Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

C'era una volta il Natale a Piacenza...

E dopo Santa Lucia non poteva che seguire il Natale ed anche in questo caso dobbiamo fare affidamento alle rarefatte onde dei ricordi, sia quelli di quando ero bambino, tanti anni fa, ed a ciò che nonni e genitori rimembravano di quella festa che, senza ombra di dubbio era (e forse, ma solo in parte, lo è ancora), quella della famiglia

E dopo Santa Lucia non poteva che seguire il Natale ed anche in questo caso dobbiamo fare affidamento alle rarefatte onde dei ricordi, sia quelli di quando ero bambino, tanti anni fa, ed a ciò che nonni e genitori rimembravano di quella festa che, senza ombra di dubbio era (e forse, ma solo in parte, lo è ancora), quella della famiglia.

Si d’accordo! La Natività, Gesù bambino, il presepe, la forte valenza religiosa, ma già dai primi anni ’50 prese il sopravvento l’albero, prima quelli veri, piccoli o medi abeti, poi quelli artificiali, perché passate le feste era una tristezza dover abbandonare gli alberelli. L’Albero di Natale, dal più piccolo al più grande, è decorato con luci, festoni, dolciumi, palline colorate, piccoli pacchettini regalo; nella parte più elevata, la punta, viene solitamente collocata una stella cometa o un punteruolo luccicante, che è il tocco finale per concludere l’addobbo.

L’albero di Natale è un simbolo antico, prettamente pagano e già presente nel periodo medievale, anche se in seguito è entrato a far parte anche della cultura cristiana.
Questa usanza entrò ufficialmente a far parte delle tradizioni della gente che si portavano gli alberi di Natale apposta per poterli decorare nelle loro case, nel diciottesimo secolo. Si dice che simboleggi il rinnovamento della vita, forse quasi il recare la natura dormiente in inverno dentro casa e farla rifiorire in anticipo.

Sia come sia, anche nella casa più poverella, un piccolo albero c’era. Ed ai bambini che già avevano ricevuto S. Lucia, si ripeteva a iosa che dovevano essere più buoni, per accogliere il Salvatore che nasceva ed in effetti per le strade, nei caseggiati, almeno per un paio di giorni, si notava una gentilezza piuttosto inusitata nella scontrosità di fondo, tutta piacentina, per il resto dell’anno.

Ma ad onor del vero, “non tutto era oro quel che luccica”…. Sovente, nei megaraduni per il pranzo, magari dopo un bicchiere di vino di troppo, rispuntavano antichi asti tra parenti, magari ci si rinfacciavano situazione latenti da tempo e non sempre ci si lasciava in serenità.

Ma soprattutto il Natale, in quei tempi di appena superato pauperismo, era la bengodi dell’opulenza ed a tal proposito la “liturgia” gastronomica iniziava con almeno una settimana di anticipo. Nell’ampio tegame di terracotta si mettevano a cuocere i tradizionali tre tagli: maiale, manzo e vitello. Quindi dopo il soffritto, insaporito con una punta ad “pistà”, si rosolava la carne e quindi iniziava la cottura lenta; si aggiungeva solo un po’ di dado e vino e, sopra il tegame, come coperto, un piatto con vino rosso. Serviva a tenere ben umidificato lo stracotto.

La cottura procedeva anche per due giorni, poche ore per volta, fino a che, la carne pronta veniva accuratamente sminuzzata con un coltello o con la mezzaluna. Si scottava un po’ di pane grattugiato con il sugo dello stracotto, quindi in un’ampia ciotola si mescolava la carne, con il pane (poco), formaggio, uova, noce moscata, un po’ di sale e si lasciava riposare, previo assaggio di un cucchiaino (io usavo senza essere visto il dito!) per tutta la famiglia che doveva approvarne la sapidità.

Avete notato? Oggi è sempre più frequente il pranzo di Natale in trattoria o al ristorante. Le donne impegnate con il lavoro fino alla vigilia ed alla corsa frenetica per gli ultimi acquisti, non hanno il tempo materiale per cucinare. Oppure ci si concede una rilassante vacanza in qualche località esotica.

Allora no, era diverso! Il giorno di Natale era il momento della famiglia riunita: nonni, zie, nipoti, insomma era quasi nella norma che il numero dei commensali superasse la decina. Se l’abitazione era piccola, pazienza, ci si adattava, ma l’importante quel giorno era stare tutti insieme!

La vigilia era, si diceva, di “magro”, ma con il passare degli anni e con il benessere, si è trasformata in un “doppio Natale”.A mezzogiorno la nonna, piacentina da generazioni, preparava solo anguilla in umido con gli spinaci, sostituita negli anni successivi, dal “burattèi” (anguilla marinata) ed i “pèss ciupèi” (stricc in carpiòn); alla sera, complice l’avvicinarsi del Natale, il menù si impreziosiva con i classici tortelli con la coda, preparati freschi al mattino, con il ripieno di ricotta e spinaci.

La mattina di Natale gli squilli gioiosi delle campane richiamavano alla Messa solenne e chi era chierichetto, era stato pettinato e preparato con particolare cura perché c’era tutto il vicinato e non bisognava sfigurare.

Gli adulti, almeno i non praticanti, assaggiato il brodo come ogni domenica e concessa la dovuta approvazione, si recavano all’osteria per i saluti di rito con gli amici, ma si rientrava per tempo perché almeno al pranzo di Natale era necessario essere puntuali.

Il Natale dei primi anni del consumismo era totalmente diverso da quello del tempo dei nostri nonni che erano abituati ad un Natale più povero. Erano soddisfatti quando, la mattina di Natale si svegliavano e in cucina, vicino al camino, trovavano dei piccoli sacchetti di carta al cui interno c’erano alcune spagnolette, 2 o 3 mandarini, qualche arancio, noci e nocciole e se erano più fortunati trovavano anche dei biscotti e delle caramelle. Il pranzo di Natale si consumava con tutti i parenti, solitamente nella stanza più grande. Spesso si mangiava una semplice pastasciutta e per secondo un buon arrosto con contorno di patate al forno, il tutto cucinato dalle donne della casa. Non poteva mancare il dolce! Un buon panettone fatto in casa e, alcune volte, un ottimo pandoro con una spruzzata di zucchero a velo nelle famiglie più ricche.
Dopo l’abbondante pranzo tutti si radunavano intorno al tavolo a cantare le canzoni più tradizionali fino a che qualcuno non proponeva l’idea di una favolosa partita a carte.

Nei primi anni Sessanta le cose cambiarono. Alle 12,30 in punto tutti a tavola, con tutti i parenti e subito volava qualche scapaccione per ricondurre i bambini più riottosi alla calma; anche perché sotto al piatto di solito c’era una busta con la mancia. Si iniziava con un po’ di antipasto (ma non sempre) quindi, il re indiscusso di quel giorno, l’anolino ed il numero dei piatti mangiati dagli adulti non era mai singolo. Ed al termine, molti adulti, nonna compresa, con il poco brodo rimasto nel piatto, suscitando in me una immediata repulsione, facevano “al surbìr”, ovvero aggiungevano un po’ di vino rosso. Serviva, asserivano, a mettere a posto la digestione e prepararsi adeguatamente per la prosecuzione del pranzo, con i lessi accompagnati dalla mostarda e la tacchinella arrosto.

Quindi nell’ordine, panettone, ciambella, tiramisu, caffè, ammazza- caffè ed ormai era pomeriggio inoltrato e noi bambini non riuscivamo più a restare seduti ed avevamo così il permesso di andare a scorrazzare un po’ per strada, mentre gli uomini proseguivano con una partita a carte e quindi si iniziava la tombola.

Alla sera, salutati i parenti, la famiglia tornata alle consuete dimensioni, procedeva, per chi ancora avesse una parvenza di appetito, ad un rapido “cata su”, con gli anolini avanzati del pranzo.

E’ vero, erano mangiate pantagrueliche, ma Natale e tutto quel “bengodi” c’era solo una volta l’anno e veniva celebrato a tavola secondo tradizione. E nulla riusciva a bloccare quella liturgia. I miei genitori mi raccontavano che durante la guerra, il pasto di Natale fu interrotto più volte dagli allarmi per i bombardamenti. Quando cessavano si tornava a tavola, si riscaldava quanto si era raffreddato e si proseguiva fino al successivo suono di sirena. C’era tutto il tempo di digerire anche diversi piatti!

Oggi il Natale lo viviamo diversamente, ma non è il Natale ad essere cambiato, probabilmente è il cuore degli uomini che ha perso un po’ l’antico orientamento. Non si ha tempo più per nessuno, si corre dietro ai regali, alle luci e al divertimento, ma tutto questo poi ci lascia delusi e vuoti, forse perché ne abbiamo perduto il primitivo messaggio religioso, ma pure laico-solidaristico o perlomeno di uno spirito di tolleranza diverso.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • per forza , lasciamo che i "mori" dettino legge nel nostro paese, quando invece al primo accenno di insofferenza verso i nostri simboli religiosi dovrebbero essere passati a fil di spada.

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