Lunedì, 21 Giugno 2021

Don Veneziani: parroco povero tra gli indigenti delle borgate popolari

Se c’era un prete vicino ai poveri ed ai diseredati, questi fu certamente don Paolo Veneziani, anzi monsignor Veneziani, anche se lui, dopo la nomina, riferendosi ai colori dell’abito talare che indicavano la nuova dignità, disse: “an pёr da ess un cunfanòn”

Don Paolo Veneziani

Se c’era un prete vicino ai poveri ed ai diseredati, questi fu certamente don Paolo Veneziani, anzi monsignor Veneziani, anche se lui, dopo la nomina, riferendosi ai colori dell’abito talare che indicavano la nuova dignità, disse: “an pёr da ess un cunfanòn” (ovvero un papavero).

Era parroco di San Sisto, una delle chiese (e ce ne sono tante) più antiche e suggestive di Piacenza, ricolma di straordinari tesori d’arte, ma anche ubicata tra le borgate più popolari della nostra città, ovvero quella che comprende la parte inferiore di via Borghetto, rione di “giӓd, il Torrione, via Degani, via San Bartolomeo con “annessi e connessi”, ovvero Cantarana e zone limitrofe.

Sì, d’accordo, c’era limitrofo, anche qualche palazzo nobiliare (ed è ovvio in una zona gravida di storia), ma l’humus, lo “zoccolo duro”, era per lo più quello popolaresco, anzi, per usare un termine ormai un poco desueto, molto sottoproletario.

San Sisto-3

Vi convivevano la piccola borghesia (scarsa), il proletariato e tanti poveracci che dovevano ogni giorno cercare di combinare il pranzo con la cena; una borgata dove era fortissimo il senso di solidarietà sociale (da ciò il detto: par la sӓl a gh’è al visèin”), ma dove era assai radicato socialismo e comunismo ed i preti erano visti un po’ come “il fumo negli occhi”, anche se poi moltissimi ragazzi gravitavano attorno all’oratorio, una frequentazione accettata con tacito consenso dalle famiglie.

In questo contesto operò don Veneziani, un sacerdote però a cui tutti volevano bene, perché lui, dentro di sé, era esattamente come “il gregge che gli era stato affidato dalla Provvidenza”, povero tra i poveri, insomma un “prete-operaio” ante litteram, nel senso che tanto aveva, tanto donava, pastore sensibile ed attento, ma anche energico, che “non le mandava certo a dire”, ma che viveva il messaggio evangelico in piena attuazione e senza alcuna finalità partitica, in tempi in cui le passioni politiche divampavano anche in sanguinose violenze classiste.  Nemico dei comunisti insomma per ovvie ragioni ideologiche e teologiche, ma loro amico per solidarietà di classe.

I testimoni di quell’epoca (tra cui la nonna materna Angela che abitava al 100 di via San Bartolomeo, poco lontano dall’osteria ‘d la Graziosa) quando ricordavano questo prete, più che il termine “sant’uomo”, dicevano che era “uno di noi, un “piacentino del sasso”, che invece di fare, poniamo, il carrettiere o il fornaciaio ai Sièr, faceva il “mestiere di prete”.

via Borghetto-6

Don Veneziani in pratica, pur indossando l’aborrita tonaca nera (chi non ricorda il libro “Il manganello e l’aspersorio di Ernesto Rossi), in un periodo in cui la realtà sociale si colorava di rosso scarlatto, vestiva, agli occhi dei più, una sottana candida, odorosa di bucato come gli indumenti che uscivano dalle lavanderie dei Lamberti e della Guglielma nella contrada parrocchiale. Essendo la sua una parrocchia povera, senza godere di cospicui benefici come altre, è probabile che il suo aiuto ai tanti miseri derivasse, oltre che da qualche donazione privata e dalle offerte, soprattutto dallo spogliarsi fino all’osso delle misere sostanze personali. Ogni settimana faceva il giro della parrocchia, con tappe prefissate: il negozio- panetteria (con la vicina osteria) dei Giacobbi in via Borghetto o dalla “Grasiusa” (via Cantarana- angolo con via S. Bartolomeo). In tal modo con i soldi da lui versati, qualche debito si cancellava.

Del resto la solidarietà veniva già dai titolari di questi esercizi. Nella bottega di generi alimentari con annesso forno-panetteria della “Pirèina” (vedova Giacobbi) molti comperavano a credito. Molte volte sui libretti della spesa dei nuclei familiari più bisognosi, i conti venivano depennati in parte o del tutto grazie alla sua riservata longanimità. Di quanti “tinèi”, debiti non più pagati, contraddistingueva il suo bilancio d’esercizio annuale? Nessuno lo seppe mai, perché la bontà autentica, è taciturna, non veste le penne del pavone, non figura negli albi d’oro della munificenza, dell’umanitarismo pubblico, talora suggellate in clausole testamentarie che diventano operanti solo dopo la morte del benefattore che ha voluto collegare la sua memoria nominale ad un istituto, un ente, un’opera pia. Quella della Pirèina era bontà quotidiana, senza fronzoli, immediata. E così per la Grasiusa e tanti altri.

Uomo di popolo, venuto dal popolo dei disagi e dell’indigenza sottoproletaria, don Paolo non poteva non immedesimarsi con la realtà con voltone cantone san Sisto-2la realtà socio-religiosa in cui si trovò coinvolto per spontanea, connaturale, vocazione cristiana. Un prete vero, con vocazione forte ed autentica; fu compagno di seminario del Vescovo Malchiodi che chiamava pubblicamente Eccellenza, ma “Bartinu” in privato.

Nei primi anni Venti Borghetto fu baricentro delle irruzioni repressive dello squadrismo fascista. Ma le spedizioni furono sovente non troppo cruente, perché la borgata era soprattutto abitata da sottoproletari, più che da operai. E’ per questo che Borghetto non pagò come altri rioni (Taverna) pesanti tributi, ma quando Faggi organizzò gli arditi del popolo, Barbiellini, pur organizzando in contrapposizione gli Arditi del fascio, dimostrò nei fatti tolleranza verso i popolani di via Borghetto.

Il “ras” del potere locale nutrì sempre particolare rispetto per queste zone e la parrocchia di S. Sisto; fra lui e don Veneziani intercorsero rapporti di pacifica convivenza, quasi che li unisse un comune popolare slancio altruistico, seppur nato da ben differente ideologia. Don Paolo non faceva politica; il suo fu apostolato cristiano e come Barbiellini stava vicino ai poveri, ai diseredati, senza guardare al loro credo religioso. La biografia scritta dal professor don Franco Molinari su questo così particolare “fascista del dissenso” è emblematica per comprendere questo parallelo che a prima vista potrebbe parere troppo ardito.

La biografia di don Veneziani è limpida e lineare e la sua figura è stata ben rievocata da don Paolo Alberoni a lungo parroco di San Savino che fu suo collaboratore in

S. Sisto dal 1955 al 1959, anno della sua scomparsa. Nato a Piacenza nel novembre 1885, allievo del prestigioso Collegio Alberoni, ricevette gli ordini sacerdotali nell’agosto del 1911; fu curato prima a Sarmato e poi insegnò nel Seminario Vescovile fino a quando, nel 1926, divenne prevosto in S. Sisto dove, proprio in quell’anno, ricevette “un battesimo di fuoco”: a parte il diffuso ed endemico “pauperismo” che affliggeva la gente della sua borgata tra le più depresse della cerchia d’entromura, il Po straripò ed inondò la fascia sottomurale, minacciando di ripetere il memorabile dramma del 1907, anche se per fortuna i gorghi lambirono solo a pelo radente Porta Borghetto, Porta Soccorso ed altre zone più esposte alle secolari impennate del fiume, non superandone gli sbarramenti.

Ricordava don Alberoni: “Don Veneziani è stato un santo pastore di anime, vero padre spirituale della parrocchia; i bambini, quando ricevevano la pagella, correvano a mostrargliela come si fa con un papà. Ricordo un particolare toccante: era già morto quando giunse in canonica una bambina con la pagella: le feci sapere che don Paolo era salito in Paradiso e lei mi rispose che voleva fargliela vedere lo stesso anche se stava lassù”.

Fu severo con se stesso, mansueto con tutti, arguto ed espansivo, spregiudicato con i suoi concittadini “del sasso”, con cui parlava in stretto vernacolo. La gente lo amava e lo rispettava perché lo sapeva povero e disinteressato: un modello di ascetismo francescano. Riscaldava la sua casa con una stufa alimentata a segatura, dispensando ai più poveri legna, carbone, pane, pasta ed altri viveri che acquistava sovente a credito. Accorreva al capezzale anche di coloro che la chiesa non la frequentavano, ritenendole “pecorelle smarrite” da ricondurre all’ovile.

Benché infermo e stremato dalla gravezza dell’età vissuta tra stenti e privazioni, fino agli ultimi mesi soccorreva gli indigenti; la sua scomparsa placò pure le accese divergenze politiche ed anche i comunisti accorsero a tributare le loro condoglianze al parroco povero, padre e fratello dei poveri.

interno san Sisto-2

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