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Mercoledì, 18 Maggio 2022

Al “Cantòn dal giass”, dove fu aperta la prima fabbrica del ghiaccio

I più anziani piacentini chiamavano Vicolo Manzini (che collega via Calzolai con via Garibaldi) al “cantòn dal giass” perché agli inizi del secolo vi sorse la prima fabbrica del ghiaccio operante in città

I più anziani piacentini chiamavano Vicolo Manzini (che collega via Calzolai con via Garibaldi) al “cantòn dal giass” perché agli inizi del secolo vi sorse la prima fabbrica del ghiaccio operante in città.

Ho avuto il privilegio di conoscere il figlio di uno dei titolari, i fratelli Pietro ed Alfredo Cerri. Quando lo frequentai per ottenere notizie sulla Piacenza della sua giovinezza, il cav. Sandro era ormai giunto alla soglia del secolo, tuttavia ogni giorno si recava per una passeggiata dalla sua abitazione in via S. Franca, presso il Circolo dell’Unione in Piazza Cavalli di cui era socio.

Possedeva ancora una memoria straordinaria, era lucidissimo, arguto, faceto, sempre disponibile. Mi mese a disposizione non solo il “monumento” dei suoi ricordi, ma anche il suo archivio fotografico; da lui ho avuto molte testimonianze della Piacenza che fu ed in particolare sul centro storico, ma anche sulla partecipazione dei piacentini nella 1° guerra mondiale cui il cav. Sandro prese parte in qualità di autiere, perché fu uno dei privilegiati che all’epoca era dotato di patente ed era automunito. Da lui anche la diretta testimonianza della fabbrica del ghiaccio in vicolo Manzini, allora denominato anche, non si sa perché, Cantone della lepre.

Furono dunque il padre e lo zio i pionieri della fabbricazione del ghiaccio, in un’epoca dove, per la refrigerazione si utilizzava la neve pressata e conservata nelle cantine, in profonde buche.

Uno Pietro, era un facoltoso agricoltore, l’altro Alfredo, era un capitano dell’esercito collocato in aspettativa per una ferita ad una gamba; sull’esempio di una analoga azienda in attività a Milano, si fecero promotori-pionieri della prima fabbrica per produrre ghiaccio a Piacenza. I Cerri possedevano una bella casa in via Garibaldi 65, all’altezza di via Vigoleno. L’immobile, con due cortili, sfociava nel vicino vicolo Manzini dove sorse l’impianto.

Attraverso l’ampio portone di via Garibaldi entrarono i macchinari giunti dalla Germania, dall’Inghilterra e qualche pezzo meccanico, ricordava Sandro, anche dall’America del Nord. Carri massicci, trainati persino da 11 cavalli, scaricarono, tra la scontata curiosità generale, i pezzi nel cortile di via Garibaldi, per essere montati nei locali dell’edificio di via Mazzini.

I macchinari il cui costo si aggirava attorno alle 25.000 lire (di allora) erano rumorosissimi, con ruote colossali che quando erano in funzione, disturbavano gli edifici confinanti che vibravano sensibilmente, un inconveniente di molto attenuato quando il motore a gas povero (si utilizzava il carbon coke), venne sostituito dal motore elettrico.

Nel periodo di punta del caldo i macchinari smaltivano 120 quintali di ghiaccio al giorno, con un prezzo di acquisto di 5 centesimi al Kg. Gli acquirenti, in certe ore della giornata, componevano una lunga fila che occupava tutto il vicolo.

Non tutti si recavano a ritirarlo direttamente; era possibile averlo anche a domicilio ed i carretti spinti a mano raggiungevano le zone periferiche e suburbane della città con un aumento di un paio di centesimi al Kg. Ed era naturale: durante il trasporto, oltre alla fatica di dover tirare il carretto, si verificava un calo ponderale per il caldo; se il tragitto era lungo, quasi si dimezzava il peso.

La fabbrica del ghiaccio funzionò per una trentina d’anni grazie all’encomiabile iniziativa dei fratelli Cerri che, una volta scomparsi, vennero sostituti dagli eredi, poi subaffittata ed infine cessò del tutto.

Il vicolo tornò silenzioso, ma ormai aveva assunto per antonomasia popolare il nome di “Cantòn dal giass”. Nel frattempo attorno al 1920 fu messa in funzione anche una fabbrica presso il nuovo macello in via Scalabrini che funzionò fino ai recenti anni ‘70. Chi  scrive, ancora bambino, ogni mattina d’estate, si recava a comperare presso il Macello il suo pezzo di ghiaccio che, collocato sulla spalla con uno straccio affinché non scivolasse, veniva recato a casa dove veniva posto nel mobiletto che fungeva da piccola ghiacciaia. Il frigo elettrico non era ancora alla portata delle nostre borse e fece la sua comparsa solo qualche anno dopo…

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