Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Cantarana e la “Curtassa”: quanti protagonisti in quella contrada

La Cantarana che non c’è più, non può essere rievocata fuori dal gran quadro verde in cui era inverosimilmente immersa. E c’erano casupole, come quella di Lisàndar, rigattiere, i cui tetti d’estate lussureggiavano come quelli di una pagoda orientale

Le insegne in francese fanno riferimento ad un locale aperto da Ernesto Ramelli nel 1928 a Parigi parente di chi aveva testimoniato su Cantarana. Vi emigrò nella prima ondata del fascismo come diversi piacentini; l’emigrazione dalla montagna in Francia è invece nei primi anni ‘50

La Cantarana che non c’è più, non può essere rievocata fuori dal gran quadro verde in cui era inverosimilmente immersa. E c’erano casupole, come quella di Lisàndar, rigattiere, i cui tetti d’estate lussureggiavano come quelli di una pagoda orientale, inondati dal “giallo Van Gogh” dei fiori di zucca, la buona cucurbitacea casareccia con cui si preparavano i “turtèi” che rallegravano le povere mense nelle festività borghigiane.

La Curtàssa, dentro Cantarana, era solo una fitta arnia residenziale, dove abitava un sottoproletariato di stampo ancora ottocentesco che viveva un po’ di espedienti innocui, di mestieri raccogliticci, senza una precisa etichetta di categoria: rivenduglioli, rigattieri, braccianti stagionali reclutati per costruire canali periferici, come quello detto della Fame. Lo squallore delle abitazioni non isolava però gli inquilini: la povertà li univa in modo forte, soprattutto nell’alimentazione. I piatti rustici cucinati, quando si poteva, più abbondanti, erano anche per i vicini. Ed i frutti e le verdure se copiose, erano scambiate reciprocamente. Insomma ci si aiutava senza orpelli caritatevoli, perché la povertà cementava la solidarietà. Certo era un mondo che oggi potremmo definire duro, con gente dal carattere scontroso, sovente rissoso, ma era la dura legge della sopravvivenza che dettava i ritmi dell’esistenza: il resto poco contava.cantarana curtassa-3

Nella Curtàssa i “bei tipetti” erano numerosissimi: oltre a Nadàl cul rosa (di cui abbiamo già tratteggiato la figura) che dal Torrione veniva a fare barba e capelli ai clienti del gran caseggiato, gli anziani ricordavano “frà Paul” il francescano errante che qui veniva a questuare cartaccia, stracci, ferri vecchi per sostentare con il ricavato i poveri che assediavano il convento; c’erano i “Bogiu”, popolani d’invitto sasso locale, “Furmintèi”, lattoniere, che ammucchiava in cortile cataste di scatolame da conserva per ricavarne recipienti idonei ai molti usi domestici; ed ancora la “Bisèina” che fumava il sigaro, prototipo della prima emancipazione femminile dall’imperio dei costumi maschilisti.

Quasi dirimpetto alla Curtàssa, all’angolo con Cantone San Sepolcro, c’era l’osteria “’dla Piva”, gestita dalla “Fûgna”, donna di cordiali impulsi popolareschi, anch’essa figura di povertà fiera e saggia. In un alloggio dell’isolato poi demolito, abitava Paulòn, detto “il sindaco” per certe sue velleità amministrative inserite nella politica popolare del regime: “andare verso il popolo”. E c’erano, nello scarno contesto delle varie attività economiche della borgata, Suèli il muratore, e “Scagnèli” il fruttivendolo che girava con la “giardinöta”, un carretto-trabiccolo. Cantarana come già ricordato, non aveva in quell’età pre-consumistica, ne botteghe, ne negozi.

In fondo, in funzione esemplare rispetto ai sogni progressisti del rione, campeggiava l’Officina Orio, con l’altoforno della fonderia; Cantarana finiva laggiù, ma il suo percorso scantonava nel vicoletto tortuoso detto la “Stradȇla” che proseguiva, coi muriccioli serpeggianti, in via Campagna. Da quei muriccioli pendevano rami d’alberi carichi di frutta, cespi di rose selvatiche, ghirlande di rampicanti, macchie di vilucchi.

Tino Ramelli, in una sua preziosa testimonianza resa a Gaetano Pantaleoni che se ne occupò specificatamente, ricordava la sua Cantarana attorno al 1930, nel periodo in cui i fascisti organizzavano nelle borgate popolari mangiate gratis di polenta e cavallo allorché rastrellavano il consenso prendendo “per la gola” il popolo famelico.

Il “pranzo popolare” si consumava poco prima dell’imbrunire, ma già di buon mattino cominciavano a circolare carretti carichi di tavoli e Tino Ramelli a destra-2sedie che venivano disposti su due file, una a ridosso dei caseggiati di sinistra (dalla Curtàssa alla piazzetta della fontanella), l’altra vicina al muro di cinta dell’orto del Collegio Buon Pastore.

Comunque Cantarana non era, tutto sommato, né secondo diffusa opinione, soltanto borgata di derelitti ed affamati. Sicuramente c’era un po’ di tutto, ma accanto ai sottoproletari, ai ladruncoli di “polli”, a certi strati sommersi della “malavita”, agli avvinazzati di ruolo, ai pezzenti di effetto pittoresco, convivevano pure lavoratori ed artigiani, venditori ambulanti, dipendenti, ciascuno con una propria dignità etica, mai con alterigia di rango.

Allora i mestieri umili quali “magnàn”, “tölar”, lo “strasèi”, lo “spasòn” e via dicendo, non erano tenuti in dispregio classista. E’ il caso del “tölar” Furmintèi, artigiano povero quanto valente ed industrioso, buon padre di famiglia, oppure il vecchio falegname Verani che rassettava vecchi mobili e suppellettili, tavoli e sedie sgangherate, letti traballanti; una persona schiva che si vedeva uscire solo per la Messa in S. Sepolcro.

Ramelli ne ricordava tanti altri: dai Bersani che risiedevano in Cantone Sam Sepolcro dove abitava la sua famiglia, ai Cornelli e gli Orlandi, entrambi muratori, Marconi ferroviere, Nicelli detto “Piansòn”, fruttivendolo ambulante. In una casetta isolata nel verde degli orti, dirimpetto al famoso e sconfinato “Ort dal Müt”, c’era la Natalina con il marito Lisandàr Gobbi detto “Bufalabàla”; quella casetta sui cui tetti si arrampicavano le zucche era circondata da ogni “ben di Dio”.

Natalina, detta la “vacìna” era una linda e minuta vecchietta che coadiuvava il marito nelle compere di ferraglia, carte, stracci, cianfrusaglie d’ogni sorta; da lei portavano rimasugli tessili, ferrosi, arnesi di pregiati metalli, rame, bronzo, ottone, zinco, alluminio. Era l’epoca dell’autarchia e della raccolta di manufatti da riciclare nelle fonderie, nelle industrie tessili e cartarie.

“Quante volte- ricordava Ramelli-  frugando nei cantucci di casa mia, trovavo qualcosa da portare alla “vacìna” ricavandone pochi centesimi con i quali andavo a comperare la “giardinöta, assortimento incartocciato di frutta secca, dal fruttivendolo “Mavlèi” Maccagni con bottega in via S. Bartolomeo. Sovente l’arzilla “nonnina” della borgata fornì inoltre alle famiglie indigenti il gruzzolo necessario a sfamare almeno per un giorno molti abitanti della “Curtàssa”.

Nelle casupole-abituri di Cantarana dimoravano i Maggi, i Suelli, i Podestà, i Migliorini, i Migli, Bruno Posla soprannominato “Deleghè” (titolo di ironica notabilità istituzionale), i Galli il cui capofamiglia riportò gravi ferite nello scoppio della Pertite rimanendone invalido.

Rammento - proseguiva Ramelli - la rivendita di legna e carbone di Fariselli; vi erano i Rocca e molti alti nuclei familiari, la Valentina Biselli, infermiera che faceva iniezioni gratuitamente agli infermi poveri.

Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...

In una decorosa casetta abitava il già citato falegname Verani, confinante con la mia che però aveva l’entrata in S. Sepolcro. Siccome abitare in Cantarana era allora considerato dalle altre comunità quasi un’onta sociale, un complesso di inferiorità civica, anch’io da ragazzo precisavo che abitavo in S. Sepolcro. Oggi- concludeva nella sua narrazione il sign. Ramelli- quasi me ne vanto perché è da Cantarana, dal suo humus umano, che sono scaturite le mie radici, maturati i frutti della mia affettività esistenziale. I miei genitori erano molto religiosi, casa, chiesa e lavoro. Mia nonna Regina era benvoluta da tutti per il generoso filantropismo da lei operato a favore dei bisognosi”. Il racconto terminava qui. Per questo essendoci dilungati in questa interessante disamina, rinviamo la conclusione alla prossima puntata del nostro blog con il racconto sulla “Curtàssa”, sempre ché abbiate ancora il desiderio di seguirci.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

Attendere un istante: stiamo caricando i commenti degli utenti...

Commenti (2)

  • Una domanda all'autore: ma la prima foto, quella di un'osteria con tutte le scritte/insegna in francese, a che periodo si riferisce? E in quale quartiere sorgeva (se noto)?

  • I bei tempi andati! Sembra rivivere le emozioni di tanti anni orsono, anche se in siti lontani da Piacenza,

Torna su
Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...
IlPiacenza è in caricamento