Lunedì, 21 Giugno 2021

Bel canto e buon vino nella taverna lirica di “Tanèi”

Un luogo della Piacenza di una volta: da “Tanèi” si beveva perché si cantava, non il contrario

"Tanei" nel 1952

Nella puntata precedente abbiamo trattato della famiglia Bobba, stirpe di tenori lirici. Per carità: nessuno di loro calcò le scene dei teatri del mondo come alcuni nostri celeberrimi concittadini, ma furono comunque espressione di una passione operistica ben radicata nella Piacenza popolaresca. Lo abbiamo più volte sottolineato: essendo l’Emilia, soprattutto Piacenza, Parma e Reggio, sedi di tradizioni liriche radicate e patria di ottimi cantanti, era ovvio che tra il popolo1-38 germinasse la passione per il bel canto. Le romanze più celebri si ripetevano nelle osterie e si mescolavano, quasi “sacro e profano”, con altri repertori cantati, sfruttati nelle locande, dai canti più “carnascialeschi” e sboccati, ad altri più noti: dalla “Cavalleria rusticana” che “gareggiava” con il “Brindisi” della “Traviata”, Libiam nei lieti calici”; seguiva, o precedeva, il mascaniano coro “Viva il vino spumeggiante”. Era tra quelli più graditi ed in voga, perché consentiva a qualche voce tenorile di popolano (ed erano molte), più o meno rinforzata o debilitata dal vino, di esibirsi.

Occorre fare comunque un doveroso distinguo. Un conto erano le osterie dove il livello qualitativo del canto si limitava ad adeguarsi alla quantità di vino rosso ingurgitato, un altro era invece riservato solo ad alcune in cui si coltivava con serietà la passione del bel canto, vere e proprie “tampe liriche” dove si radunavano e si esibivano gli amatori del bel canto tradizionale, soprattutto melodramma,ma senza trascurare qualche più popolare canzone “leggera” in voga allora in Italia.

Una di queste era l’osteria ‘d Tanèi ubicata in Piazzetta S. Giacomino il cui nome proviene dall’omonima chiesetta, una delle più antiche della città eretta nell’anno Mille. Si trova esattamente al crocevia tra via Maddalena (da un complesso conventuale, prima Della Mulineria) e via Castello.

Prima diventare semidiroccata causa i bombardamenti questa “tampa” era la tipica locanda  con il lampione a gas, il portale d’entrata ad arco ribassato; faceva pensare alle “gal del rione parigino di Montparnasse riprese negli scorci del pittore Utrillo. Nelle sere d’autunno e d’inverno diffondeva un alone di chiarore reso più opalescente dal piovischio e dalla nebbia che a malapena lasciava intravedere i contorni della porta a vetri. Ma quella luce era un faro per chi era alla ricerca di un posto ospitale dove ristorarsi e dove, già allora si trovavano patiti del bel canto. I muri di cotto erano scoloriti dai secoli, le finestrucole dai riquadri di vetro stuccati, le grate arrugginite.

Nel giro di un anno, appena terminata la guerra, il locale venne quasi completamente ristrutturato e riprese la sua funzione di occasionale o periodico “buen retiro” per gli operai dei vicini opifici militari del “Castello”ovvero la Direzione Artiglieria ed Arsenale. L’ex taverna dove per decenni, prima della ricostruzione, tutto era ben regolato grazie all’attenta regia della signora Linda, l’ostessa, fu poi ripartita in due locali: nel secondo, quello di fondo, era deputato al “bel canto”.

Attorno al tavolo con il tappeto di panno verde, alcuni seduti, altri in piedi, altri ancora accostati al banco con l’ètagére sui cui ripiani sono disposti, in ordine non ostentato, bottiglie di vetro scuro, bicchieri, scodellini di candida porcellana della capacità di un quarto di litro nei quali osservare le colonne indice infallibile dei gradi alcolici del vino. Era un metodo empirico, ma inconsapevolmente basato su un preciso supporto scientifico: la concentrazione più o meno numerosa delle “colonne” deriva dalla presenza della glicerina. Si tratta di un alcol trivalente, principale componente dell’estratto che influenza le caratteristiche organolettiche del vino conferendogli una certa morbidezza; più elevata è la gradazione, più numerose sono le colonne che si formano. Esclusa ogni altra tipologia di vino non rosso ed ogni liquore.

Solo il primo lubrificava le ugole e le voci si cominciavano ad udire, con poderose romanze d’opera, poco dopo avere imboccato via Maddalena; poi nello spezzo del bottonifici Galletto l’eco si ampliava in stentorea risonanza. I clienti erano quasi sempre gli stessi; qualcuno aveva addirittura “iniziato” i figli minorenni ai fastosi riti del bel canto delle sobrie libagioni.

In mezzo a loro c’era l’oste “Tanèi” che quasi si confondeva con i clienti e ne condivideva gli slanci euforici con aria di confidente bonarietà, di sorridente, faceta familiarità, attento a non far mancare quanto era necessario ai clienti per “lubrificare” le voci.

Rispetto ad un po’ di anni prima non erano cambiati i suonatori e la musica, solo un po’ l’estetica dell’osteria. C’era ancora “Napöli” con la sua smaliziata chitarra, con pronto sulle corde qualche motivo di accompagnamento, un “sussurro” melodico, un ritmo di cadenza e di accordo. Si passava dai temi operistici a quelli sentimentali, romantici, appassionati del repertorio di canzoni d’altri tempi.

Anche “Trotö” era sempre in gran spolvero e, nel ruolo di tenore, dopo qualche acuto di riscaldamento, era pronto a partire; qualche scodellino di barbera onesto e sincero, quello pigiato con i piedi nella “navàsa”, gli propiziava l’estro melodico, ne inebriava i passaggi, le modulazioni, le inflessioni.

Chi non conosceva lo spirito della “tampa ‘d Tanèi”, non poteva sapere che qui, in qualunque ora della giornata e della sera, il rito del bel canto lirico era d’ordinaria amministrazione, un’osteria- taverna dove si osservavano i precetti della tradizione, mai una “bettola” nel senso triviale del termine, né tantomeno un coacervo di beoni schiamazzanti beceri e molesti.

Non per nulla in questa “tampa” sono passati in gioventù talenti canori di rango istintivo come Lino gobbi, fino a quello di Piero Campolonghi, per tacere del talenti prodigioso di Gianni Poggi che negli anni giovanili lavorava nel vicino bottonificio.

Da “Tanèi” si beveva perché si cantava, non il contrario, con “Napöli” lì pronto a inventare motivi d’avvio a chiunque volesse esercitarsi ed esibirsi se ne possedeva le doti vocazionali. Lì passarono il baritono Antonio Bosi, il tenore Mario Zazzera, Giovanni Bellocchi, Mario detto “Mezalӧina”.Certo non star del bel canto, ma comunque co-protagonisti di buon rango, abbastanza numerosi, allora, nella nostra città, diversi poi arruolati nel coro del nostro teatro.

Da “Tanèi” vigeva la franchezza e la sincerità di giudizio. Se qualcuno dotato di un grosso volume di voce, ma con poco estro, si voleva cimentare, era il benvenuto, ma con garbo gli si faceva notare che era meglio “cambiare spartito” e defilarsi, oppure cercare di restare nei ranghi, accodandosi a quelli più esperti che lo potevano guidare e consigliare. Ma tutti coloro che amavano il buon vino e la musica, da “Tanèi” un angolino lo trovavano, godendo delle arie immortali che consentivano di lasciar fuori la monotona quotidianità, abbandonandosi al sogno, mai sopito, della bella musica.

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