Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Anche il “serioso" centro storico aveva le sue “macchiette”: Cecchino al sòp, Calza e la Bandòta

Fino a questo momento abbiamo trattato di nobiltà, alta borghesia, banchieri, circoli mondani, professionisti, bar e locali alla moda, insomma il “gotha” piacentino, in buona parte concentrato nel centro storico e vie adiacenti. Tuttavia anche qui non mancavano le osterie con i loro personaggi

La Bandota in piazza con i piccioni

Fino a questo momento abbiamo trattato di nobiltà, alta borghesia, banchieri, circoli mondani, professionisti, bar e locali alla moda, insomma il “gotha” piacentino in buona parte concentrato nel centro storico e vie adiacenti; tuttavia anche qui non mancavano le osterie, magari un po’ defilate nei vicoli e cantoni (come “don Angil” in via Mazzini, la “Campana” in Cantone Borghi, al “Trì” in via Poggiali, tanto per citarne alcune), ed alcune “macchiette”, ovvero figure popolari che rimasero a lungo conservate nella memoria degli anziani.

Buona parte di loro “transitavano” per il centro con la loro povera mercanzia o vi esercitavano umili, ma dignitosi mestieri artigianali per poi rientrare nelle loro abitazione nelle borgate più popolari; insomma scendevano verso il Po… Non erano certo così numerose come nel resto delle borgate popolaresche, ma di alcune restò a lungo il ricordo, come nel caso della “Bandòta”, ovvero Benedetta Rossetti, popolare gestrice dei gabinetti pubblici in Piazza Cavalli, un personaggio assai familiare ai piacentini del suo tempo; negli anni tra il 1919 ed il 1930 ebbe popolarità pari almeno a quella dell’on. Barbiellini. Non vogliamo essere irriverenti, paragonando il leader del fascismo piacentino con la custode dei gabinetti pubblici di Piazza cavalli per il gusto di accostamenti grotteschi, ma semplicemente perché la figura della Bandòta va inquadrata in quel periodo inquieto e pittoresco in cui l’on. Barbiellini, (la cui figura fu magistralmente tratteggiata nel libro di don Franco Molinari “Il fascista del dissenso”, ovvero un “socialista in camicia nera”), fu podestà del Comune, il primo dell’epoca fascista.

Un’epoca “spumeggiante”, di miseria, di lotte e contrasti ideologici, ma pure qui con i suoi tipi originali e caratteristici, usciti dal popolo, ma anche dalla stessa nobiltà spiantata, perché anche Piacenza aveva i suoi “barnabotti” di goldoniana memoria, un folclore attorno al quale fiorivano aneddoti, episodi, atteggiamenti che rinverdivano le figure comiche dell’antica commedia dell’arte.

Chi fu più giullare e mimo di “Cecchino al sòp”, figura tipica dell’epoca barbielliniana che raccontava le sue storielle di soldato della legione straniera mescolando, in una arguta miscellanea, frasi francesi al vernacolo piacentino? E che dire di Lorenzo Calza, fantasioso ed estroverso piazzista che vendeva il “fulminatopi” finché un giorno divenne uomo di fiducia della marchesa Dalla Rosa Zambelli, donna di squisiti sentimenti umani di cui fu appunto lo zelante faccendiere. La marchesa era tra l’altro proprietaria (poi lo diede in gestione) del cinema "Roma", inaugurato nel 1912, ubicato in Piazza Cavalli, al primo e secondo piano successivamente occupato dal "Banco di Roma". Era un cinematografo frequentato dalla buona borghesia cittadina, con le più recenti pellicole. A quei tempi, a far pubblicità ai film, non c’erano né manifesti, né provini, ma imbonitori che invitavano il pubblico ad entrare. Nella memoria popolare permase a lungo appunto il Calza, personaggio spigliato e disinvolto, dotato di eccellente loquela che gli derivava dalla sua precedente attività, che conquistò con la sua simpatia e savoir- faire la marchesa che lo volle appunto come “tuttofare” per il cinema e quindi pubblicitario “ante litteram”.

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (2)

  • Conosco molti centri storici, nella mia vita ho traslocato ben 15 volte. Sembrano diversi ma solo per la lingua (per i colti "dialetti";) e i nomi delle persone che vi abitano. Un tempo ci si frequentava, oggi sembrano tutti un "popoloso deserto che appellano Parigi" (Traviata).

  • la Bandòta non gradiva troppo gli usei scapà, ma all’alimentazione dei piccioni di Piazza provvedeva volentieri

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