Locale-globale. Noi visti da fuori

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«Zio, cos'è una favela?»

Ho visto molti quartieri poverissimi in molte metropoli del mondo, ma quando mio nipote, che ha avuto la fortuna di vedere i sobborghi più poveri di Giacarta, mi ha fatto questa domanda ho sentito il bisogno di provare a capire meglio prima di tentare di spiegare questo concetto

Le stime riportate dall’agenzia di informazione internazionale ADnKronos parlano di circa un miliardo di persone che al mondo vivono in uno slum (quindi 1 persona su 7), ovvero un insieme di rifugi di fortuna che, in funzione dei climi e dei materiali disponibili assume tanti diversi nomi: bidonville, baraccopoli, favela, etc... Caritas sostiene che in Italia questi abitanti che vivono in queste condizioni siano circa 50mila, come la metà di Piacenza circa. Favela è il nome che questi insediamenti “non ufficiali o informali” hanno assunto in Brasile ed è il nome di una pianta che infesta il deserto del Sertào nel nord est del Paese laddove prese forma il primo di questi slum a fine ottocento quando i reduci da una guerra non trovarono dove abitare ed occuparono una collina vicina alla capitale dello stato di Bahia.

Come ha scritto Marx ogni “primo mondo” necessita di un “terzo mondo” per poter vivere al meglio. Abbiamo vissuto quasi due secoli di colonialismo spinto nei quali siamo riusciti a nascondere altrove il nostro terzo mondo, facendo finta di non vederlo e di non saperlo. Poi le condizioni e le economie locali e globali sono cambiate ed il modello che più o meno dagli anni ’70 del '900 impera richiede che ogni nazione cosiddetta “avanzata” faccia convivere nel contempo, e a poca distanza, il proprio primo e terzo mondo. La società si è così “stratificata male” ammettendo anche questa forma di insediamento informale. 09-3

Così i lavoratori che sono occupati (più o meno legalmente) nel primo mondo e permettono a questo di avere prezzi bassi, servizi e merci a profusione, non possono permettersi di vivere al pari del primo mondo e vengono relegati nel più vicino terzo mondo: un mondo che nessuno costruisce per loro ma che necessita dell’arte dell’arrangiarsi. Indispensabili ma imbarazzanti, queste anime nere della società, ogni giorno partono e ritornano alle loro case che sono “rubate” alla natura, senza servizi pubblici, senza strade ufficiali, senza condizioni igieniche complessive e prive di sicurezza.

Le favelas sono la dimensione più nobile di questo modo di vivere ed abitare: sono in un luogo baciato dal clima tropicale dove il freddo non è un problema, c’è ricchezza di acqua, la natura è rigogliosa ed il terreno inclinato permette una sorta di aereazione naturale agli edifici che sono comunque tutti realizzati in muratura e cemento, spesso con energia elettrica (rubata), televisione e lavatrice. Sono ormai diventate una nota di folklore locale ed il governo brasiliano in occasione delle ultime olimpiadi di Rio de Janeiro ha pure fornito grandi quantità di colore da muro gratis per dare ad esse un tono vivace (a Rio le Favelas si vedono dalla spiaggia di Ipanema e dunque potrebbero turbare il relax dei ricchi). Nel nord est brasiliano le favelas sono state spesso create artificialmente convincendo interi villaggi dell’interno del Brasile ad inseguire il miraggio delle metropoli della costa e trasferirsi là senza provvedere ad un loro insediamento reale. Così innumerevoli intere colline sono state occupate temporaneamente da quarant'anni da queste casette improvvisate e densamente occupate. 

Ma nessun mondo è lontano, Roma possiede favelas proprie (vedi foto), più o meno dal dopoguerra, ed è là che oggi vivono i braccianti che raccolgono la frutta e la verdura delle piantagioni di pomodoro etc. nella piana laziale. Purtroppo non sono caratteristiche e colorate come alcune Favelas brasiliane, ma non c’è bisogno di attraversare il mare per vederle. Così Roma ha la baraccopoli di Ponte Mammolo, Firenze quella di Slataper, Milano quella dello scalo di ferroviario di Porta Romana, mentre Matera, capitale europea della cultura sta recuperando al turismo i Sassi, originari insediamenti rupestri della città, che per quasi mezzo secolo sono stati la Baraccopoli di pietra della città.

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Flaviano Celaschi è professore ordinario di disegno industriale all'Università di Bologna. In precedenza è stato docente al Politecnico di Milano e al Politecnico di Torino. Ha insegnato e fatto ricerca in Brasile, Messico, Repubblica Popolare Cinese, Argentina, India, Stati Uniti. Nel 2008 ha fondato la Rete Latina del Design dei Processi, organizzazione che raduna oltre 50 professori e ricercatori di università europee e americane. Originario di Vigolzone, in questo blog è interessato ad approfondire un confronto tra realtà locale e globale

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