Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Ciclismo, canottaggio e pugilato: le tre discipline sportive più in voga a inizio ‘900

Carrellata dei primi del ’900 sullo sport piacentino

Con l’emblematica e suggestiva fotografia del 1887 che ritrae alcuni canottieri della Nino Bixio (della storia della due società Nino e Vittorino abbiamo già trattato nel nostro blog), grazie al contributo del giornalista sportivo Gaetano Cravedi, rievochiamo alcuni episodi dello sport locale fine Ottocento, primi decenni del ‘900. Attività allora dove prevaleva il più puro spirito olimpico, tanto che, a malapena, gli atleti più affermati, potevano contare su qualche rimborso spese; sovente, se non si trovava un provvido mecenate, chi praticava sport la divisa se la pagava.

Ma soprattutto erano apprezzate discipline dove emergeva la forza fisica come il pugilato, la “nobile arte”, perché si trattava di uno sport che richiede, a chi lo pratica, una particolare disciplina e concentrazione nell'incassare appropriatamente i colpi ricevuti, oltre che nell'assestarne di letali. Non a caso il mito “’d’l’ om fort” era una costante valoriale di ammirazione e rispetto presso tutte le borgate popolaresche della città dove saper menar le mani era prerogativa della quotidianità, soprattutto tra borgate avversarie, come in tante osterie, quando il “liquor bacchico” portava a superare il livello di guardia.

Altri tempi, ma sempre con il dovuto rispetto degli avversari e soprattutto senza particolare acredine e cattiveria. Dopo un paio di colpi atti a ristabilire gerarchie e distanze, tutto finiva con una stretta di mano ed un ulteriore “scudlei” pacificatore.

Ma torniamo al nostro sport. Nella foto del 1887 sono ripresi i componenti del famosissimo equipaggio di “veneta” (ovvero quando il vogatore è in posizione eretta, non seduta, come la voga all'inglese, e guarda verso la prua dell'imbarcazione tenendo il remo con entrambe le mani) della Società Canottieri Nino Bixio che in quell’anno s’impose sui campi di regata da Cremona a Torino. Sono Michele Baderna, Carlo Merighi, Emilio Astorri e Guglielmo Cardinali. In mezzo a loro uno dei soci fondatori del sodalizio bianco- blu, il conte Stefano Marazzani Visconti, fratello del primo presidente il conte Lodovico Marazzani Visconti.

“Arriviamo- scriveva poi Cravedi nella sua cronaca- al 1929-30. La squadra del Piacenza è in seconda divisione (attuale serie C); combatte con vigorosa dignità e si classifica al settimo posto nel girone vinto dal Como; secondo è il Derthona, terzo il Lecco, quarto il Fanfulla di Lodi, quinto il Monza, sesto il Galleratese. Seguono Piacenza, Vogherese, Crema, Varese, Seregno”.

Dal calcio al ciclismo. “L’altra foto ritrae Attilio Pavesi nato a Caorso il 1° ottobre 1910, campione olimpico a cronometro su strada dei 100 Attilio Pavesi-2km alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1932. Quando il 4 agosto di quell’anno vinse a 40 di media, non aveva ancora 22 anni. Da ragazzo - ricordava Cravedi - aveva praticato il nuoto e l’atletica leggera; vivacissimo ed esuberante, si esibiva sulla piazza centrale di Caorso, riscuotendo 50 cent. per ogni salto mortale che compiva. Vinceva ed intascava sempre buoni gruzzoli finché un giorno battè la testa e dovette portare…il cappello per un pezzo per nascondere un vistoso bernoccolo. A 15 anni cominciò a correre su una bicicletta da corsa da lui stesso confezionata: aggiungendo cioè ad un vecchio telaio da bici da turismo, due forcelline da corsa e cucendole con filo di ferro e molta buona volontà. A 17 anni si impose come il miglior dilettante della regione arrivando a collezionare quattro vittorie in una settimana. Oltre sessanta i successi conseguiti nella sua carriera. Ma dopo lo straordinario successo californiano, la sua carriera declinò rapidamente. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si trasferì a Buenos Aires, nella capitale argentina, dove si era recato a correre per una “sei giorni” presso il locale velodromo; lì si fermò, aprì un negozio di biciclette e si sposò. Ma non dimenticò mai l’Italia e Caorso ed in seguito più volte tornò nei luoghi della sua infanzia, per rincontrare parenti e amici”.

Morì nel 2011 a quasi 101 anni ma nessuno dei piacentini ha mai dimenticato quell’impresa che, nell’agosto del 1932, gli consentì l’alloro olimpico. “Pavesi - ricordava Cravedi - descrisse la sua vittoria con un gustoso aneddoto: “Quando raggiunse Hansen che aveva vinto i mondiali l’anno precedente a Copenaghen ed era il super-favorito, gli gridò “lassam passӓ”; lo superò in tromba senza lasciargli la possibilità di reagire e si involò sulla magnifica strada costeggiante l’immenso Oceano Pacifico fino a conquistare la grande vittoria”.

Infine la terza foto, 1934. Sul ring del politeama sono di scena le rappresentative pugilistiche d’Italia e della Baviera. Nella squadra azzurra sono inclusi ben tre piacentini: il mediomassimo Gino Rossi, il medio Aldo Longinotti ed il leggero Nino Bosoni, cioè i tre uomini più rappresentativi e qualificanti della boxe piacentina.pugilato nel 1934 al Politeama-2

I tre nella foto sono ripresi di spalle sul quadrato mentre diffondono gli inni nazionali. Rossi è il 2°, Longinotti il 3° e Bosoni il 5° da sinistra.  Gino Rossi - rammentava Cravedi - definito il “Carpentier” italiano per la sua “scherma” scientifica, venne defraudato della vittoria contro il sudafricano Carsten nelle finali delle olimpiadi di Los Angeles. Aldo Longinotti, dal destro micidiale e dal fisico da gladiatore, era un’iradidio” e confezionava K.O.; al suo attivo 180 combattimenti, di cui 170 vittoriosi. Incrociò anche i guantoni come professionista con 7 combattimenti all’attivo conclusi con 6 vittorie ed un pareggio.

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Infine Nino Bosoni detto “motorino” per la sua travolgente azione fu campione italiano dilettanti dei pesi piuma, titolo conquistato a Ferrara il 16 ottobre 1933 su Vicini. Vinse ben 130 combattimenti e sole 10 sconfitte”. Ma il pugilato piacentino ha avuto tanti altri campioni, segno di una ben radicata scuola, ovvero quella della “Salus et Virtus” di cui abbiamo precedentemente trattato, nota anche per la tradizione dei suoi ginnasti.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • adesso quei tre sport vengono chiamati gli sport dei poveri e l'unico sport che viene considerato sembra essere il calcio

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