Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Cantarana, teatro-strada della Piacenza popolaresca

Centro dell'azione comunitaria era l'osteria 'dla Grasiusa all'angolo con via San Bartolomeo, tipica locanda di quei tempi

Nelle prossime puntate del blog volevo trattare del Po, di pescatori, di favolose pesche dello storione, di scavatori di sabbia, del rione di “giad (Borghetto) ed altro, ma, sollecitato dalla richiesta di un amico, sono stato invogliato a compiere una piccola digressione, anche perché il cuore vola sempre là, dove i ricordi lo chiamano.

Al n° 100 di via San Bartolomeo nacque mio padre e la nonna Angela mi raccontava che andava a rifornirsi di vino presso l’osteria ‘dla Grasiusa, proprio all’angolo con quello straordinario microcosmo che fu Cantarana, con l’epico centro ‘dla Curtàssa.

Una borgata davvero ad un “tiro di schioppo” dal Po, dove molto tempo fa le rane c’erano davvero e vi cantavano di notte a squarciagola, tanto che poche strade cittadine rispettano come questa l’originario significato toponomastico, non ad esempio, come la Muntà di Ratt, così chiamata non perché vi scorrazzassero i topi, ma perché, nella parte più elevata della strada vi dimorò l’antico ceppo nobiliare dei Ratti.  Non occorre dunque l’ausilio di speciali ricerche erudite per verificare come questa zona del suburbio storico fosse un tempo assediata da paludi, stagni, fossati, rivi acquitrinosi, peculiarità essenziali dell’ecologia sub-fluviale di cui il gracidio delle rane fu specificità canora.

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Sorta su un primitivo agglomerato rurale, Cantarana venne via via enucleandosi  sul tracciato parallelo a via Campagna, fino ad assumere i connotati edilizi di significativa contrada inserita, tramite i suoi spontanei rustici (vicoli, cantoni, stradelle ecc), come lenta aggregazione periferica. Per secoli Cantarana, alla stregua delle antiche borgate racchiuse nei confini dell’entro mura, visse una dimensione tutta sua, in fregio ai due poli di primaria attività religiosa e comunitaria intorno a cui fu indotta a gravitare: i cinquecenteschi templi di S. Sepolcro e S. Maria di Campagna.

Poi però alla fine degli anni ’30 la mano del regime si abbatté “sulle luride catapecchie” (come vennero definite dalla stampa locale), facendo sorgere in loro vece, sull’immensa area verde retrostante (il cosiddetto Ort dal Mut che tale non era, perché personaggio loquace che vendeva “insàlata e gugnalèin par la sira e la matèin), l’attuale quartiere Costanzo Ciano, uno dei primi esempi di quartiere popolare pianificato con criteri schematici, in una uniformità piatta e livellatrice, ma sicuramente più igienica.

Forse anche per questo, nella memoria storica più popolare, il Ciano fece rimpiangere l’umile edilizia dei caseggiati pittoreschi aperti ed articolati dove, al di là della loro massa frontale, c’era l’arioso verde degli orticelli, dei verzieri gremiti di motivi orto- botanici, di vivai delle arborescenze in libertà. Era insomma Cantarana uno scrigno di rusticane verzure, assai più di via S. Bartolomeo e dintorni.

Non c’era infatti casupola disadorna o fatiscente che non avesse alle spalle (retaggio degli orti medievale, terra non sottoposta a vincoli feudali e scampo essenziale alla fame), una seppur minuscola cornice di orto, un pergolato di fronde e tralci, la tipica edicola di pozzo in vetusto laterizio, cespi di verbena. Ed ancora lo stagnetto domestico in cui guazzavano anatre ed oche, la piccionaia fatta di assicine e steccati Ogni tanto, quando ne aveva voglia, il Po usciva a “fare due passi” e provvedeva a “ripulire” il tutto; poi con santa pazienza, si rinnovavano gli orti, magari fecondati dal benefico limo non ancora inquinato da metalli pesanti ed altre amenità.

Non c’era orto che non avesse un fico frondoso, un susino o un albicocco, “osservati speciali” per salvaguardarli dalle grinfie dei “muclòn” al tempo della maturazione.

Al centro la “Curtàssa”, ossia nell’accezione popolaresca, “il cortilaccio”, fulcro d’azione dello spettacolo contradaiolo; nei bui meandri notturni, non scintillavano lame di pugnali, né spari di pistole, ne c’erano “lucciole vagabonde”, ma quelle vere che scintillavano ovunque.

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La Curtàssa era solo una fitta arnia residenziale, dove viveva un sottoproletariato di stampo ancora ottocentesco che viveva un po’ di espedienti innocui, di mestieri raccogliticci, senza una precisa etichetta di categoria: rivenduglioli, rigattieri, braccianti stagionali reclutati per costruire canali periferici, come quello detto della Fame. Lo squallore delle abitazioni non isolava però gli inquilini, la povertà li univa in modo forte, soprattutto nell’alimentazione.

I piatti rustici cucinati, quando si poteva, più abbondanti, erano anche per i vicini. Ed i frutti e le verdure se copiose, erano scambiate reciprocamente. Insomma ci si aiutava senza orpelli caritatevoli, perché la povertà cementava la solidarietà. Certo era un mondo che oggi potremmo definire duro, con gente dal carattere scontroso, sovente rissoso, ma era la dura legge della sopravvivenza che dettava i ritmi dell’esistenza: il resto poco contava.

Centro dell’azione comunitaria era l’osteria ‘dla Grasiusa all’angolo con via San Bartolomeo (oggi l’antico ingresso è murato ndr.), tipica locanda di quei tempi.

La titolare, restituiva nel nomignolo che le veniva dalla prima giovinezza, l’immagine di una popolana soffusa di candida grazia fisica e mentale. A tener testa a tutta quella clientela, talora con molti attaccabrighe, con una mentalità ancorata a futili rivalità rionali, c’era lei, la Grasiusa, l’ormai matura signora fragile e gentile che, con la schietta favella vernacola, dissuadeva anche i contendenti più sfegatati, riportandoli ad un più equo rapporto di tolleranza.

In fondo lei era sempre in credito con certi clienti stracarichi di “tinèi”, di debiti appunto. Carrettieri, legnaioli, ortolani, pescatori, rigattieri, manovali, sulèi ( addetti alla posa dei ciottoli stradali) costituivano l’humus clientelare della Grasiùsa. Non le bottonaie  che lavorano da Capra, perché le donne non entravano all’osteria se non per acquistare il vino da consumare in casa (almeno così mi riferiva la nonna Angela). Nel cortile dell’osteria, aperto su un piccolo scenario di pampini, fogliame di fichi e gloria di rosse amarene, c’era, un piccolissimo gioco delle bocce.
Altri tempi, altri uomini...

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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