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Libri piacentini

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A cura di Renato Passerini

A proposito di tifoserie avversarie

Tornano di rumorosa attualità – ma le sono per la verità sempre state – le guerre fra tifoserie avversarie che amano scambiarsi botte da orbi. Non ci sarà mai modo di metter pace tra gli sfegatati delle tribune di calcio?

            Umberto Fava a modo suo l’ha trovato, e raccontato da pag. 30 nel suo romanzetto “Il bel tacer” del 2011. In scena, anzi in pagina, la Professora, habitué di prime teatrali, gallerie d’arte, circoli culturali, e il Pino, cameriere dai piedi piatti, che invece di conoscere come la sua bella pittori, poeti, scrittori, attori, registi, pianisti, critici, conosceva nella sua trattoria più che altro impiegati, fattorini, commesse, rappresentanti, negozianti, al massimo qualche ragioniere di banca, qualche geometra, un paio di maestre.

            Lei lingua lunga, lui di poche e incerte parole. Insomma, una coppia decisamente imperfetta, e dunque imperfettamente felice, che però è sempre meglio che perfettamente infelice. Ma insieme raccontano che val di più sorridere prendendosi in giro che prendersi a botte e a legnate.

Ecco l’episodio dal capitolo IV.

Renato Passerini

            ROMEO E GIULIETTA ZERO A ZERO

            Una domenica lo costrinse a darsi per malato e lo portò con il suo gruppo filolirico a Genova a sentire l’opera. Sul pullman discorrevano di soprani, mezzosoprani, tenori e baritoni, di romanze, di voci e di direttori d’orchestra, di opere. Hai sentito questa, hai sentito quella. Il Pino non aveva sentito niente, e stava zitto.

            Erano tutti bei pacifici, a parte la Professora che aveva fatto passare il pullman attaccando bottone con tutti. Uno zufolava la marcia dell’Aida, un’altra canticchiava fra sé Sì, mi chiamano Mimì.

            Arrivarono a Genova, e appena fuori dal casello autostradale nessuno, neanche un cane, che degnasse di uno sguardo il pullman dei filolirici. Tutti, a cominciare da polizia e carabinieri, non avevano occhi che per quegli scalmanati di tifosi che erano venuti a vedere un incontro di calcio. Sì, quella fu la famosa domenica in cui in coincidenza con l’opera al Carlo Felice, al Marassi si giocava una partita di pallone.

            Il Pino sapeva a stento una cosa: che a teatro andava a sentire i Capuleti e i Montecchi di Bellini, e basta. Gli interessava poco questo, figurarsi chi giocava allo stadio. Ma per uno strano caso del destino la cosa era destinata a interessare anche lui, eccome.

            Tutto perché dall’alto delle gerarchie arrivò a Genova, alle forze di polizia, un ordine. Per evitare tafferugli e sommosse allo stadio e contemporaneamente educare le masse all’arte e alla musica, si ingiungeva di prendere tutti quelli che erano a teatro a sentire l’opera e portarli allo stadio a vedere la partita, e prendere viceversa tutti quelli che erano a vedere la partita e portarli a sentir cantare i Capuleti e i Montecchi.  I trasferimenti avvennero – con autobus, corriere, camion, camionette, furgoni di polizia e carabinieri - non senza malumori, proteste, resistenze e grande confusione. E perfino un principio di rivolta.

            Per il gruppo di filolirici le cose non andarono del tutto male. Ci fu sì, all’inizio, una sorta di trauma, quando toccò loro ascoltare, con disgustato stupore, quella doppia banda di stonati cantare, con la mano sulla pancia., Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, e ognuno di loro andare, in quanto a tempo, per conto suo. Per poco non li fischiavano. Qualcuno poi protestò per quel suono stridulo e fastidioso che mandava il fischietto dell’arbitro. Non era meglio sostituirlo, mettiamo, con un bel clarinetto? Ma poi i filolirici non ebbero in sostanza altro di cui lamentarsi. Anzi, a qualcuno di loro scappò di gridare “Bis!”, e un giocatore che sentì gli borbottò dietro: “Ma cosa vuole quello lì. Aspetta un attimo, lasciami almeno fare un gol”.

            Guardando dall’alto della gradinata il campo di battaglia che aveva ai suoi piedi, il Pino chiese alla Professora che sapeva sempre tutto: “Chi sono i Montecchi? Questi o quelli?”.

            Il fatto è che il nostro cameriere piedipiatti aveva un’idea molto vaga di una partita di calcio. Era probabilmente da quand’era ragazzo che non ne vedeva più una e si sentiva molto spaesato. Sapeva, per sentito dire, che per andare allo stadio ci volevano almeno tre cose: portarsi dietro il cuscinetto coi colori della propria squadra da mettere sotto il sedere, non la squadra, s’intende, ma il cuscinetto, e lui partiva subito male, primo perché non aveva avuto né tempo né modo di comprarlo, secondo perché non sapeva quali fossero i colori della sua squadra, e terzo non sapeva neanche quale fosse la sua squadra. Poi, urlare all’occorrenza “Arbitro mutandone” o alcune sue varianti, tipo “Arbitro venduto” e “Arbitro cornuto”. E poi, e qui veniva il bello, essere pronto a scambiarsi botte da orbo con l’altra tifoseria, e chi le dà le dà e chi le prende peggio per lui, e il povero Pino era svantaggiato anche qui, perché non sapeva a chi darle, c’era solo da prenderle.

            “I Montecchi? - rispose dopo un po’ la Professora, sempre presa con le sue chiacchiere – Sono quelli lì con le maglie nere, non vedi?”.

            “E i Capuleti?”.

            “Come i Capuleti? Sono gli altri, chi vuoi che siano, quelli con le maglie bianche”.

            Anche il Pino lasciò passare un altro po’ di tempo, seguendo i suoi pensieri vagabondi, poi chiese ancora: “Tu per chi tieni, per i Montecchi?”.

            “No, per i Capuleti”.

            “Allora io tengo per i Montecchi”.

            Adesso il Pino sapeva tutto quello che c’era da sapere. La partita era appena cominciata che il Pino borbottava fra sé: “Come la fanno lunga questi qua”. E per quasi tutto l’incontro non fece che pensare a una cosa: perché all’inizio, al lancio della monetina, non si fa così. Se viene testa vince una squadra, se viene croce vince l’altra e piantarla lì subito e andare tutti a casa. Non è più semplice?

            “E’ un’idea, ma non si può”, gli rispose gentile il filolirico di un’altra città a cui il Pino aveva posto il problema parlandogli a bassa voce per non farsi sentire dalla Professora.

            Le cose comunque filarono via lisce quasi come l’olio, non ci fu bisogno di darle o di prenderle, nessuno cadde morto, né Romeo né Giulietta, e nemmeno nessuno delle loro casate. Non ci furono urli e insulti, invasioni di campo, né lanci di bottigliette o di petardi o di sedie o di razzi o di molotov. Solo qualche spintone in campo, qualche sgambetto, qualche calcio nelle gambe, qualche manrovescio e qualche colpo di lotta libera scambiato quando l’arbitro guardava da un’altra parte. Insomma, una battaglia incruenta.

            I filolirici ebbero un comportamento esemplare, direi signorile. Ma il Pino non pensava solo alla monetina dell’arbitro, e quando un lungo colpo di fischietto diede il segno che la partita era finita e gli spettatori filolirici si avviarono verso l’uscita, al Pino venne da chiedersi cosa restava di quell’accanimento, quel correre e quell’affannarsi e quel darsi calci e gomitate e tirarsi le maglie. Qualche gol da una parte e dall’altra, se c’era, e se non c’era? Se non c’era, t’arrangi, e zufoli da merlo. Ma in un caso o nell’altro, era tutta roba senza sostanza che faceva gridare la gente sugli spalti, ma non faceva semenza, non dava frutto, faceva soltanto rumore, restava solo un bel prato calpestato e un bel po’ di carte per terra. L’immagine perfetta della vita: un paio d’ore piene di strepiti e furia che non significano nulla.

            Nell’uscire trovarono ai cancelli la tv che li aspettava. Un giornalista chiese – a caso – proprio al Pino: “Prego, una sua impressione a caldo”.

            Stava per aprir bocca, ma la Professora che gli era alle costole lo prevenne e rispose per lui: “Una cosa stupenda. Un’opera bellissima. Il tenore poi...”.

            “Ma quale tenore?”.

            “Sì, il tenore, che voce, che acuti!”. Sì, segno che quando non chiacchierava era in oca, e quando non era in oca dormiva.

            Al Carlo Felice altro che applausi. Anche lì se ne sentirono raccontare delle belle. Tanto per cominciare…

            “Non ce n’è bisogno – ripetevano le maschere e gli altri addetti al teatro a vedere che i tifosi arrivando a ondate con le bandiere e gli striscioni e storcendo il naso su tutto si portavano dietro ciascuno il proprio cuscinetto.

            “Qui abbiamo comode poltrone”, seguitavano a dire. Ma inutile, era parlare al vento. I tifosi - di qualunque colore o multicolore fossero – erano troppo abituati a sentirsi sotto il sedere il morbido del loro cuscinetto personale.

            Da una parte s’erano seduti quelli che parteggiavano per i Capuleti, dall’altra quelli che stavano per i Montecchi. Si guardavano in cagnesco pronti ad affrontarsi, e intanto in tasca si scaldavano le catene in attesa di tirarle fuori e scambiarsi carezze sul groppone e srotolare gli striscioni con reciproci insulti e far funzionare l’artiglieria tirandosi dietro petardi, razzi e bombe-carta.

            Non potendo gridare “Arbitro cornuto”, gridavano “Direttore bacchettone” ed anche “Direttore trombone”. Gli uni urlavano “Non toccate Romeo”, gli altri rispondevano “Giù le mani da Giulietta”.

            Siccome non potevano seguitare solamente a gridare, ma dovevano pure far scoppiare disordini e scontri, subito alle prime scene fecero anche un’invasione di palco, e direttore e regista dovettero correre alla ribalta per dividere i contendenti, sedare gli animi, pregare di tenere le mani a posto. E allora Capuleti e Montecchi s’incolpavano a vicenda: “Hanno cominciato loro, hanno tirato fuori le spade per primi”.

            “E voi lasciate stare i bastoni, le catene e le bombe”, dicevano regista e direttore, esortandoli alla pace, che tanto era già tutto scritto e deciso, che era tutto per finta, che alla fine sia Giulietta che Romeo erano destinati a morire tutti e due. Che insomma si finiva zero a zero.

            Fu allora che dalla tifoseria – non si sa di quale colore o multicolore – si alzò un grido di protesta: “Ma alora vala a ciapa”, proprio così, un linguaggio poco da opera lirica.

            Era dura pure per loro, i pallonari, i bacaioni, i casinisti della domenica, i picchiatori del tifo con le mani pesanti capire che anche una partita di calcio ha sotto un tranello, una beffa, e che tutto – partite, passioni, grida, furia – tutto finiva in uno zero, in un niente.

            Fra le centinaia di sportivi convogliati per forza quella domenica a teatro ci credereste se vi dicessi che, guarda caso, c’era anche il Piero, l’amico del Pino, tifoso non si sa di che colore o multicolore? No, io non ci crederei, ma ve lo conto lo stesso.

            Il poveretto era venuto a Genova per vedere la partita al Marassi e s’era trovato, per volere del destino, al Carlo Felice ad ascoltare i Capuleti e i Montecchi di Bellini. Si era prudentemente tenuto in ombra, in disparte da ogni eccesso, ma all’uscita fu proprio lui, guarda caso, ad essere scelto dalla tv, anche lui per un commento a caldo.

            Il Piero non era mica una suorina, era uno col pelo sullo stomaco che correva dietro alle badanti, quella di suo nonno, ma anche le altre e che poi passava i sabati sera all’osteria del Ginetto cantando altro che Bellini, Capuleti e Montecchi. Dandoci dentro con “Putost che tò una dona me tog una Gilera...”. Quella volta, però, frastornato com’era, forse impressionato dalle tante novità, teatro, orchestra, musica, romanze, gorgheggi che per lui era come sentire parlare in milanese un palermitano, rispose balbettando e quasi piangendo: “Giulietta è morta, è morto Romeo e anch’io non mi sento troppo bene...”.

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