Libertà di pensiero

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Vito Mancuso: l’arte è tale quando comunica la bellezza. La natura ne è la prima sorgente

Pur avendo presente tutte le brutture della realtà quotidiana, l’uomo deve tenere presente l’armonia interiore e cercare di realizzarla

Era uno dei primi giorni del mese di Novembre dell’oramai lontano 2015 quando alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, organizzato dall’Associazione culturale Alice, si svolse un incontro, che ha visto come ospiti il politico piacentino Pierluigi Bersani ed il teologo Vito Mancuso, tema della serata, l’enciclica di Papa Francesco: - Laudato si’ -. Non ci occuperemo del pensiero politico espresso allora da Bersani, quanto della concezione estetica di Mancuso che torna a stuzzicarci con le sue teorie estetiche. “Questa vita” nel 2015 era il libro da poco pubblicato da Mancuso ed in quel libro ci presentava, in contrasto con le teorie evoluzioniste, la sua concezione della natura come armonica aggregazione finalizzata al bene. Armonia e bellezza che l’Autore, aveva sviscerato allora e che continua a proporci anche con quest’ultima opera: “La via della bellezza” (Garzanti, 2018, pag. 204).

Mancuso, oltre che filosofo è un teologo. Come teologo quindi esamina l’estetica da un punto di vista etico: un postulato che conduce al riconoscimento di un’armonia del mondo, come realtà creata, come prodotto divino. C’è già nell’arte greca ben delineato un concetto simile che verrà più tardi ripreso e teorizzato da Sant’Agostino. Il vescovo d’Ippona fin dalle prime pagine di quest’opera, viene subito citato: “Non appare forse a chiunque abbia integri i sensi questa bellezza? Perché dunque non parla a tutti nello stesso modo?”.

L’attenzione viene subito focalizzata sulle due diverse ed opposte scuole di pensiero più comuni, il relativismo basato sulla soggettività ed il dogmatismo che si regge sull’oggettività. A questo punto la soluzione della dicotomia appare già dall’inizio scontata, visto che l’autore considera la natura quale prima sorgente della bellezza, l’essere umano quale seconda sorgente ed infine l’arte quale terza sorgente della bellezza stessa. Queste premesse portano il Mancuso ad una spietata critica dell’arte concettuale e delle avanguardie del novecento, le quali si basano sul principio della comunicazione. Quella comunicazione che è oggi alla base della pubblicità commerciale che si fonda sulla costruzione ideale e quindi concettuale del prodotto. Allora sorge spontanea l’esigenza di specificare: “Il punto non è la capacità di comunicazione, quanto piuttosto se tale comunicazione sia qualificabile come arte”. L’arte quindi deve avere come elemento costitutivo non la semplice comunicazione ma la comunicazione della bellezza. A sostegno di tale affermazione l’autore ricorre ad O. Wilde: “L’artista è il creatore di cose belle”.

Ma se ritorniamo per un momento a Sant’Agostino, ci rendiamo subito conto come il vescovo di Ippona nelle Confessioni sostenga proprio la scoperta della verità attraverso la bellezza. Si identifica la bellezza con la verità in quanto la bellezza è “spectaculum veritatis”. Cioè, la bellezza ha in se il concetto della verità rivelata: è il visibile della divinità invisibile. È una concezione che permea tutta la civiltà medioevale ed oltre, giungendo a plasmare il senso comune dei giorni nostri.

Questa concezione è simile a quella sostenuta da Plotino che fonda la bellezza sulla semplicità, sull’armonia e la simmetria o, ciò vale soprattutto in pittura, nell’accostamento ponderato dei colori.

Noi siamo stati educati secondo un senso comune che considerava intrinsecamente bella soltanto la natura e le sue manifestazioni, il prodotto artistico diventa bello unicamente in quanto ne partecipa.

Questa remora l’abbiamo ereditata da una visione tolemaica dell’universo, secondo cui l’ordine Dio -uomo- mondo doveva rispecchiarsi in ogni attività spirituale ed umana. È la visione che troviamo in Dante Alighieri, in tutta la sua opera, magnificamente espressa nel canto I del Paradiso, di cui riportiamo solo due terzine:

Ond’ella, appresso d’un pio sospiro,

li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro, 102
e cominciò: "Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante. 
105


Commentiamo queste due terzine:

Allora lei, Beatrice, dopo un sospiro devoto, mi guardò con l'aspetto di una madre che si rivolge al figlio che dice sciocchezze, e iniziò: «Tutte le cose create sono ordinate fra loro, e questa è la forma che rende l'Universo simile a Dio». È meraviglia come il nostro autore, discorrendo sull’esperienza della bellezza, non citi Dante a sostegno delle proprie tesi, quanto autori quali Dostoevskij o Simone Weil.

Certo risulta superata (e meno male) la gerarchia che si assegnava all’arte figurativa: l’espressione più importante era la rappresentazione sacra, il quadro religioso ed il ritratto della figura umana, in secondo luogo il paesaggio ed infine la natura morta, le cose inanimate per antonomasia.

Nel capitolo sull’Armonia è interessante il concetto espresso sulla libertà. L’uomo soffre e questa sofferenza impedisce di raggiungere una superiore armonia. La dottrina cattolica aveva collocato il male nel peccato originale, ma il serpente esisteva ancora prima che Adamo ed Eva mangiassero la mela, quindi l’armonia era stata infranta prima che le prime creature avessero morsicato il frutto proibito. Allora il peccato, non potendo giustificarsi con un’imperfezione divina deve per forza “rappresentare con un mito efficace l’aporia della libertà”. E quindi pur avendo presente tutte le brutture della realtà quotidiana l’uomo deve tenere presente l’armonia interiore e cercare di realizzarla.

Interessante il capitolo che tratta dell’ambiguità, dove si sostiene il connubio necessario ed inscindibile di etica e d’estetica. L’etica senza estetica diventa fanatismo, si pensi agli iconoclasti, così come l’estetica senza etica diventa puro estetismo come l’arte dei regimi totalitari. La frase conclusiva dell’opera: “La vita è un viaggio la cui meta è la verità e la cui via maestra è la bellezza”. Questo il messaggio del libro: ancora una volta, ce ne fosse di bisogno, Sant’Agostino!

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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