Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Alberghi e locande di antica origine storica

Molto numerosi erano anche gli alberghi e le locande di antica origine storica ed ora, supportati ancora una volta dal benemerito storico Attilio Repetti e da alcune guide ed indicatori commerciali dei primi del ‘900, cerchiamo di delinearne un mappa che sarà, ovviamente un po’ approssimativa, ma comunque interessante

Delle vecchie osterie abbiamo già trattato in abbondanza ma non certo in modo esaustivo. Erano oltre cento e caratterizzavano la città con chiese e caserme. Ma molto numerosi erano pure gli alberghi e le locande di antica origine storica ed ora, supportati ancora una volta dal benemerito storico Attilio Repetti e da alcune guide ed indicatori commerciali dei primi del ‘900, cerchiamo di delinearne un mappa che sarà, ovviamente un po’ approssimativa, ma comunque interessante.
Già Repetti ne prefigurava la difficoltà ricordando che “guide e miscellanee” della prima metà dell’800, erano solite narrare soprattutto le gesta dei magnati e dei casati e per nulla si occupavano delle comuni pratiche di vita. 

Né d’altra parte in materia di alberghi si può risalire a molti secoli addietro perché nei primi tempi tutti i conventi erano forniti della propria foresteria (gruppi di locali adibiti all’alloggio di ospiti occasionali, per lo più forestieri di passaggio nella nostra città) messa a disposizione di quanti necessitassero di un ricovero ospitale.
Ogni residenza padronale poi disponeva di camere destinate ai forestieri e pochi erano coloro che per ragioni speciali non ne potessero usufruire. In tal caso dovevano ricorrere a modeste locande o osterie, a quei tempi frequentate da gente del volgo, spesso equivoca.
Si sa del resto quali rischi corressero i forestieri, specie i più facoltosi, costretti da circostanze fortuite a pernottare in bettole e taverne, covi di malfattori, tagliaborse, briganti. Le cronache nere del ‘600 per esempio, sono zeppe di episodi, spesso cruenti, che ebbero il loro epicentro in locali malfamati. Ecco perché di veri e propri alberghi non è il caso di trattare fino alla prima metà dell’800 attingendo alle informazioni del Rapetti e del Nasalli Rocca.
Si trattava per lo più di osterie-locande, bettole e taverne per lo più dotate di stallaggi adibiti alla posta (o posteria) dei cavalli. La più antica citata sarebbe l’Osteria del Cavalletto e sorgeva dove poi fu edificato l’albergo, nell’omonimo Cantone fra via Calzolai e Corso Garibaldi.

Agli albori del ‘400 fu introdotto il termine albergo ed appunto in quell’epoca si ha notizia di un Albergo della Spada in zona del Borgo che fu onorato da un ospite d’eccezionale solennità storica, addirittura l’Imperatore di Costantinopoli Paleologo II°, un vegliardo di maestose sembianze, di sfarzosi paludamenti che approdò e partì su un naviglio ancorato nel Porto del Fodesta, nelle vicinanze del Po.

Un albergo del Leone, attorno al 1478, si trovava nelle adiacenze del Vescovado. 
Nel 1550 c’è menzione dell’albergo San Marco che prese nome dall’omonima via. 
E’ quello stesso che proseguì la sua prestigiosa attività secolare sull’area d’angolo con via Cittadella, giungendo ai fastigi della mondanità elegante ed opulenta nei primi decenni del ’900, distinguendosi fra gli altri locali cittadini per la struttura ambientale improntata allo stile floreale, gestito da Giuseppe Speroni, noto con l’appellativo vernacolo di “Spronèi”.

Nei primi del ‘550 si ha memoria di un Albergo dell’Angelo e di uno “Della luna” dei quali però non si conoscono particolari circa la rispettiva ubicazione ed attività. Sulla fine del ‘500 fama di signorile ospitalità godette invece l’albergo Della Posta situato in Cantine Dogana (ora via Giordano Bruno) di fronte alle carceri. Esso si meritò gli elogi del grande scrittore-saggista francese Montaigne, il quale  vi soggiornò nel 1581 durante una sosta a Piacenza, non esitando a qualificarlo il migliore che avesse incontrato nel suo viaggio di ritorno da Roma a Pavia. 
Sugli ultimi scorci del ‘600 un documento riferisce dell’albergo Del Sole, situato in fondo all’odierna via Mazzini, citato come uno dei più antichi di Piacenza. Esso divenne poi l’albergo S. Ambrogio riesumando successivamente l’insegna primitiva. Ed ancora: delle Chiavi, della Spada, del Montone, del Leone, dell’Agnello, della Campana, della Mula.

Uno dei più popolari ritrovi, l’Albergo delle Tre Ganasce, nella prima metà del Settecento, era chiamato osteria e non albergo, in ossequio forse ad una tradizione meno aulica, più alla portata dei ceti subalterni che non a quelli della nobiltà patrizia e borghese. Risulta, sempre dalle accurate annotazioni del Repetti, che questo tipico ambiente godette di diffusa popolarità in epoca seicentesca, tant’è vero che il cantone dov’era situato con sede nell’antica dimora medievale dei nobili Malavagia. Si chiamava allora Tre Ganasce (l’attuale via Legnano). 
Precisava il valente ricercatore: “l’appellativo di questo albergo si ricollegava al detto piacentino “mangià a tre ganàs che corrisponde all’italico mangiare a quattro palmenti. La sua insegna dipinta sulla facciata mi risulta che verso la fine dell’800 fosse ancora leggibile”.
Trattandosi di un locale che costituisce un capitolo a sé nella storia del costume popolare, meriterebbe di essere tratteggiato nei colori, nella sua atmosfera ambientale, certo fra le più tipiche della Piacenza d’altri secoli. Nel 1744 si riporta un cruento episodio avvenuto nelle stanze delle Tre Ganasce: uno sgherro, tal Fioravante Ciseri venne ucciso da ignoti e sepolto nella chiesa di S. Savino.

Nella parrocchia di S. Protaso (via Cavour) c’era la Croce Rossa (proprietario Giuseppe Del Matto) con nove camere ed una stalla per sei cavalli. E c’era la Croce Bianca con 12 camere e una stalla per ben 40 cavalli. Il gestore: Giuseppe Molla.
Il Rapetti (come lui stesso riconosce) elenca soltanto locande osterie ed alberghi che nel suo viaggio esplorativo trovano cenni e riferimenti documentali, evitando di avventurarsi in quel sottosuolo di tradizioni più o meno leggendarie che costituiscono comunque aspetti inediti o addirittura ignorati. Con la saggia umiltà dell’autentico studioso del costume minutamente civico, egli non pretende di fornirci un inventario esaustivo. Sarebbe impossibile,
Con il prossimo appuntamento, esamineremo alberghi più vicini... a noi, quelli del romantico Ottocento e primi Novecento. Ma parleremo in seguito pure dei caffè alla moda. Delle osterie poi il panorama è immenso. Già ne abbiamo trattato; ci torneremo.

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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