Locale-globale. Noi visti da fuori

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Città vs campagna

I dati globali sembrano denunciare che la popolazione si sta concentrando nelle città. Le città non sembrano però il miglior luogo per vivere

La diffusione di dati globali che appaiono molto diversi dalla nostra realtà locale e la nostra frequente distrazione e superficialità nell’analizzarli può farci incorrere in errate valutazioni. A mio giudizio una riguarda la nota diatriba tra città e campagna. I dati globali infatti sono pesantemente influenzati da fenomeni che scaturiscono dai colossi demografici mondiali: India, Pakistan, Cina, Indonesia, Brasile, Messico, Stati Uniti. Questi sette Paesi da soli superano la metà della popolazione del globo ed in essi è abbastanza evidente che il fenomeno che stiamo osservando va nella direzione di un progressivo abbandono delle campagne nella direzione delle città, che in questo caso è corretto definire aree metropolitane gigantesche, soprattutto se confrontate con le dimensioni delle città italiane.1-13-6

Se osserviamo le città emiliano-romagnole ed in particolare Piacenza ed il territorio di sua pertinenza questo dato non si conferma. Nel 1966 Piacenza festeggiò la sua prima cittadina oltre i centomila abitanti, oggi a 54 anni di distanza, attraversati dal boom economico e demografico di quegli anni, la città conta ancora poco più di centomila abitanti, molti dei quali risultano residenti nel capoluogo ma vivono da anni nelle ex seconde case di campagna.

Milano, area metropolitana a noi vicina che nelle pagine dei giornali nel mese di novembre scorso ha annunciato con baldanza il raggiungimento di 1,4 milioni di abitanti, nella realtà nel 2010 dichiarava il 10% di abitanti in meno di oggi mentre rispetto al 1971 ha perso quasi 400 mila abitanti. Stiamo parlando dell’area urbana italiana per eccellenza, stiamo parlando di una città di successo che sventola ai quattro venti che Expo e il successo di una gestione amministrativa perfetta, stiamo parlando di una città in cui hanno sede oltre 17 mila società multinazionali, dieci grandi università, il cuore pulsante della finanza nazionale, il cuore della Sanità lombarda, le massime eccellenze calcistiche e sportive, Teatri, locali notturni, e soprattutto l’unica vera grande Fiera internazionale del Paese.

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La terza tabella allegata a questo articolo dimostra che semmai a crescere è stata la Lombardia, non Milano, che ha quasi raggiunto i dieci milioni di abitanti. Il fenomeno che traspare da questi dati si chiama oggi “gentrificazione” che da dizionario significa “….trasformazione di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni.”  I dati di Milano dimostrano che una certa porzione benestante della popolazione si trasferisce a Milano e conseguentemente dalla città vengono espulsi altrettanti abitanti che non possono più permettersi di viversi.

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Quindi riassumendo, ed al netto dei titoloni dei giornali che spesso non verifichiamo, Milano ha successo perché è capace di attrarre nuova ricchezza che si sposta sul territorio per motivi di lavoro, di vicinanza ai luoghi decisionali, commerciali, di intrattenimento e di leisure. Fermo restando l’invito a recarsi a Milano al sabato ed alla domenica e provare a censire il numero di cittadini presenti. Rischieremmo di verificare con molta oggettività che sono pochissimi i milanesi di questa gentrificazione che veramente abitano Milano nel senso di frequentarla al di fuori dell’atto di produzione o di acquisto e di pubbliche relazioni. Rimanere a Milano nel week end è considerata dai milanesi una vera sciagura riservata a pochissimi "sfigati", per lo più extracomunitari. Se poi mappiamo la qualità dell’aria (su questo giornale appare proprio oggi una interessante mappa sulla qualità dell’aria che vede Milano al vertice europeo per negatività) e il tempo trascorso nel traffico ci rendiamo conto che è imbarazzante parlare di qualità della vita, come afferma l’autorevole "Il Sole 24 Ore" che anche quest’anno ha messo Milano al vertice della sua annuale classifica.

Se Milano non è da considerarsi alla nostra latitudine un esempio di questa virtuosità e non sono nemmeno le città della nostra Regione che dimostrano di saper fare di meglio va rettificata l’opinione che la città stia attraendo dalla campagna. Se parliamo di Calcutta, Città del Messico, NYC, Los Angeles, San Paolo, New Delhi, Shangai, Pechino, Giacarta, i conti tornano, ma il nostro Paese non ha quasi nulla da spartire con questi luoghi, fortunatamente.

Aggiungo che gran parte della qualità vera della vita - se nella classifica de Il Sole 24 Ore comparissero le piccole cittadine italiane secondo me avremmo delle sorprese - è legata alla relazione città-campagna, ovvero alla loro continua e sistematica sussidiarietà alimentare, commerciale, di piacere e sport, di studio e ricerca, di amministrazione, etc…

Non ha senso contrapporre città a campagna, sono modelli integrati e l’uno senza l’altro non ha senso di essere. E se da un lato possiamo dire basta a chi grida il successo delle metropoli (anche se a dire il vero nessuno urla il successo di Roma) dall’altro siamo preoccupati che nessun amministratore nazionale si renda conto che quella che chiamiamo campagna è una costellazione lattea di piccoli centri sui quali sono manifeste poche politiche specifiche e meno attenzione del necessario. I centomila campanili sono il paesaggio italiano. E questo paesaggio sta soffrendo.

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Flaviano Celaschi è professore ordinario di disegno industriale all'Università di Bologna. In precedenza è stato docente al Politecnico di Milano e al Politecnico di Torino. Ha insegnato e fatto ricerca in Brasile, Messico, Repubblica Popolare Cinese, Argentina, India, Stati Uniti. Nel 2008 ha fondato la Rete Latina del Design dei Processi, organizzazione che raduna oltre 50 professori e ricercatori di università europee e americane. Originario di Vigolzone, in questo blog è interessato ad approfondire un confronto tra realtà locale e globale

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Commenti (2)

  • è verissimo che “Nel 1966 Piacenza festeggiò la sua prima cittadina oltre i centomila abitanti, oggi a 54 anni di distanza, . . . , la città conta ancora poco più di centomila abitanti”. Per completare il quadro sarebbe forse bene aggiungere anche che nel 1966 i centomila abitanti erano costituiti per il 98% da piacentini, mentre oggi gli abitanti di Piacenza sono sì ancora centomila, ma solamente perché nel frattempo sono arrivati ventimila stranieri

    • Esatto! Questo vale anche per le altre città dell'italica penisola, specialmente per CHI s vanta del SUO aumento demografico.

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