Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Alberghi e locande di antica origine storica: il romantico Ottocento ed i primi del Novecento

In una guida del 1866 si trovano elencati l’albergo Bella Venezia di via S. Pietro (ora Carducci), il Due Spade di via Borghetto, il Teatro nell’omonima via (ora Verdi), il Leon d’Oro gestito da Giuseppe Cardinali detto ‘l Merl, il Pavone nell’omonima via (ora Daveri), il Tarocco ubicato nell’omonimo vicolo nei pressi di Piazza Duomo, l’Albergo Moderno di via Cavour e il Commercio presso il mercato coperto di via Romagnosi (ora largo Matteotti)

Nell’800 e ‘900 a Piacenza aumentò il numero di alberghi e locande, ma soprattutto la qualità del servizio offerto. Seguiamo sempre la traccia del Repetti che cita, “en passant”, un albergo del Giardino che si trovava nei pressi del convento di S.Savino, in via Roma (ex via Cavallotti), ma non riesce a precisarne la cronistoria. Inoltre le guide citano l’albergo Corona che ebbe una tradizione secolare e che fu, per testimonianza orale degli antichi frequentatori (attivo fino ai primi anni ’60), rinomato fin dai tempi delle diligenze, come confermato sia dall’esistenza di uno stallaggio che di una antica cantina dove i vecchi “brintor” travasavano i vini pregiati delle nostre tipiche località collinari. Forse il Giardino citato da Rapetti era di fatto il Corona. Comunque a proposito di questo locale, Rapetti ricorda un episodio, quasi a metà tra fiaba e cronaca: “torniamo indietro nel tempo, attorno al 1813: oggi c’è animazione; si sta pigiando l’uva per la scorta di vino della prossima annata; è un andirivieni di brentatori dalla strada dove stanno allineate tre bigonce, dall’alto delle quali diversi pigiatori a piedi nudi stanno ballando una danza bacchica sugli opimi grappoli di uva rossa.

Ma ecco che s’avanza la diligenza che va a Busseto, ma il postiglione che forse ha indugiato troppo nelle osterie di tappa, non riesce ad evitare una bigoncia e dal veicolo, che per fortuna non si rovescia, cadono i bagagli dei viaggiatori che si affrettano a scendere.

Dal primo piano dell’albergo, attirata dal frastuono, si apre una finestra ed appare una donna e che riconosce uno dei passeggeri; proruppe in un urlo: Moijescki, Moijescki. Si tratta di una dama, una ricca polacca di nome Miazinska, una signora vicino alla cinquantina, ma che conservava una certa bellezza. Risiedeva da pochi giorni nell’albergo ed aveva fama di misantropa che passa il suo tempo cullandosi nei ricordi del passato. Sposatasi ventottenne, era rimasta vedova dopo solo due anni e ben presto s’era innamorata del conte Moijeski che frequentava il suo salotto. Una relazione amorosa interrotta dalla partenza di lui per la guerra e della cui sorte nulla più aveva saputo.

Ma gli amori non si dimenticano, nemmeno dopo oltre vent’anni ed i due si ritrovarono in quella strana cicostanza… Salirono, dopo un po’ di convenevoli, in albergo pronti a rievocare i gaudi di quell’amore e nella commozione si proposero di legittimare con un pronto matrimonio i sentimenti che li avevano avvinti in passato… Stavano i due amanti in dolce colloquio, quando d’un tratto crollò il pavimento. Ma ci doveva essere stato un santo protettore degli amanti, Madama finì in cantina perfettamente incolume e l’ufficiale in un tino nel quale i brentatori avevano versato il mosto vermiglio. Così racconta il Rapetti.

Sul Guasto (attuale Garibaldi), di fronte alla chiesa di S. Ilario, venne aperto, a spese di un sacerdote nel 1700, un ospizio per pellegrini; vicino vi era in remota età una locanda chiamata, nell’800, Bergamasca.

Sull’area della preesistente locanda Bergamasca, in Canone del Guasto (attuale corso Garibaldi) la cui attività iniziò nel 1815, s’istallò successivamente il lussuoso albergo Italia, fulcro di avvenimenti mondani, ritrovo galante della società “bene” piacentina nel primi trent’anni del ‘900, albergo famoso per avere ospitato, per ben due volte, il condottiero Giuseppe Garibaldi: la prima in pieno Risorgimento (3 luglio 1848), la seconda dopo l’impresa dei Mille (30 settembre 1862).

Fu sempre denso di avvenimenti mondani, ritrovo della società galante; vi si allestì, tra l’altro, un pranzo futurista con l’intervento di Marinetti e soci movimentalisti, con menu di gastronomia floreale a base di petali di rosa, gigli, anemoni, camelie e via dicendo. Anfitrione il pittore Osvaldo Bot.

Di un albergo Croce Rossa (o era la trattoria) situato in cantone della Pace, si parla nei primi anni ’20 dell’800; c’era poi il Cappello (via Mentana) gestito nel 1870 da tal Alessandro Barbieri che fu covo di ferventi militanti di ideologia repubblicano- mazziniana. Ed ancora l’albergo Croce Bianca di cui era nel 1840 titolare Alessandro Toscani e cui successe Alberto Gianelli che ne elevò rango e ruolo civico.

Dopo l’Unità d’Italia, con l’avvento dei trasporti ferroviari a rete interregionale, anche le strutture ricettive si aggiornarono; vennero soppiantate le ormai superate diligenze anche nelle versioni “velocifere” di cui Piacenza mantenne primato.

Nel 1865 emerge l’albergo Europa gestito dai soci Zanini e Rizzetti, con sede in Piazza Duomo. Tale complesso fu dotato di rapidi omnibus colleganti la zona del baricentro storico con la stazione ferrotranviaria. In una guida del 1866 si trovano elencati l’albergo Bella Venezia di via S. Pietro (ora Carducci), il Due Spade di via Borghetto, il Teatro nell’omonima via (ora Verdi), il Leon d’Oro gestito da Giuseppe Cardinali detto ‘l Merl, il Pavone nell’omonima via (ora Daveri), il Tarocco ubicato nell’omonimo vicolo nei pressi di Piazza Duomo, l’Albergo Moderno di via Cavour e il Commercio presso il mercato coperto di via Romagnosi (ora largo Matteotti).

E l’elenco prosegue: ogni borgata d’entro mura, tranne quelle più popolari, ne annoverano più d’uno. In via Sopramuro vi erano per esempio I due cervi, le Tre Corone, il Milano, il Genova.

Nella zona ferroviaria il Lombardo (poi Daturi), l’albergo del Genio e la Stella d’oro. E ve ne sono altri non citati dal Repetti come il Liguria, l’albergo Tre Corone, il Posta dei cavalli ed altri. Ma un elenco così lontano nel tempo non può mai essere completamente esaustivo.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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