Piacenza Nostra

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Emilio Canzi e Aldo Gastaldi, diversi ma dai destini paralleli

Emilio Canzi

Secondo lo storico Francesco Perfetti, ai libri di Giampaolo Pansa va il merito di aver contribuito ad eliminare l’immagine unitaria della Resistenza su cui poggia il suo falso mito.  A sorpresa concorda persino Sandro Curzi. Dunque nella Resistenza si muovevano forze aventi scopi e programmi diversi. Semplificando si può dire: i comunisti e gli altri. In taluni casi i capi delle due parti arrivarono al conflitto aperto. Nel piacentino è ben noto il caso di Emilio Canzi (Franchi), comandante unico delle formazioni operanti nella XIII zona, stimato e benvoluto dalla grande maggioranza dei partigiani ma accusato di incompetenza strategica dai commissari politici del PCI. Il 5 aprile 1945 venne rimosso dall’incarico. Dalla parte di Canzi si schierarono prontamente Cossu e Prati con le loro forti formazioni, così che il vecchio anarchico dovette essere reintegrato. I suoi nemici non mollarono la presa e il 20 aprile una banda di disertori turkestani al comando di tre partigiani (Godoli, Salami, Cristalli) fecero irruzione nella casa-comando di Groppallo a mitra puntati e arrestarono il Canzi. Ha ricordato di recente Paolo Dossena una lettera inviata da Emilio Piatti a Sandro Pertini, nella quale si denunciavano i gravi fatti, messi in atto dai Aldo Gastaldi-2comunisti per motivi di carriera contro Emilio Canzi (rinchiuso a Bore di Metti), la cui stessa vita – scrisse il Piatti – è ora in pericolo (poi il prigioniero sarà liberato dalla divisione di Prati e potrà partecipare alla liberazione di Piacenza). Sei mesi dopo questi sconcertanti accadimenti Canzi in sella a una moto percorreva viale Beverora quando, una camionetta militare, proveniente da via Venturini lo travolse il 30 settembre ’45 ferendolo in modo grave. La morte sopravvenne il 17 novembre. Ho sentito mormorare a bassa voce più volte, e da non pochi piacentini, la convinzione che Canzi sia stato investito volontariamente allo scopo di farlo fuori (i l’an mazzä..., l’hanno ucciso).  Non ho elementi per sostenere questa tesi, semmai una banale considerazione che non esclude il sospetto: di quell’incrocio che fu fatale a Canzi quando il traffico motorizzato era decisamente scarso, si ricorda – nei 75 anni successivi - un solo altro incidente mortale…

Stampato nel 2005, un aureo libretto di Luciano Garibaldi è intitolato “I Giusti del 25 Aprile”. Tratta degli strani decessi di eroici comandanti partigiani non comunisti.  Colpiscono le analogie del caso Canzi con quello di Aldo Gastaldi, il mitico “Bisagno”, comandante della divisione Cichero operante nella sesta zona, che comprendeva le valli del Trebbia e del Boreca. Bisagno aveva vietato la propaganda ideologica nelle sue file, con grande irritazione del commissario politico del PCI, lo slavo Miro. Partirono all’indirizzo dell’eroico comandante le solite accuse di incompetenza militare mentre i posti di rilievo del Comando Unico della sesta zona venivano ricoperti da ferventi comunisti.  Bisagno dormiva con la pistola sotto il guanciale, e non per paura dei nazifascisti. Se veniva convocato in qualche luogo isolato si faceva accompagnare da mezza divisione. E sapeva che il pericolo sarebbe addirittura aumentato una volta a Genova, dopo la liberazione. Nelle settimane successive al 25 aprile, anche a Genova numerosissime furono le esecuzioni sommarie. Disse Bisagno: “se questa vergogna continua, abbiamo il dovere di consegnare la città alle truppe della 92 ° divisione di fanteria americana”. Alle 9 del mattino del 21 maggio il corpo del comandante arrivò rantolante all’ospedale di Desenzano sul Garda. Tornava dall’aver accompagnato alle loro case un gruppo di alpini combattenti nella sua divisione. Lungo la gardesana, durante un sorpasso, il camion su cui si trovava l’eroico capo partigiano urtava un altro veicolo e Bisagno veniva sbalzato tra le ruote del pesante mezzo. Un incidente? Forse. Ma un gruppo di ex partigiani comunisti detenuti confidò a don Giacomo Sbarbaro (cappellano della Cichero) una storia inquietante.  Bisagno, durante una sosta di ristorazione avrebbe preso un caffé drogato, servitogli – guarda un po’ -  da un misterioso signore di Piacenza. Morì così a soli 24 anni pochi giorni dopo la fine della guerra.  A Canzi e a Bisagno sono dedicati due monumenti, rispettivamente a Peli e a Rovegno.

Ora, a 74 anni da quegli eventi Aldo Castaldi torna non solo agli onori della cronaca ma bensì degli altari.Grazie a un editto del cardinale di Genova Angelo Bagnasco la causa per la beatificazione è iniziata. La rettitudine cristiana dell’uomo, seppur combattente, è nota e provata senza ombre. Se poi venisse provato anche l’avvelenamento lungo la gardesana il procedimento ecclesiastico potrebbe salire fino al riconoscimento del martirio in odium fidei. Comunque vada, le autorità piacentine non restino inerti. Le popolazioni delle nostre alte valli conobbero e amarono Bisagno, il primo partigiano d’Italia, il comandante che si batté per l’Italia senza sposare nessuna fazione politica.     

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" Vita professionale al Comune di Piacenza, vita politica locale sotto traccia, ma abbastanza tribolata. Più tranquilla quella di giornalista pubblicista (""pubblicista"" come fu Einaudi, si parva licet componere magis) collaboratore dei quotidiani Libertà, Il Giorno, La Voce, La Cronaca, oltre che di varie testate periodiche. Ho pubblicato anche una diecina di monografie per i miei 22 affezionati lettori (due meno di Manzoni e uno meno di Guareschi) su temi disparati ma sempre tenendo un sentiero ben tracciato: di tutto ciò che riguarda appieno, o di striscio, Piacenza Nostra. "

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Commenti (6)

  • considero abbastanza irritante che il cardinale Bagnasco abbia aperto una causa per la beatificazione di un capo partigiano, poiché subito dopo la fine della guerra tantissimi di loro si macchiarono di numerose esecuzioni sommarie (sarebbe davvero il colmo che un assassino diventasse un beato di santa romana chiesa)

    • è candidato alla beatitudine proprio perché lui fu diverso. Proibì ogni esecuzione durante e dopo la fine della guerra

      • se è davvero così, allora nulla da obiettare

  • La Storia è una scienza e non la si narra 'al condizionale'. I libri di Pansa? provate a confrontare l'apparato bibliografico e le fonti dei suoi testi con quelli di Pavone o Klinkhammer: da una parte zero, dall'altra circa il 30% delle pagine il che non vuol dire, ovviamente, che abbiano la verità in tasca ma almeno permettono al lettore veramente interessato di seguire innumerevoli spunti di riflessione; leggere Pansa è come leggere il resoconto di una partita di calcio fatto da un tifoso: lo prendereste per veritiero o nutrireste qualche dubbio? Il lavoro dello storico poi non consiste solo nel raccogliere le fonti ma anche nel verificarle, confrontarle: cosa vuol dire citare indirettamente qualcuno che avrebbe detto "l'hanno ucciso"? Sarebbe una fonte questa? una testimonianza?

    • Che la storia sia una scienza è davvero una bella battuta

      • Sì, è una scienza. Per chi legge i libri di Pansa invece è una grigliata di pesce-ratto che può piacere o non piacere (e su questo io non discuto).

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