Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

I conventi cittadini: devozione e carità, ma anche qualche comportamento licenzioso

Una disamina dei conventi cittadini visti dal dottor Luca Incerti

Santa Chiara

Con questa breve disamina dei conventi cittadini chiudiamo la parentesi prettamente storiografica (e quindi scevra da ogni completamente di carattere sociologico) offertaci dai contributi del dottor Luca Incerti che l’aveva estrapolata dalla propria tesi di laurea. Lo ringraziamo perché ci ha concesso di divulgare molte peculiarità della nostra storia cittadina poco conosciuta al “grande pubblico”.

“La Chiesa - scrive Incerti facendo riferimento sempre ai testi di alcuni storici locali- verso la metà del XIII secolo, riesce a contenere la diffusione delle eresie, ma non a impedirla. I Catari, come le altre sette ereticali, approfittano della debolezza della signoria di Oberto Pallavicini, per diffondersi in tutto il territorio da lui controllato. L’eresia continua a diffondersi a Piacenza, come in molte città lombarde, Epigrafe intitolazione S. Lorenzo-2ma solo con la scomparsa di Oberto la morsa sembra attenuarsi. La Chiesa riesce a esercitare un’azione assai modesta, poiché i canonici  vengono reclutati tra i membri delle famiglie più importanti, fatta eccezioni per alcuni ecclesiastici assai influenti come l’arcivescovo di Aix in Provenza, Vicedomino o Vicedomini, uno dei consiglieri di Carlo d’Angiò, Isembardo da Pecorara e soprattutto papa Gregorio X.

La caduta dei Pallavicini e l’ascesa dei Guelfi permisero di migliorare i rapporti tra Piacenza e la Chiesa, tanto che alla fine del XIII secolo si può ritenere non ci fossero più conflitti e contese tra la Chiesa e il Comune di Piacenza. I Guelfi non si rivelarono dei fervidi sostenitori della politica pontificia, poiché più occupati a curare i propri interessi che a vigilare sull’ufficio della Chiesa locale. Sicuramente l’eresia sarà stato uno dei problemi, che catturò l’attenzione del papato, ma la repressione è nulla se non può contare sull’appoggio delle autorità comunali, poiché l’inquisizione ecclesiastica agisce su piano regionale. Un ruolo centrale nella difesa dell’ortodossia fu assolto dagli ordini mendicanti, in particolare nella nostra città, la preminenza fu tenuta dai domenicani.

S. Barnaba: fondato nel 1229, secondo Poggiali,  assieme ad altri due monasteri uno intitolato a S. Maria e di Galilea e l’alto a S. Francesco ( poi a S. Chiara),  fuori porta S. Antonino, mentre Campi ne posticipa la fondazione al 1234. Beneficiò di numerose donazioni da alcune famiglie nobili piacentine, nel 1371, probabilmente per sottrarsi alle scorrerie di Bernabò Visconti, ottenne dal vescovo una sede più sicura entro le mura, presso la chiesa di S. Bartolomeo. Non è possibile ubicare con precisione il Convento, ma è verosimile ritenere che fosse situato nell’isolato compreso tra corso Vittorio Emanuele, stradone Farnese e le vie S. Franca e S. Siro.

S. Chiara: venne innalzato nel 1229 dai Francescani, ma abbandonato nel 1336, perché, essendo situato fuori dalle mura urbane, fu epigrafe santa maria-2esposto alle scorrerie delle truppe di passaggio. I conversi furono assegnati al convento di S. Francesco che mutò intitolazione in S. Chiara. La Chiesa, priva del Convento che si affacciava su piazza Plebiscito, è sede di parrocchia. 

Carmine: fondato nel 1334 sull’area di S. Maria della Iunione o Novella, prima residenza dei Carmelitani a Piacenza. Alcune tracce dell’antico edificio, un tempo erano visibile nel refettorio del convento. La Chiesa chiusa al culto nel 1800, fu trasformata in magazzino e oggi è stata recuperata come spazio polifunzionale. L’edificio si affaccia lungo via Borghetto all’angolo con vicolo Posta dei Cavalli.

S. Giovanni in Canale:  fu fondato nel 1221 dai Domenicani che nel 1253 entrarono in conflitto con i Crociferi della chiesa del Tempio. L’ordine fu costituito in città allo scopo di reprimere il dilagare dei movimenti eretici. Il Convento, oggi sede di parrocchia, è situato all’incrocio tra le vie Beverora e Croce, il toponimo ricorda una colonna sormontata da una croce collocata in occasione dell’Anno Santo 1950 in memoria dell’antica croce frutto della contesa tra Domenicani e Crociferi.

S. Lorenzo: già attivo all’inizio del 1300, era situato, secondo Campi, lungo corso Vittorio Emanuele, dove sarà edificata la chiesa di S. Alessandro, nel 1332 verrà riedificato nei pressi di Palazzo Landi, grazie alle donazioni ricevute dalla famiglia Landi e dagli Arcelli. Del nuovo convento, oggi si Conserva solo la Chiesa, che affaccia su vicolo del Consiglio; venne chiusa nel 1808, adibita a stalla, a locale notturno e a magazzino militare, dagli anni Ottanta è soggetta a periodici lavori di restauro e consolidamento.

S. Maria di Piazza (de Bigulis): l’antico complesso è probabilmente anteriore al XII secolo; verso la metà del XV secolo, il Comune per riedificarla, acquistò alcune case di proprietà dei conti Rossi, famose per essere dei bordelli, come è anche ricordato in un epigrafe esposta ai Museo Civico (Et ego quae fueram viciorum cellula foeda nomine mutato virgis aula vocor). Sorgeva all’incrocio tra le vie Mazzini e Cittadella, dove ancora oggi è possibile notare una piazzetta.  

S. Maria della Carità: è menzionato in un legato ricordato da Campi nel 1228, ma già citata in un rogito del  1138. Non è possibile stabilirne l’ubicazione a causa della scarsità delle fonti.

S. Maria di Gerusalemme: fu fondato nel 1237 da una comunità di suore Benedettine,  fuori da porta Corneliana. Il convento, a causa della pessima condotta delle suore, ebbe vita breve; nel 1256  le poche converse rimaste furono trasferite presso il monastero di S. Siro. I dati documentari non permettono di ubicarlo con precisione; secondo Siboni, doveva essere situato sullo Stradone Farnese vicino alle Teresiane.

S. Maria dell’Annunziata: tra gli ordini mendicanti cittadini si ricorda le agostiniane di Pavia, che nel 1433 edificarono il monastero di S. Maria dell’Annunziata nella parrocchia di S. Nazzaro e Celso di Strà Levata. Poggiali nel medesimo anno ricorda che la Chiesa venne fondata per volere di due nobildonne, rispettivamente vedove di Raffaele de Rizzoli e di Nicolò da Bobbiano. Mancano testimonianze sufficienti per ubicare con precisione il convento, ma Siboni lo situa nell’isolato compreso tra le vie Taverna, S. Bartolomeo, Campagna e Molineria S. Andrea. Probabilmente faceva parte del muro del convento la cortina che costeggia vicolo S. Andrea e il lato prospiciente in via Taverna, mentre la Chiesa doveva essere all’incrocio tra vie Taverna e S. Bartolomeo.

Valverde: fondato nel 1292 dalle suore agostiniane dette Canonichesse, la condotta delle suore non dovette essere impeccabile, poiché nel 1137 il vescovo Bernardo ritenne opportuno correggerne gli abusi. Nel 1367 Galeazzo Visconti cacciò le suore per costruire la cittadella di Strà Levata. Il vescovo le assegnò la piccola chiesa di

S. Andrea in Cavagnoli, posta nel vicolo retrostante il giardino di S. Maria in Gariverto. Nel 1430 vi entrarono le Benedettine e successivamente vi tornarono le agostiniane. Il convento, sorgeva all’incrocio tra via Taverna e vicolo Valverde che nel toponimo ne conserva memoria.   

I conventi menzionati sono solo alcuni di quelli effettivamente istituiti nella nostra città, ma testimoniano come fossero vitali, non solo in epoca Medievale, ma almeno fino all’inizio del Ottocento le comunità cenobitiche urbane. 

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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