Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Dove erano a Piacenza Cantone delle Oche, Strada delle Orfane e Cantone dei Moroni?

I nomi stravaganti o diversi che nel passato avevano strade, vicoli e cantoni nella nostra città

cantone Gandine

Con questa ulteriore ed ultima puntata del nostro blog (non certo esaustiva, ma solo esemplificativa di quanto i nomi delle strade siano mutate nel tempo sull’onda di “sbattezzare” le strade con una sorta di maniacale frenesia del nuovo, salvo poi in non poche occasioni tornare alla precedente denominazione, anche se a lungo il popolino, per inveterata consuetudine, forse anche pigrizia, continuò a designare i luoghi con i nomi di una volta, iniziamo con Cantone delle Oche (o cantone Macina della farina) poi divenuto via del Pavone ed infine via Francesco Daveri martire della Resistenza.

Il nome che più resto a lungo fu però quello del Pavone, ovvero quello di uno dei più rinomati alberghi del quale, come ricordava Emilio Malchiodi in un suo breve saggio riservato alle locande storiche, era titolare Giuseppe Scavamiglia; aveva 10 camere ed una stalla per otto cavalli.

Cantone Gandine. Era fino ad alcuni decenni fa un tipico vicoletto rustico e tortuoso che collegava (tutt’ora) via Scalabrini constradario Repetti-2 via Gaspare Landi. Difficile stabilirne l’origine. Il Fermi non ne dà spiegazione, Rapetti la ipotizza dalla famiglia Gandini presente già nel secolo XII° di cui ricorda un cronista, Giulio ed un canonico, Luigi.

Cantone San Rocchino che congiunge via Borghetto con via Mazzini (al termine della scalinata della Montà di Ratt) prende nome, sembra, da un’antica chiesetta che vi sorgeva in epoca medievale.

L’attuale via dei Mille si chiamava in origine Strada delle Orfane (ed in precedenza Cantone degli Stracci). Prendeva nome (come attesta il Siboni) da un oratorio ed orfanotrofio su iniziativa del cardinale Paolo d’Arezzo che formò una congregazione di rettori per stabilire l’opera pia. Comprata una casa “bastantemente comoda” e capace nella parrocchia di S. avino, non molto lungi dalla cappella di S. Maria di Torricella, vi costruirono accanto una chiesetta comunemente chiamata “delle orfane”. La casa accolse un buon numero di ragazze ma anche vedove o nobili decadute per cui fu successivamente ampliata avendo ricevuto nel frattempo copiose offerte e lasciti da parte di facoltosi cittadini. Per quanto - avvertiva Siboni - magnificati dal Poggiali, i fabbricati erano in realtà degli squallidi dormitori, la punto che nel 1819 l’istituzione fu trasferita in s. Maria della Pace.

Cantone de’ Montani che unisce via Croce ed Asse. Lo studioso Anguissola nelle sue “effemeridi” attesta che questo vicolo era così indicato perché vi abitava gente di provenienza montanara, quali spaccalegna, segantini ecc.

Cantone dei Moroni. Trasversale di via Scalabrini verso il Pubblico Passeggio. (Anticamente via della Scorza). Potrebbe essere sia il termine dialettale per indicare i gelsi (come precisa Rapetti) che vi allineavano nel passato. Ma più probabilmente è a ricordo di un’antica famiglia, i Moroni. Ricordiamo a tal proposito anche il detto piacentino come ci riferiva il Tammi: “l’ha studia al libar dal Muron: con po’ l’ha studia, po’ al diveinta cuion!”. Pare si riferisca al Dizionario di erudizione storico- ecclesiastica in cento volumi del Gaetano Moroni 1840-1847. Proverbio che si utilizza ironicamente per gli studenti che capiscono poco e di chi fa sfoggio di inutile e vuota erudizione.

Cantone Montagnola. Nel cuore della borgata di S. Agnese che unisce le vie Benedettine e del Guazzo e deriverebbe dall’andamento in salita della strada. Del nome Guazzo invece si ignora l’origine.  

Filanda, Buffalari o S. Monica (da una chiesa, poi demolita), hanno caratterizzato con i loro abitanti la vita della zona per tutto il ‘900. I nomi delle vie sono emblematici: la Filanda per la presenza di un grande filatoio per la seta attivo fino alla metà dell’800; vicolo Buffalari perché un tempo vi si allogavano i bufali usati per trascinare le barche; erano più avvezzi a muoversi nel fango. Qui per molti anni, all’inizio della via, funzionò a pieno regime una “casa chiusa” dove generazioni di piacentini iniziarono il loro tirocinio virile in epoche meno prodighe di liberali rapporti di coppia.

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Molini degli Orti. Ne abbiamo già diffusamente trattato in due puntate nel nostro blog ed ora lo riproponiamo per i nomi delle vie, ovvero l’attuale, trafficatissima via Colombo, l’opposto di ciò che era. Pare così si chiamasse perché anticamente, situati sulle rive di un grande canale (probabilmente il Rifiuto), erano in funzione degli autentici mulini, quasi un paesaggio olandese situato appena fuori le porte della città.

I più anziani ricordavano ancora il verde dei numerosi orti che qui lussureggiavano più che altrove, il grande canale Rifiuto (oggi completamente coperto ma che si intravede nella vecchia cartolina pubblicitaria) proveniente dalla zona della Corneliana che portava il suo corso d’acqua verso il Po e permetteva l’irrigazione costante delle aree coltivate. Fino a non moltissimi anni fa, le sue rive erano ricoperte da foltissime macchie di robinie, di sambuchi, di more entro cui i monelli del sobborgo si lanciavano in giochi sfrenati. Ed è proprio il Rifiuto, toponomasticamente a segnare il limite iniziale di questa zona.

Strada S. Marco fra via Cittadella e San Tommaso prende il nome da una antica osteria con stallaggio di cui si ha notizia dal XVI° secolo.  La via diede poi titolo all’Hotel S. Marco, tutto un capitolo di costume mondano che infiorò di sfarzi e galanterie la “belle epoque”; vi passarono personaggi di gran lustro storico, regnanti, baroni, duchesse e soprattutto Giuseppe Verdi. Da allora ospitò l’Ufficio di igiene, la Polizia municipale, quindi la malinconica chiusura e la totale decadenza, oggetto oggi di ripetuti appelli ad evitarne la rovina totale.

Cantone Pantalini. Collega via Roma e via Guastafredda (dal nome di un’antica famiglia di origine germanica) e prende il nome da un’antica famiglia ora estinta. Stefano Fermi ricorda un Pantalino de’Pantalini che lasciò un legato alla parrocchia di S. Savino per celebrare delle messe, mentre il Giarelli nella sua Storia di Piacenza cita un canonico Pantalini. Come premesso si potrebbe proseguire “ad libitum”, ma qui ci fermiamo soddisfatti di avere lasciato un altro piccolo tassello sulla storia soprattutto popolare della nostra città.

via Colombo-2

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (3)

  • bravo Prof, sempre molto interessanti i tuoi articoli! complimenti di cuore!

  • Grazie delle preziose ricerche. Sarebbe interessante scoprire anche da cosa deriva il nome della via Guastafredda, ci sono cresciuta e ancora non ho trovato risposta alla mia domanda.. :)

  • Il nome guazzo nell'articolo indica un luogo dove ristagna l'acqua poi utilizzata per il bagno di piante da fibra (es. Canapa) o lavaggio di stracci e affini. E' un'usanza d'altri tempi, i bei tempi andati quando si viveva a misura d'uomo. Indica anche il lavaggio delle olive, ecc.

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