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A cura di Carmelo Sciascia

Sul Fascismo e su Piacenza è da leggere “M” di Antonio Scurati

L’opera “M - il figlio del secolo“ di Antonio Scurati è edita da Bompiani

Probabilmente la storia di questo 2020 sarà ricordata come una sequenza di decreti ministeriali che, di volta in volta, permettevano di uscire da casa o di restarvi confinati. Certe volte questi provvedimenti non imponevano, consigliavano soltanto, ma ciò non cambiava la condizione di precarietà psicologica in cui la comunità veniva scaraventata. Fu così che durante la primavera, i mesi della prima ondata epidemica del famigerato virus, ho letto “Golia” di A. G. Borgese. Un libro inquietante e lucido sulla storia d’Italia e sulla marcia del fascismo.

Ed è così che, di lettura in lettura, mi sono trovato a leggere, in questo secondo lockdown (di apparente parziale chiusura degli esercizi, Squadristi_in_marcia_su_Roma-2ma di totale chiusura delle coscienze), non so dire se per cause fortuite o per “precarietà storica”, un’altra opera sul fascismo. Mentre il libro di Borgese del 1937 aveva tutte le caratteristiche di un saggio, l’opera “M - il figlio del secolo“ di Antonio Scurati edita quest’anno da Bompiani, vincitore tra l’altro del LXXIII Premio Strega, veste i panni del romanzo. Questo romanzo formato da 839 pagine supera di 313 pagine l’opera di Borgese che è opera diversa non solo (e per fortuna) per numero di pagine ma anche per il diverso modo in cui si rapporta agli eventi della storia italiana del periodo fascista.

È un’opera che va letta e studiata attentamente, per i molteplici spunti di riflessione che ci offre, sia nei confronti di singole personalità politiche (il populismo di gran parte della leadership odierna), sia nei riguardi di quegli italiani “brava gente” che sono stati (e continuano ad esserlo) fascisti, razzisti e colonialisti.

In Italia, una prima controversa discussione sul regime fascista era stata provocata, nel lontano 1975, dal saggio di Renzo de Felice “Intervista sul fascismo”. Oggi, mutatis mutandis, quest’opera credo possa contribuire notevolmente a rafforzare le convinzioni antifasciste. La parte descrittiva dei personaggi e degli avvenimenti viene costantemente nutrita da una precisa documentazione storica cui si fa riferimento: il documento diventa così propedeutico alla descrizione narrativa. Il libro è storicamente attuale: l’Italia è un paese che “non ha mai avuto in duemila anni di storia né una rivoluzione né un’autentica guerra di religione”. Come nel 1919, anno d’inizio del romanzo dove si descrive l’Italia come Il paese della tragedia e della commedia, mai della serietà; dove i fascisti possono permettersi il lusso di essere reazionari e rivoluzionari: non promettere niente e perciò mantenere la promessa!

Piacenza e la sua provincia sono presenti in quest’opera: vuoi con la descrizione di precisi episodi locali, vuoi come facente parte di un territorio epicentro di episodi drammatici come lo sono state tutte le campagne dell’Emila e dell’intera pianura Padana.

Solo i comunisti di Parma sono stati capaci di opporre una strenua resistenza al violento dilagare dello squadrismo fascista. Viene riportato l’episodio avvenuto nell’Ottobre del 1919 - gli anni delle prime conquiste contadine e delle prime occupazioni operaie - a Mercore di Besenzone, quando i fratelli Bergamaschi per difendere la loro proprietà hanno lasciato sul terreno, sparando ad altezza d’uomo, cinque scioperanti.

Si coglie dal 1919 al 21 (continuerà negli anni) il perenne trasformismo di Mussolini: da rivoluzionario di sinistra a reazionario di destra, da anticlericale ad ammiratore dell’universalismo della chiesa romana, da repubblicano a filo monarchico. Il Partito fascista inizia la sua vita parlamentare con la XXVI legislatura che vede il trionfo elettorale e personale di Benito Mussolini, il politico “diventato l’uomo che odiava da ragazzo”. “Ha vinto con i soldi degli agrari che affamarono la sua infanzia, sotto l’egida di Giolitti, a fianco dei nemici della sua gente, della sua giovinezza. Eppure ha vinto”.

Nell’Ottobre del ’21 Mussolini è al suo terzo duello, avrà luogo a Livorno. Partito da Milano, grazie alla guida dello spericolato Aldo Finzi, nelle parti di Piacenza, riesce a sottrarsi alla vigilanza delle pattuglie automontate che si scontrano con un carro di fieno.

La mobilitazione delle squadre fasciste ad opera di Italo Balbo nel 1921 trasformano la camicia nera, da indumento ordinario del lavoratore romagnolo, in divisa del nuovo combattente della Rivoluzione Fascista.

Nel panorama della politica italiana in ogni tempo, è risaputo fare capolino, di tanto in tanto, la Massoneria. Mussolini se ne compiace, quando confida all’amico Cesare Rossi, il sostegno da parte di Raoul Palermi, il Gran Maestro della massoneria di rito scozzese.

Il 29 Ottobre del 1922, Mussolini “di origine plebea, zingaro della politica, autodidatta del potere a soli trentanove anni” riceve dal Re l’incarico di formare il nuovo governo. Durante il viaggio che lo porterà da Milano a Roma, le camicie nere lo bloccano in mezzo ai binari di Fiorenzuola, il Duce, acclamato era dovuto scendere ed assicurare la folla che oramai “l’Italia è nostra e la condurremo all’antica grandezza”.

Il programma politico di Mussolini, da Capo del Governo, può essere riassunto in semplici frasi: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”, (discorso alla Camera del 16 Novembre 1922, dopo la tragicomica marcia su Roma, premessa mantenuta) e “Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!” (discorso alla Camera del 3 Gennaio 1925, assunzione di responsabilità dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, illazione reale).

Ironia della sorte, in parallelo alla presa del potere di Mussolini, un immigrato italiano a Hollywood, tale Rodolfo Valentino magnetizza il mondo con il suo “sguardo assassino”, lui miope, scartato al servizio di leva!

A proposito della famosa conquista della Capitale da parte dei fascisti, come non ricordare il film di Dino Risi del 1962 “La marcia su Roma” con l’indimenticabile duo Gassman-Tognazzi, che così bene descrive una realtà tragicomica, come è stata spesso quella italiana, di allora, di sempre, dove la tragedia sfocia in commedia e viceversa: serietà mai!

Nel 1923, in seguito alla normalizzazione della Milizia, voluta da Mussolini e da Balbo resa operativa, anche la nostra città torna agli onori della cronaca per i contrasti tra fascisti: “A Piacenza tra le frazioni fasciste di Amidei e quelle di Tedeschi si è arrivati allo scontro armato”. Il conte Bernardo Barbiellini Amidei, il ras della città, così annota su Mussolini: “Non è un individuo normale, e non ha il prudente criterio per reggere con saggezza il timone di una nave”.

Nel romanzo trovano posto tutti i principali personaggi del fascismo e dei loro fiancheggiatori, non potevano mancare le amanti del Duce dalle meno conosciute alle più note: dall’ebrea e ricca Margherita Sarfatti all’internata Ida Dalser (ricordate il film del 2009 di Marco Bellocchio “Vincere”?), dagli aborti procurati ai figli illegittimi.

Largo spazio è dato anche agli oppositori, socialisti di diverse tendenze e comunisti, da Bombacci a Matteotti; a moderati liberali e democratici, da Giolitti a Sturzo. Accurata la descrizione del politico e letterato Gabriele D’Annunzio, come di Marinetti, dei Futuristi e degli artisti di “Novecento”.

E poi c’è il popolo, le masse contadine ed operaie, i ceti medi, gli agrari ed i borghesi. C’è ben raffigurata tutta l’epopea, aulica e plebea, della storia d’Italia dal 1919 al Gennaio 1925. Difficile distaccarsene una volta iniziata la lettura…  E dire che, per l’eccessivo numero di pagine (si sa, preferisco il saggio breve) non avrei voluto leggerlo!

Sul Fascismo e su Piacenza è da leggere “M” di Antonio Scurati

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