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Venerdì, 14 Giugno 2024
Libri piacentini

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A cura di Renato Passerini

La riapertura del teatro di Grazzano Visconti

Caro amico ti scrivo, per rubare un ricordo al passato, di quando un magico teatro ducale si svegliò – per un soffio d’amore teatrale – da un lungo sonno e tornò alle sue magie da palcoscenico. Fu un tempo così lungo e così breve. E così memorabile.

         E’ stato a lungo il bell’addormentato nel borgo. La notizia del suo risveglio è di quelle così piacevoli che consola di tante altre spiacevoli: riapre il teatro di Grazzano Visconti. La storia di questa sala teatrale – aperta dal duca Giuseppe Visconti e certo frequentata da giovanissimo anche dal figlio Luchino – ha cent’anni e passa, un tempo passato in gran parte al buio. Ma fra il passato remoto delle origini e il presente c’è stato un passato più prossimo che non è stato solo silenzio, perché ha visto filtrare là dentro più che uno spiraglio di luce. Le luci della ribalta.

         E’ stato a metà degli anni Settanta del secolo scorso, con la scoperta, diciamo così, e il recupero dello spazio grazie al locale circolo Carlo Erba da te presieduto, caro amico Renato Passerini, e al gruppo filodrammatico I Soliti diretti dall’altrettanto stimato amico Gianni Sartori. Con il benevolo e cortese consenso, s’intende, dei padroni di casa, che si sa sono i Visconti di Modrone.

         Così, anche se per poche stagioni – fino ai primi anni Ottanta - la sala si è riaperta al movimento e alla vita della scena, ai gesti e alle battute degli attori, impegnati per lo più in testi dialettali, e alle risa e agli applausi del pubblico.

         “Per favore...”, avvertivo in una mia cronaca teatrale su Libertà il 12 novembre 1975, all’aprirsi di quella straordinaria avventura. “Per favore, non chiamatelo teatrino. Se no si arrabbiano. E’ il “Piccolo Teatro” di Grazzano Visconti.  Di questa perla del borgo s’era quasi scordata l’esistenza”.

         L’ultima rappresentazione di cui si aveva ricordo era di almeno 25 anni prima. Un vago ricordo, quasi sepolto nel passato, di uno spettacolo allestito dagli stessi Visconti per una eletta cerchia di amici e conoscenti. Un divertissement familiare in cui i castellani di Grazzano provavano l’emozione di recitare e si toglievano la voglia di fare, sulla scena, la parte del maggiordomo o del cocchiere.

         A lungo poi il teatro rimase chiuso e il sipario calato. Solo saltuariamente riapriva le porte per feste, mostre e intrattenimenti musicali. Insomma, un teatro usato non per fare teatro. Finché sopravvenne la felice iniziativa che restituì il “Piccolo Teatro” alla sua destinazione originaria.

         Qui allora sono passati i cavalli di battaglia che i Soliti di Gianni Sartori avevano portato anche al Municipale, alla Filo, in piazza Cavalli, alla Famiglia Piasinteina, in sale parrocchiali e saloni della provincia, in campi sportivi, sotto portici, in ospedali e case di riposo, in capannoni, chiese, aie campagnole, ed anche   in tournée su navi in crociera. Non solo le loro spassose commedie in vernacolo, ma anche approdarono lì lavori in lingua come “La torre” di Peter Weiss e “Dio” di Woody Allen allestiti dalla compagnia piacentina La Combriccola di Aldo Verrone, che si è fra l’altro più volte esibita da vincitrice a Pesaro al Festival nazionale d’arte drammatica.

         Fu un tempo di entusiasmi, passioni, scoperte e aspettative, con serate ricche di pubblico e di ovazioni. Ma non si sapeva che sarebbe stato un tempo così breve. Un tempo incredibilmente così breve e così lungo, col dolce rimpianto delle cose belle e il fascino remoto di una meteora. Di quando nel buio della sera si raggiungeva il teatro del Castello, anch’esso nel tipico gusto grazzanese, in linea con lo stile di tutto il borgo, col cotto tosso dei mattoni dei muri e l’ombra scura dell’edera. E qui davano il benvenuto le due biancheggianti statue ai lati dell’ingresso, e sul fianco la bruna sagoma dell’arciere che col braccio levato reggeva la fiaccola.

         Quella fiaccola che, rimasta spenta per tanto tempo e tornata allora a risplendere, sembrava guidarmi dove adesso si spengono le luci in sala, si apre il sipario e, signori silenzio, si recita: l’attore diventa personaggio e il palco diventa il teatro del mondo.

         Umberto Fava   

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