Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

La storia di Attilio, mitico cameriere di Tosello. Per sessant’anni tra piatti, tovaglie e posate a Piacenza e non solo

Cominciò a lavorare a otto anni presso l’albergo Corona in via Roma (allora via Cavallotti). Dopo la “grande guerra” fu in giro per l’Italia per stagioni mondane e località balneari fino a che, nel 1931 tornò a Piacenza quando venne rinnovata la gestione dell’Albergo Italia in via Garibaldi

Attilio Barbieri da Tosello

Partiamo dalla fine. A Piacenza prima “dell’invasione” la pizzeria era una sola: Tosello. All’inizio, per pochissimo tempo in via Cavour, poi nella sede dove si trova tutt’ora, in via Daveri, a pochi passi da piazza Duomo. E’ lì da 70 anni, e io ricordo che da bambino, quando andavo in visita dalla nonna paterna alla domenica in via Gregorio X, ci fermavamo (un piccolo lusso per quel tempo) a comperare qualche pizza che mangiavamo poi a casa sua.

Allora davanti al forno che guardavo affascinato con gli occhi di bambino, c’era il “mitico” signor Tosello, e a servire il cameriere Attilio Barbieri che alla fine degli anni ’50 era già il decano di questa categoria. Fu poi sostituito da Silvio che vi rimase per “una vita”. Anche Tosello se ne andò e continuarono i figli Anna e Fabrizio, fino a che poi cedettero, dopo molti anni, la gestione.

Ma è di Barbieri e non di Tosello che trattiamo, perché la sua storia è quella della ristorazione piacentina, ben prima del boom economico, quando il 95 per cento delle persone consumava i pasti in casa o al massimo la “scartàzza” nelle osterie o, in estate, il pesce fritto da Fraschini. Lui invece, giramondo ante litteram, fu a contatto con personaggi famosi, stravaganti, lavorò in famosi hotel mondani, assorbendo, senza accorgersene, l’aleatorietà della vita “dorata”, delle turnées dei divi, dei campioni, caratterizzata dal fittizio, dal provvisorio, un mondo stracarico di valigie sempre in arrivo e partenza. Forse anche per questa vita di qua e di là, arrivato a fine carriera, Attilio si ritrovò da solo e chiuse la sua attività (in considerazione  delle pensioni quasi misere di allora) proprio da Tosello.
Cominciò a lavorare a otto anni, in qualità di “piccolo” (denominazione che si dava allora agli apprendisti adolescenti) presso l’albergo Corona in via Roma (allora via Cavallotti) dove solo da pochi anni è subentrata una farmacia.
Di quel tempo lontano ricordava soprattutto il “colore” dei luoghi, l’atmosfera fumosa delle osterie, della “sale” d’ottocentesco sapore che, ai suoi occhi di ragazzo, saranno parse falsate, probabilmente dalla sovrapposizione del “fantastico” che sempre avvince la psicologia umana nella fase tra infanzia ed adolescenza.

Ricordava molto bene che a quei tempi il vino non veniva servito in recipienti di vetro divenuti poi in seguito tipici delle nostre osterie (quartini, mezzi litri, litri), ma si andava a spillarlo dalle grandi botti negli scodellini di maiolica, oggi in disuso, o in grossi bicchieri di cristallo a manico.
Dopo il servizio passato al “Corona”, passò alla trattoria “Croce Rossa” situata in Cantone della Pace: un locale preferito dagli ecclesiastici del tempo. Allora era vescovo Scalabrini ed in questo lindo locale dove si servivano piatti casalinghi, confluivano in certe circostanze alti prelati e dignitari del clero nazionale. Era insomma una trattoria frequentata in prevalenza dai preti i quali, fra la cura delle anime e dopo il “grigiore gustativo uniforme” del Seminario, non disdegnavano la buona cucina preparata a due passi dal Duomo.

Si era tra il 1905 ed il 1910, un quinquennio che vide la nostra città mettersi al passo con il progresso tecnologico: l’elettrificazione degli impianti d’illuminazione pubblica (prima funzionanti a gas) e l’avvio del tram elettrico, che costituivano fatti importanti nella vita dei traffici urbani e del costume civico.

Attilio, giovincello svelto e solerte, ma desideroso di nuove esperienze professionali, cambiò ancora e stavolta si stabilì alle “Due spade” in via Borghetto dove rimase più a lungo; non erano anni facili quelli dell’altro anteguerra. Fame e miseria dovunque. Disoccupazione. Molti emigravano portandosi dietro il fardello dei propri stracci e delle proprie speranze, in cerca di lavoro, pane e fortuna, armati solo dal desiderio di riuscire bene, con caparbietà. Anche per Attilio iniziò la corvée: senza soldi, in compagnia di pochi amici (ricordava Visay e Caccialanza) partì per Genova, poi, di tappa in tappa, a Ventimiglia e di qui in Francia, senza passaporto perché allora non ve n’era necessità. Di qui a Montecarlo ove incontrò un amico, tale Bellinzona di Roveleto di Cadeo, il quale gli procacciò un posto di caffettiere e di aiutante di cucina.

La permanenza francese lo deluse; stenti e miseria non mancavano neppure là. Dell’oro di Montecarlo, del lusso di Nizza, egli non ricordava che il risvolto degli stenti e spesso dell’indigenza. Era giovane e solo a quell’epoca, spendeva quanto guadagnava, godendosi la vita, togliendosi tutti i capricci che allora frullavano nella testa di un onesto giovane nato nella “belle époque”. A Clairmont Ferrant passò ore splendide e serene, ma a Nizza, per placare i morsi della fame, andò a cercare ostriche sugli scogli della riviera per ficcarle nell’ultimo sfilatino che gli era rimasto insieme ad uno spicchio di limone.

Si prospettò anche la possibilità di andare in Inghilterra, ma Attilio non se la sentì e ritornò in Francia a Mentone e vi rimase fino a che riuscì a farsi ingaggiare dalla società dei grandi alberghi d’Italia che lo destinò a Venezia ove ebbe luogo l’inaugurazione del Grand Hotel Excelsior di cui era direttore un piacentino, il signor Conti, figlio del proprietario dell’albergo allora di gran moda a Piacenza, il “San Marco”, cui è legata tanta storia delle nostre eleganti tradizioni alberghiere.

A Venezia Attilio esplicò un’attività illustre ed onorifica per un cameriere. Servì in uno dei più grandi ristoranti della Serenissima, “Il vapore”, che annoverava l’elite del “camerierato” del tempo; sempre desideroso di non fossilizzarsi in uno stesso posto, passò al buffet della Stazione di Venezia, poi nella vicina Mestre, quindi ad Udine, Cividale, Verona, Brescia, sul lago di Garda, a Milano, presso “Le regioni d’Italia”, il ristorante preferito dagli artisti lirici. Nel capoluogo lombardo lavorò anche al “Grande Italia” sotto la Galleria, con la qualifica ormai di caposervizio. Fu un’epoca brillante. Vide sfilare a mensa le più famose celebrità del tempo.

Dopo la “grande guerra” fu in giro per l’Italia per stagioni mondane e località balneari fino a che, nel 1931 tornò a Piacenza quando venne rinnovata la gestione dell’Albergo Italia in via Garibaldi. Qui, in occasione della venuta del fondatore del movimento futurista Tommaso Marinetti, venne da Attilio il pittore Osvaldo Bot per ordinare un “menu futurista”. Era - ricordava - così composto: sandwich con mandarini, minestra antitradizionale (con abolizione di ogni pastasciutta, simbolo di una gastronomia pitocca e provinciale), pollo alla diavola con insalata di garofani e petali di rosa ed altre stranezze bucoliche. La mensa era imbandita con verdure (cavoli, verze, patate, legumi, carote, sedani) al posto dei fiori; gli ortaggi erano quelli che i tradizionalisti reazionari usavano scagliare contro i rivoluzionari dell’arte nel corso delle famose serate al “Costanzi” di Milano. Tale decorazione aveva dunque significato contro polemico.

Anni difficili quelli tra il 1930 ed il 1932, ma vita allora spensierata e gioia di vivere con poco. Passata come bufera la paurosa crisi finanziaria che in gergo bancario era definita “quota novanta”, il popolo riprendeva a vivere, ritrovava fiducia e speranza con le conquiste della tecnologia di marca “littoria”. Nel 1933 Attilio che si era messo da parte un gruzzolo, pensò di gestire in società con un amico, un bar-trattoria sulla spiaggia di Cattolica, fulcro lussuoso della nuova mondanità balneare.
Ma quell’iniziativa gli costò delusioni ed amarezze; scartata l’idea tanto accarezzata di mettersi in proprio, riprese le sue stagioni di servizio sul litorale adriatico; ma gli anni cominciarono a pesare, e così ritornò a Piacenza. 
Rimase sette anni al Daturi, dopo aver svolto mansioni di maestro alberghiero nell’apposita scuola istituita dal regime. E così con un’eredità di acciacchi che quasi gli immobilizzavano gli arti ed una modestissima pensione, aiutava ancora nella pizzeria Tosello, ultimo testimone di una stagione di lusso solo per pochi.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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