Libri piacentini

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"Calendasco, evoluzione di un territorio nell'architettura"

La nostra sezione Cultura, curata dal giornalista Renato Passerini, dedica questo spazio alla segnalazione e recensione di libri piacentini. Ne entrano a far parte le opere che trattano argomenti riguardanti la nostra provincia: geografici, storici, ambientali, economici, urbanistici, folcloristici, ecc.; a queste si aggiungono i libri e le recensioni di autori piacentini, per nascita o per adozione, e i cataloghi delle esposizioni allestite sul territorio provinciale. Saggi e recensioni di amici del nostro blog

"Calendasco, evoluzione di un territorio nell'architettura"

Autore Fabio Bianchi
Edito da Tip.Le.co
Formato cm 21 x 26,5 - brossura

Pagine 232

ISBN 9788832174021

Prezzo di copertina euro 25

La storia di Calendasco, del suo territorio e di alcuni dei suoi millenari edifici, è stata ricostruita in questo libro - che unisce testi caratterizzati da competenza professionale e scientificità ad una grafica stuzzicante - dall’architetto e giornalista Fabio Bianchi che fornisce un importante contributo alla storia locale, costruito scoprendo e indagando documenti d'archivio in gran parte inediti. Il libro, suddiviso in cinque parti, evidenzia come le coordinate del territorio comunale di Calendasco non siano mutate nei secoli, a mutare è stato l'ambiente, che lentamente è stato adattato alle esigenze umane con una profonda incidenza delle varie tipologie di architettura rapportate alla vita civile, pur conservando la propria identità. Ripercorre la storia del territorio dalle origini preromane al Medioevo dei pellegrinaggi, dall'Epoca Moderna ai giorni nostri illustrando la nascita di una comunità la cui vita ruota attorno agli edifici sacri, agli istituti scolastici e al Palazzo Municipale.

«Il Catasto Napoleonico - scrive l’autore - con la sua oggettività offre solo certezze: è il primo modello convenzionalmente accettato per rappresentare il reale. Prima c'erano solo mappe, schizzi e disegni dal valore solo episodico nonostante - in taluni casi - l'accattivante grafia. Il discrimine nella storia della disciplina cartografica è allora proprio il Catasto napoleonico. Calendasco, come del resto gran parte dei Comuni del nord Italia, entra così nella modernità. Ecco allora come cambia la vita e la percezione del territorio, d'ora in avanti indissolubilmente legato all'architettura. Da allora la misurazione e la consistenza del territorio sono sempre più legate alle strutture edilizie ed architettoniche. Fino a tutto il '700 i punti fissi su Calendasco erano pochi: castello, chiesa, oratori, qualche monastero e, naturalmente, abitazioni spesso fatiscenti. Lungo 1'800 sono soprattutto i poderi agricoli a catturare l'attenzione, sono le unità produttive più importanti».

Alcune immagini del volume:

- Chiesa Co Trebbia vecchia, fine ‘800,

- Piena del Po, 1907,

- Uno degli ultimi mulini sul Po (Primi XIX secolo)

CONOSCIAMO L’AUTORE

Fabio Bianchi è nato Piacenza (1964), dopo la maturità scientifica al “Respighi", ha conseguito la laurea in “Architettura” (Politecnico di Milano) e poi la laurea in “Conservazione dei beni culturali” (Università di Parma). Oltre a svolgere l’attività di libero professionista, è stato Responsabile ufficio tecnico comunale di Borgonovo e dal 2005 è funzionario di Ireti s.p.a. sede di Piacenza. Giornalista pubblicista con predilezione per il mondo dell’arte, questo è il secondo testo di storia locale avendo in precedenza pubblicato “Cotrebbia. Origine e storia di una comunità” (1996) dedicato alle frazioni Cotrebbia Vecchia e Cotrebbia Nuova sempre di Calendasco.

Quanto contano la routine della professione e la libertà di studiare e scrivere di storia e di arte?

Il lavoro assorbe molte energie, ma può – viceversa – stimolare la ricerca. Infatti come – penso - molti altri studiosi vivo e sento l’indagine libraria ed archivistica come una valvola di sfogo. Il conflitto fra necessità e libertà è sempre presente: in questo caso poi ho pubblicato materiale in gran parte inedito sul mio Comune, sul “natio borgo selvaggio”. Scoprire vecchi documenti in archivi del nord Italia (Parma soprattutto, ma anche Lodi, Milano, inaspettatamente Verona) mi ricaricava continuamente. Sottolineo un altro aspetto: questo volume poteva essere assai più corposo, ho dovuto sorvolare e sintetizzare. Ho tralasciato infatti tutte le pergamene alto e basso medioevali perché richiedevano competenze specifiche. E poi ogni singolo capitolo potrebbe originare altri volumi: l’epoca romana è infatti ben documentata, quella medioevale da approfondire, potrebbero poi spuntare fondi tuttora ignoti degli ultimi secoli.

Come è nata l’idea di questo libro?

Nessuno aveva mai scritto niente sul territorio di Calendasco e sulle sue – illustri ritengo – architetture. Il territorio di Calendasco, per la vicinanza a Piacenza, è di precoce urbanizzazione e l’armatura stradale romana con resti di centuriazione ha resistito fino ad oggi. L’enclave poi – il Po a nord, la via Emilia/Postumia a sud, il Trebbia ed est e, se vogliamo, il Tidone ad ovest – ne ha condizionato la crescita. Sicché i caposaldi architettonici di oggi sono gli stessi di ieri: dai monasteri alle case-torri, dalle chiese ai castelli, le emergenze architettoniche scandiscono il tempo. Dall’alto al basso Medioevo, dal ‘500 ai primi del ‘900, il territorio di Calendasco offre uno spaccato di interessanti tipologie architettoniche prima in gran parte religiose, poi in gran parte civili.

Diverse le motivazioni ispiratrici: passione per la ricerca; tutelare e valorizzare elementi oggi ormai scomparsi; componente affettiva per il Comune di residenza; stimolo implicito verso altri settori del sapere (culto, istruzione, demografia …). Mi piace ricordare un passo di Lewis Mumford, famoso sociologo ed urbanista americano, in un passo di un suo famoso saggio e cioè “Il valore della storia locale” (1929): «… tutti noi in fondo condividiamo l’opinione che non ci sia grasso più gradito di quello che è attaccato alle nostre ossa. E’ questa convinzione che dà valore alla storia locale … che è una sorta di caposaldo al quale tutti i tipi più diffusi e specialistici di storia devono ritornare, per verifica, come a un punto di riferimento … Una volta che si comincia a seguire le fila della storia locale, dell’industria locale, delle persone locali, si trova che esse conducono in ogni direzione …».

Ci può segnalare qualche particolarità?

Ce ne sono moltissime, mi limito all’ex monastero di “Caput Trebiae” ora Cotrebbia Vecchia: esistente nell’VIII secolo, ospitò nientemeno che le celeberrime “Diete di Roncaglia” del 1158 grazie anche a mediazione e prestigio dell’Ordine Templare. “Caput Trebiae” era infatti “mansio” templare: fino a poco tempo esisteva un laghetto essendo, i Templari, vegetariani; e poi nell’oratorio interno a questo complesso conventuale c’era un’acquasantiera con effigiata la Tau templare, forse originale e sfuggita all’Inquisizione. Sottolineo inoltre come il complesso del “Gorgolare” rappresenti tuttora una stratificazione di valori per molti aspetti sconosciuti e difficili da decifrare. Infine l’attuale plesso scolastico del capoluogo, la scuola elementare e media “Guido Gozzano”, nacque alla fine degli anni ’30 come “Casa del Fascio”, era cioè una “G.I.L.-Gioventù Italiana Littorio” con sul lato posteriore un campo per gli esercizi ginnici del “sabato fascista”.

Ci sono infine altre curiosità da sottolineare?

Vorrei ricordare almeno due altri punti caratteristici. E cioè:

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  1. nella località “Castellazzo” c’è una concentrazione e sovrapposizione di diverse tipologie edilizie, di almeno tre diversi fabbricati di respiro monumentale. E questo si spiega perché “Castellazzo Farnese” era una delle residenze dei duchi di casa Farnese; vicino c’era “Villa Falconi” detta anche “La frateria” perché qui alloggiavano i religiosi a seguito – appunto – dei Farnese; poco più distante c’è “Villa Manfredi” con il fossato intorno ed una casa-torre detta “Casa del capitano” dove sostava la guarnigione militare che seguiva i Farnese.
  2. Infine sottolineo che anche a Calendasco, come in molti altri comuni rivieraschi, c’erano i “mulini sul Po” cioè quei mulini natanti o fluviali che macinavano farina spostandosi lungo il Po e servendo varie località sulle due sponde e che Riccardo Bacchelli immortala nel suo famoso romanzo “Il mulino del Po”.

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Commenti (1)

  • Complimenti a Fabio Bianchi

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