Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Altri bei tipi, altre attività del centro: Tic Tac, Babanelu e “un’istituzione” commerciale, le mercerie Borella

C’erano tanti bei “tipetti” in centro storico, oltre che, ovviamente, tante attività economiche

Tic Tac

Non si era sbagliato: Vincenzo fu infatti in grado di proseguire con decoro e competenza, le antiche tradizioni della ditta, imponendosi per il “savoir faire” e l’affidabile probità commerciale. Gli affari prosperarono e Vincenzo decise, nel settembre del 1923, di sposare la sua valida ed onesta collaboratrice Clelia Molinari.

Nel secondo dopoguerra la ditta Vincenzo Borella- “Guanti per tutti”, lasciò i locali di via XX Settembre in seguito all’abbattimento dell’isolato compreso nella costruzione del 3° Lotto del Piano Regolatore, trasferendosi poi nel negozio di via Chiapponi dove la signora via Venti Settembre-4Clelia proseguì con immutato decoro e serietà operativa l’eredità del consorte, sempre sotto l’egida di “guanti per tutti”.

In centro transitava sovente anche Tic tac che quando aveva “caricato” più vino del solito, era seguito da uno stuolo di monelli che gli gridavano quello sgradito soprannome perché portava una scarpa con il tacco chiodato e l’altra senza e quindi quando camminava sul marciapiede, quello era il ritmo imposto. Per campare faceva il venditore ambulante di giornali che era solito “spassosamente” strillonare per le vie del centro.

Altra “macchietta” dei giorni di mercato era Sizàr, con banco di formaggi in Piazza Cavalli. Burbero fino all’eccesso, si “scioglieva” però se si aveva l’accortezza di decantare i suoi prodotti, al che tutti ne approfittavano per chiedere sconti. Nei giorni del Carnevale Sizàr noleggiava una carrozza e via da un capo all’altro della città. La baldoria si protraeva finché duravano i quattrini che sperperava da gran nababbo; poi tornava a vendere formaggio e rimettere da parte il gruzzolo per il Carnevale successivo, l’unica vera festa per lui da celebrare.

C’era infine Babanelu, un singolare personaggio che sarebbe piaciuto al Dostoevskjij di Umiliati ed offesi e Memorie del sottosuolo. Viveva tra il Caffè Commercio ed il Gran Bar d’Italia, ma non dentro ai locali, bensì in quel tratto di marciapiede scandito dai massicci paracarri, quasi sempre solo; indossava abiti consunti e demodè, ma puliti, abiti poveri ed onesti, ricordo di una vita un tempo più agiata.

Vendeva, con discrezione, quasi con pudicizia, qualche articolo di consumo: matite, cartelle, fazzoletti ed altro; ciò che poteva se lo teneva in tasca, oppure in una borsa che teneva all’interno di un locale. Era più attivo nei giorni di mercato; si avvicinava con discrezione tra la gente, tra i sensali e mediatori, tra agricoltori e proponeva l’acquisto. Qualcosa racimolava sempre ed allora si ritirava “pago” di aver rimediato l’incerto magro pasto quotidiano che soprattutto alla sera consumava presso la trattoria ‘d Vulpèi che non mancava mai di offrigli un boccone in più.

Ma Babanelu aveva un cuor d’oro ed amava scambiare qualche parola con chi gli era vicino, proponendo una sigaretta o un bicchier di vino, anche se quello significava magari spendere gli ultimi spiccioli che aveva in tasca. Un giorno poi non si vide più nel suo solito angolo in piazza; si disse che era andato a vendere quaderni e matite ed altri ammennicoli agli angeli, poi il suo ricordo si perse rapidamente; sono rimasti solo i paracarri a cui stava appoggiato a rammentarne la figura…

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • Rinasco, rinasco nel .... 1950 (parafrasando Gozzano, il salotto di Nonna Speranza).

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