rotate-mobile

Giuseppe Muratori, prestigioso maestro del ferro battuto

Nel nostro viaggio a ritroso nel tempo della Piacenza che fu ci occuperemo di Giuseppe Muratori, maestro prestigioso del ferro battuto. La storia “minore” dei nostri progenitori è infatti caratterizzata dalla capillare presenza di valentissimi artigiani che, con la loro abilità manuale e pochi attrezzi a disposizione, sapevano ricavare tutto ciò che oggi è stato sostituito dalle macchine

Nel nostro viaggio a ritroso nel tempo della Piacenza che fu, dopo il lungo (e doveroso) omaggio a Porta Galera, ci occuperemo in questa puntata di Giuseppe Muratori, maestro prestigioso del ferro battuto. La storia “minore” dei nostri progenitori è infatti caratterizzata dalla capillare presenza di valentissimi artigiani che, con la loro abilità manuale e pochi attrezzi a disposizione (spesso nati dalla loro pratica inventiva), sapevano ricavare tutto ciò che oggi è stato sostituito dalle macchine.

Dei vecchi mestieri, povere attività ormai estinte e nemmeno etichettate dalle organizzazioni di categoria di secolare retaggio corporativo, abbiamo già trattato; ce n’erano di tutte le tipologie, ed erano la conseguenza di un’economia antispreco, dove tutto doveva essere riutilizzato, una lunga epoca anticonsumistica che dovrebbe insegnarci ancora molto. Tra questi i fabbri: ma quando a questo duro mestiere, si unisce estro e cultura, ecco che l’artigianato trascende nell’arte. Questa è appunto la storia di Muratori il cui nome rimase a lungo scolpito per la sua bravura, nella memoria delle vecchie generazioni.

Era nato a Piacenza nel settembre del 1887 e dopo aver frequentato le scuole tecniche, conseguì il diploma in disegno ornamentale, avendo rivelato in età giovanissima, spiccate, congenite attitudini alla forgiatura e battitura del ferro. muratori2-2

Tale vocazione istintiva si concretizzò con impegno alla fine della prima guerra mondiale, creando vari manufatti di suggestiva fattura, non limitata soltanto ai fregi, agli orpelli di esteriore decorazione, ma inserendoli in organici contesti strutturali e funzionali. Nel repertorio innumerevole delle sue creazioni, si ricordano in ordine cronologico, i grandi lampadari in stile d’epoca sistemati nella basilica di S.Savino, la cancellata dell’avello della famiglia Chiapponi nel cimitero di Sarmato, gli arredi e le inferriate della primitiva sede della Federazione dei Consorzi agrari in via Solferino, ora via S. Franca.

Fu tale la bravura, il grado di perfezione raggiunti da questo schietto figlio del popolo, che la sua produzione meritò prestissimo qualificati riconoscimenti ed attestati fra cui si ricorda: il diploma con medaglia d’oro alla 1° Esposizione generale tricolore (Milano 19239 ed il diploma di merito e medaglia d’oro alla Esposizione Industria e commercio di Venezia.

La bravura ed il genio di Muratori si possono riscontrare in tutti i generi stilistici dove si esercitarono con versatilità di alto artigianato artistico, fra cui le inferriate del Banco di Roma eseguite di concerto con il progettista arch. G.U Arata, nei cancelli d’entrata della chiesa del Corpus Domini, nelle ringhiere, nei lampadari, nelle porte in ferro della Camera di Commercio, dell’ex sede della Banca Agricola (del suo fallimento, con quello di altre tre banche piacentine nel ’32 tratteremo ampiamente).

Riconoscimenti onorifici furono attribuiti al Muratori in altre sedi nazionali, quali il “Gran Premio” con medaglia d’oro di primo grado alla Mostra internazionale delle Arti e delle Industrie a Roma, la “Gran medaglia d’argento” assegnatagli dalla Camera di Commercio a Rosario Santa Fè (Argentina).

Incalcolabili sono i pezzi che costituiscono il suo ricco repertorio esecutivo fra cui si possono citare: i 12 lampadari del Duomo di Fidenza, la cancellata dell’antica basilica di Montecassino (distrutta durante i bombardamenti nella 2° guerra mondiale), il massiccio cancello della chiesa di S. Colombano a Bobbio, la cancellata del fonte battesimale della Basilica di S. Francesco a Piacenza, le opere che arredano la cappella della Sacra Spina in S. Antonino, l’inferriata che racchiude le reliquie del beato Giannelli nel Palazzo Vescovile, l’architettura che contorna il Crocefisso della Chiesa di S. Chiara. muratori4-2

Muratori ebbe bottega prima in via Trebbiola, poi in via Sopramuro. Nella foto di gruppo acclusa all’articolo, è il primo a destra in piedi con cappello e baffi; ebbe tra i suoi allievi e collaboratori, Cogni, Bianchi, Sfolcini, Rosi, Dameli e Marazzoli. Le altre foto rappresentano la cancellata di Palazzo Metti in via  Plebiscito e l’edicola di giornali (1928) che sorgeva dirimpetto al Giardino Merluzzo (allora recintato dalle cancellate) e gestito da Teresa Beghi madre del notissimo giornalaio Gino Molinari che per decenni gestì un’edicola in Piazza Cavalli.

La maestria del maestro Muratori non si manifestò soltanto nella molteplice varietà dei manufatti di arredamento di tema religioso e civile, dalla versatile capacità di ricreare il pittoresco campionario degli stili di tradizione storica (dal bizantino al romanico, dal rinascimentale al barocco-rococò, dall’eclettismo delle nuove tematiche dell’Art Dèco anni ’20), ma traspare con smagliante finezza e leggiadria esecutiva, da quell’inimitabile opera che è la grande porta ferro vetrata dell’edificio Metti in Piazzale Plebiscito, realizzata con straordinari effetti “ricamatori” in un leggiadro gioco di contrappunti luministici, di diafana trasparenza eseguito su disegno del concittadino Savino Labò, la cui attività ricreativa è legata soprattutto alle arti decorative applicate agli arredi dell’industria Liberty, prima ed ultima maniera stilizzata. E’ un esemplare straordinario di primaria importanza rappresentativa nella cultura floreale a Piacenza.

Sopraggiunse poi la 2°guerra mondiale. La ferocia disumana d’indiscriminata barbarie sociale colpì anche questo illustre esponente della nostra geniale creatività artigiana, sospettato di non chiarite complicità cospirative contro il nazifascismo, forse soltanto perché era il padre di un “figlio alla macchia” della Resistenza, Lodovico, comandante di una formazione partigiana operante nelle vallate piacentine. muratori3-2

La torva, cieca, dissennata rappresaglia, si abbatté su di lui alle cinque della sera del dicembre 1944. Un gruppo di scellerati aguzzini irruppe nella sua abitazione in via Sopramuro, lo catturò e lo caricò su un’autovettura. Dopo un breve percorso, sostò all’imbocco dell’antico Cantone Dogana, (via Giordano Bruno), davanti agli uffici della Procura repubblichina.

Fu fatto scendere con spavalda brutalità, crivellato di colpi mortali alla stregua di un abietto, sanguinario criminale di infimo rango brigantesco. Quegli aguzzini non sapevano, data la loro rozza incultura intellettuale, di sopprimere un talento che avrebbe certamente arricchito ancora di altri capolavori, il patrimonio artistico della nostra Piacenza, una città che brillò per i superbi manufatti catalogati, anche grazie a Muratori, nella storia nazionale del ferro battuto.

Giuseppe Muratori, prestigioso maestro del ferro battuto

IlPiacenza è in caricamento