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Mercoledì, 28 Febbraio 2024
Libertà di pensiero

Libertà di pensiero

A cura di Carmelo Sciascia

Un incontro con Giulio Ferrari: un antesignano del Museo di Piacenza

Nel 1897 troviamo il professore Giulio Ferrari, nativo di Reggio Emilia, nelle scuole di Piazza Armerina, città nel cuore della Sicilia, fondata da coloni lombardi dell’area ligure-piemontese. La città oggi è nota per la villa imperiale del Casale che il nostro professore non aveva avuto la fortuna di potere ammirare essendo stata scoperta molti anni dopo, nel 1950.

Giulio Ferrari era nato a Reggio Emilia nel 1858, inizia la sua attività artistica da pittore, allievo di Fontanesi, ma ben presto si dedicherà agli studi storico-artistici ed all’insegnamento, grazie alle sue molteplici attività di studioso sarà nominato accademico d’onore dell’Accademia di S. Luca a Roma, città dove morirà nel gennaio del 1934.

Lo troviamo a Piacenza nel 1899. Fu tra i promotori e fondatori del Museo cittadino, e qui a Piacenza pubblicherà nel 1903 un saggio dal titolo: Il Botticelli e L’Antonello da Messina del Museo Civico di Piacenza.

Qui ci fermiamo con le notizie biografiche sul Ferrari, perché nell’ottobre di questo nostro 2023, centovent’anni dopo l’ho incontrato in Sicilia. Sì, mi è capitato di avere tra le mani proprio quel suo saggio su Botticelli e l’Antonello da Messina. Sono solo venti pagine, ma sono pagine delicate e graziosissime. Le riproduzioni delle due opere (quattro tavole: tre Botticelli, una Antonello) ed i loro particolari sono protette da fogli trasparenti che ne impreziosiscono la grafica, oltre alle tavole sono presenti anche quattro incisioni.

Il saggio si apre con un festone in rosso, nastri svolazzanti e lo stemma della nostra città, è stato stampato a Milano dalla tipografia Umberto-Allegretti, via Orti, 2. Il particolare della quarta di copertina, oltre alla grafica di un ex libris, presenta un adesivo dorato della cartolibreria Giovanni Stucchi di piazza Borgo.

Nel saggio viene riassunta la storia dei due dipinti, dalle prime expertise ai giudizi dei contemporanei, dai primi dubbi alla certezza che i due capolavori siano opera proprio del Botticelli e di Antonello. Credo sia stata utile, per l’attribuzione a Botticelli anche questa pubblicazione. Così il Ferrari: “La quale (la tavola del Botticelli) da alcun, è ritenuta cosa di Filippo Lippi, ma davvero non so con quale fondamento. L’impressione che a prima vista si prova di opera botticelliana è aumentata dall’attento esame di ogni particolare. Disegno, modellatura, colore, le deficienze stesse, i minimi dettagli delle figure nel paesaggio in ogni accessorio e infine la potenza di espressione, tutto palesa l’autore. Il colorito delle carni al Botticelli peculiare, le mani della Vergine, le particolarità dello sfondo, il tutto accostato alle opere accertatissime di Botticelli non lascia dubbio”.

Per la tavola del Cristo alla colonna, parlando delle opere del collegio Alberoni, così scrive il Ferrari: “Tra quelle pitture di diverso soggetto che quasi tutte attestano ottimo gusto in chi le raccoglieva, ebbi, sono ormai due anni, a rilevare una tavoletta assai annerita e non poco guasta da vernici e screpolature, di finissima maniera e colla scritta: 1473 – Antonellus messaneus me pinxit- ne diedi conto alla Rassegna d’Arte. Il sommesso mio, ebbe conferma dal prof. Stefano Bruzzi, da Antonio Venturi, dal Prof. Toesca, da Corrado Ricci e da Francesco Malaguzzi”. Descrive poi il restauro dell’opera affidato, dalla commissione dell’Alberoniano, al Merlatti.

Minuziosamente si fa riferimento ai passaggi tecnici eseguiti dal restauratore per raddrizzare la tavoletta e riportare alla luce i colori originali opacizzati dalla sovrapposizione delle vernici.

Da sottolineare il preciso giudizio critico del Ferrari nei riguardi di quest’opera, che dopo la dovuta descrizione così puntualizza: “Che dire del sentimento? Quanti dotti e profani d’arte hanno visto il forte dipinto sono rimasti affascinati da quello sguardo che penetra e fa pensare. Vi è scolpito così grande e calmo dolore che, a mio avviso, fa di questa tavola uno dei capolavori dell’arte italiana. È difficile rinvenire in altra pittura antica più intenso verismo e idealità maggiore”.

A proposito di coincidenze è strano come questo saggio sia stato rinvenuto a Messina, la patria del nostro Antonello, adesso si trova a Casa Sciascia a Racalmuto.

Dalle poche pagine si possono ricavare un’infinità di notizie storiche: sugli ideatori del Museo a Piacenza e sulle varie sedi che erano state ipotizzate, sui quadri che avrebbero fatto parte della raccolta, del contributo dei nobili e dei notabili della città, del contributo delle istituzioni ecclesiastiche ed in particolare del vescovo G. B. Scalabrini alla realizzazione del museo stesso.

Completano il saggio due paginette di Note, piene di riferimenti circa il costituendo Museo Civico Piacentino. Si ha perfino l’elenco completa dei nomi della Commissione che avrebbe dovuto prendere le necessarie iniziative per la realizzazione del Museo d’Arte di Piacenza. Non mancano i riferimenti a storici piacentini ed alle loro opere. Il Ferrari aveva scritto sulla Libertà del 4 marzo 1903 un articolo dove rendeva conto dello stato dei lavori e delle pratiche che fino ad allora erano state portate avanti per la realizzazione del Museo Civico. In queste note dà ulteriori ragguagli circa un Comitato per una Mostra d’Arte Sacra che si era tenuta l’estate precedente come stimolo alla realizzazione del Museo, si accenna inoltre al restauro di Palazzo Gotico come probabile sede museale.

Tutti noi adesso sappiamo il seguito degli eventi che hanno portato alla realizzazione del Museo a Palazzo Farnese. Oggi abbiamo uno dei musei più completi che si possa immaginare. Un museo che contiene opere uniche come il Fegato etrusco ed il tondo Botticelli, reperti archeologici e della romanità, la sezione del Risorgimento, la raccolta delle armi medioevali, le grandi rappresentazioni dei Fasti farnesiani e dulcis in fundo la sezione dedicata alle carrozze. Il tutto in un contenitore come il magnifico Palazzo Farnese che ci ha lasciato in eredità la duchessa Margherita d’Austria, la moglie di Ottavio e figlia naturale di Carlo V.

Se ciò è stato possibile lo dobbiamo anche al saggio di Giulio Ferrari “Il Botticelli e L’Antonello da Messina del Museo Civico di Piacenza”. Un’intuizione che il tempo e la tenacia dei tanti piacentini, illustri e meno illustri, ne ha permesso la realizzazione, noi non possiamo che averne cura e proseguirne lo sviluppo.

Un incontro con Giulio Ferrari: un antesignano del Museo di Piacenza

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