pedagogici ed allegorici che hanno sommerso la versione successiva e definitiva dell’opera. Il burattino della Storia  ci appare come vero, reale, un Pinocchio che, come ognuno di noi, non può fare a meno, nel momento del bisogno, di invocare il proprio padre:  - Oh babbo mio! se tu fossi qui! - .  La classe sociale cui appartiene il burattino e suo papà, mastro Geppetto, è  ben rappresentata, si tocca con mano la loro miseria come di tanta parte della popolazione che in quegli anni viveva o meglio sopravviveva a malapena di piccoli lavoretti, se non di veri e propri espedienti.  Nelle “Avventure” Collodi  insegue e persegue un obiettivo pedagogico, una morale positivista che raggiunge il suo culmine nella metamorfosi del burattino che diventa un bravo bambino con tanti buoni propositi. Nella “Storia” invece scultura di Greco al Parco Pinocchio di Collodi-2non c’è rinascita, Pinocchio viene impiccato, morirà portando con sé i suoi quattro zecchini d’oro che teneva sotto la lingua. Quasi un antesignano di Mastro Don Gesualdo, personaggio noto per il suo attaccamento alla “roba” da portare con sé nell’al di là,  (sarà casuale il fatto che la pubblicazione dell’opera dello scrittore catanese  vedrà la luce da lì a pochi anni?).

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Le colpe di Pinocchio non conoscono remissione. Quasi come Giuda Iscariota. Per altro è sempre una questione di denari. E di tradimenti: divini o umani che siano. Nel 1954 era apparso sul Raccoglitore, inserto letterario quindicinale della Gazzetta di Parma, un intervento di Leonardo Sciascia  su un monumento a Pinocchio di Emilio Greco. In quell’intervento lo scrittore si schierava a difesa del progetto scultoreo. Lo stesso progetto era stato  oggetto di forti critiche perché tendente all’informale. Sciascia, pur non essendo un tifoso delle avanguardie artistiche, critica il conformismo di certa scultura retorica che riempie le piazze d’Italia e spezza una lancia a favore di scultori innovativi come Manzù, Marini, Greco.  Il monumento di Greco, leggero nelle forme, poteva essere considerato una libera interpretazione dell’opera di Collodi come lo era stata la trasposizione cinematografica di Walt Disney.  Così come lo scrittore racalmutese  difese e lodò l’interpretazione artistica di Greco, io mi sento autorizzato a difendere e lodare questa nuova interpretazione  grafica da parte del giovane artista Simone Stuto. Sono convinto, tra l’altro, che qualsiasi  interpretazione  artistica di un’opera letteraria sia la benvenuta. Sono persuaso (fatto non secondario) che “Le avventure di Pinocchio” del 1883 non possono essere considerate il logico proseguimento della” Storia di Pinocchio” del 1881. Anche se dello stesso Autore sono e restano due libri diversi. Nella concezione ideologica come nella concreta realizzazione estetica. Ed io, anche se so di essere in netta minoranza, preferisco la prima!

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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