Lunedì, 18 Ottobre 2021

Cementirossi, il fascismo e la guerra non pongono fine all’attività del cavaliere Giovanni

Al termine del secondo conflitto mondiale Giovanni Rossi partecipa alla ricostruzione di Pontedellolio

La prima puntata su Giovanni Rossi e Cementirossi

A conflitto concluso (1° guerra mondiale), tornato nella sua amata terra, Giovanni Rossi si rimboccò le maniche rimettendosi al lavoro, intuendo che per l’industria edilizia si aprivano prospettive operose nel contesto della nuova realtà economica nazionale. Non erano tempi facili: le agitazioni sociali e le drammatiche vicende politiche del periodo 1918- 1922, non incisero però sul normale andamento della sua azienda che, proprio in quell’epoca di gravi turbamenti civili, di lotte sindacali, non fu mai toccata da uno sciopero, avendo instillato nella sua famiglia aziendale, sempre con il linguaggio dei fatti e non delle parole, l’ideologia premiante della solidarietà fra capitale, indirizzo tecnico-produttivo e lavoro.

Avendo maturato in termini ideali una profonda coscienza socialista, retaggio sia pure romantico-umanitario della propria formazione cementrossi nel 56, Aonzo e la figlia di Rossi-2giovanile, Rossi non se la sentì di abdicare ai presupposti della sua fede politica. Non era un opportunista, un camaleonte, uno dei tanti voltagabbana di cui purtroppo è zeppa la storia politica del nostro paese. Non si piegò al nuovo indirizzo politico da cui avrebbe potuto trarre ben altri vantaggi. Preferì, sotto l’ondata delle intimidazioni, allontanarsi dalla sua terra, strapparsi, come si suole dire, dalle sue radici ancestrali, anziché piegare la cervice agli imperativi categorici del nuovo potere politico.

Con l’avvento del fascismo, essendo di radicata fede socialista, fu infatti costretto ad allontanarsi e a rifugiarsi nel deposito di carbone delle Ferrovie dello Stato a Torino. Negli anni successivi si trasferì a Milano dopo aver temporaneamente affidato la sua attività all’amico Aride Breviglieri titolare dell’RDB. Furono per lui anni di doloroso “esilio in patria”; ma la sua azienda continuò a restare la roccaforte dei suoi ideali, proseguendo sulla linea direttiva da lui tracciata. Anche nel forzato distacco, la sua presenza fu viva e stimolante; l’azienda marciò a ritmo di crescita e sviluppo inarrestabili. Ormai il dado era tratto e quando la situazione socio-politica si normalizzò, egli potè passare il “Rubicone”, ossia tornare nella sua Pontedellolio con rinnovato vigore imprenditoriale. Fu appunto in quegli anni che maturò il progetto di dedicarsi alla produzione del cemento, con l’acquisto di un modesto stabilimento a Piacenza in cui insediare la sua attività industriale. Correvano gli anni Trenta. La nuova azienda da lui rimodernata e potenziata, riuscì a procedere malgrado l’impatto economico-finanziario causato dalla “grande depressione” (la cosiddetta, da noi, quota ’90); assunse nuovi tecnici e nuove maestranze, rilevando nel frattempo un’altra cementeria a Borgo Val di Taro nel Parmense.

 
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