Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

La “Bubba”, le macchine agricole piacentine d'avanguardia

Tra le aziende che hanno fatto la storia di Piacenza c'è la “Artemio Bubba”, marchio divenuto famoso non soltanto nell’ambito nazionale, ma anche all’estero per le sue rivoluzionarie realizzazioni nel settore delle macchine agricole

Una visita delle autorità alla Bubba nel 1929

Proseguiamo la nostra rassegna dedicata ai grandi, lungimiranti e coraggiosi industriali che nei primi del ‘900 hanno contribuito in modo determinante a far crescere Piacenza in campo economico con la “Artemio Bubba”, marchio divenuto famoso non soltanto nell’ambito Pietro Bubba-2nazionale, ma anche all’estero per le sue rivoluzionarie realizzazioni nel settore delle macchine agricole. Fu l’erede diretta, la continuatrice genuina di quella ditta Bubba fondata negli ultimi anni dell’800 dal Cavaliere del Lavoro Pietro Bubba, singolare figura di pioniere, versatile autodidatta, lavoratore infaticabile e ingegnoso. Il professor Nerli, direttore dell’Istituto di meccanica agraria dell’Università di Pisa, autore per conto del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste di un’apprezzata indagine storica su “I pionieri italiani della meccanizzazione agricola” pubblicato nel voluminoso numero unico della 62° Fiera internazionale di Verona, dopo aver citato le realizzazioni fatte nel 1879 dall’ing. Pietro Ceresa Costa di Piacenza (il primo esempio di efficiente e razionale applicazione di motaratura a trazione diretta) e dall’altro piacentino Emilio Fioruzzi il quale attorno al 1880 assieme all’ingegner Alessandro Ferretti operava uno dei primi esperimenti di aratura mediante locomobile, sottolineava che nel 1889, accanto alla “Francesco Casali” di Suzzara, si affiancava la “Ditta Bubba di Piacenza” nella costruzione di trattrici e falciatrici.

A rigor di termini non è così. Si trattava infatti di una sgusciatrice di semi minuti, ricavata dopo anni di studi, esperimenti e fatiche. Era il 1896. Trascorsero ancora alcuni anni e poi, dopo costanti perfezionamenti ed esperimenti, si poté dare inizio ad una piccola produzione in serie. Fu il successo, la fortuna; la sgusciatrice dava risultati così tangibili cui anche la allora cronica indifferenza dei rurali non poté resistere; piovvero le ordinazioni a ritmo frenetico e la piccola azienda familiare di Santimento si trasformò in industria di macchine agrarie.

Il cavalier Pietro Bubba fortemente incoraggiato dal successo conseguito con la sgusciatrice, si mise alacremente al lavoro. Fu da questo Bubba-2travaglio, alimentato da fede e speranza, di progetti, di disegni condivisi con i figli Federico, Salvatore ed Artemio, che nacque la trebbiatrice, cui fece seguito la costruzione di sfogliatrici per il granturco e, attorno al 1925, addirittura di un trattore ad olio pesante. Nel 1927 si registrarono due significativi avvenimenti nell’azienda e nella famiglia Bubba: morì il padre, il fondatore, Pietro; il figlio Artemio dette inizio alla sua “battaglia” contro l’esterofilia imperante; la lotta ingaggiata con intrepido coraggio ed illuminata chiaroveggenza dal titolare della Bubba, assunse toni davvero drammatici. Occorreva debellare la radicata convinzione del mondo rurale italiano che soltanto le macchine straniere fossero le uniche e vere macchine agricole.

Il 1° maggio 1927, “Realtà”, organo del Rotary italiano, pubblicava un articolo del Cav. Artemio nel quale egli, dopo aver sottolineato che “la macchina agricola rappresenta oggi più che mai un’arma efficace per le battaglie civili del lavoro ed ha il merito di avere contribuito ad un meraviglioso sviluppo che ha preso l’agricoltura in questo momento”, non si peritava di dichiarare che “il vecchio pregiudizio secondo il quale una macchina non poteva essere che ottima se non era inglese, tedesca, americana, è caduto per sempre. La fiducia è ritornata in noi stessi e la errata psicologia degli italiani in conseguenza di secolare servitù economica e politica, si è modificata”.

 
Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (3)

  • E' meritevole sottolineare la citazione del Cav. Bubba, quando in pieno Regime Fascista affermava:

    ... “il vecchio pregiudizio secondo il quale una macchina non poteva essere che ottima se era inglese, tedesca, americana, è caduto per sempre. La fiducia è ritornata in noi stessi e la errata psicologia degli italiani in conseguenza di secolare servitù economica e politica, si è modificata.

    Parole e concetti non da poco e che, tristemente, risuonano famigliari anche oggigiorno. Questa sudditanza e "errata psicologia" degli italiani, facilmente ammaliati da tutto quello che arriva da fuori ma - di contro - sempre troppo critici e schivi verso tutto quello che viene dal proprio paese, è una malattia che permea ancora la maggioranza di noi italiani. E non è solo una questione che riguarda le merci o i beni, ma un concetto che riguardava il modo di approcciarsi in ogni aspetto e che era appunto - come diceva il Cavaliere - conseguenza di secolare schiavitù economica e politica. Schiavitù economica e politica che allora si chiamava Società delle Nazioni e oggi si chiama Commissione Europea a BCE. E così ogni parere e pensiero che arriva da fuori è il verbo e guai metterlo anche solo in discussione, mentre ogni concetto e proposta che viene dall'interno viene sminuita come un'insulsaggine, perché qualcuno là fuori ha detto che non va bene. Ritrovare quella fiducia e modifìcare la psicologia degli italiani, sarebbe anche oggi la ricetta per risollevare il paese e riprendere il controllo di ciò che è nostro. Senza sudditanza nè complessi di inferiorità.

    • una condizione sempre attuale. Ad esempio, per sbeffeggiare il processo di americanizzazione, che si era diffuso in Italia nei primi anni del dopoguerra, Renato Carosone scrisse la simpatica canzone "Tu vuò fà l'americano"

  • L'articolo dovrebbe merita di essere diffuso, infatti mostra la realtà italica prima degli anni 90 del 1900 quando il lavoro era "una normalità" per gli italiani. Oggi il lavoro scarseggia, anche grazie all'UE, e gli italiani subiscono la concorrenza sleale di immigrati più o meno regolari che si offrono con salari bassi e orari illegali. Sembra tutto normale, per i Media!

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