Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

I mestieri di una volta: i "carbonèi"

I “carbonèi”, ovvero i rivenditori di carbone e legna all’ingrosso. Una categoria professionale che il progresso tecnologico degli impianti di riscaldamento ha fatto scomparire

Proseguiamo la  nostra carrellata sui vecchi mestieri scomparsi con i “carbonèi”, ovvero i rivenditori di carbone e legna all’ingrosso; una categoria che il progresso tecnologico caratterizzante gli impianti di riscaldamento, ne ha sancito la definitiva scomparsa. Era tuttavia presente ed abbastanza numerosa nella città con diverse rivendite.

Oggi stufe a legna e camini sovente sono solo un elegante completamento dell’arredamento all’interno delle abitazioni, accesi di quando in quando ed alimentati con la legna proveniente dalle nostre montagne. Ma fino agli anni ’50 in ogni abitazione erano praticamente l’unico strumento di riscaldamento come di cottura (stufe) per i cibi. carbuneiCurotti-2

Dunque nell’arco secolare che copre gli ultimi decenni dell’800, fino agli sgoccioli degli anni ’50, la categoria dei “carbunèi” era abbastanza numerosa. Gli operatori di questo duro e faticoso mestiere gestivano botteghe ubicate nei gangli logistici di quasi tutti i rioni e le contrade del baricentro e delle zone periferiche della città. Un’attività commerciale certo dignitosa, ma tutto sommato non molto proficua; si svolgeva in molti casi all’insegna della precarietà, trattandosi per così dire, di un mestiere “sporco”, considerato un po’ reietto perché tingeva di nero le mani ed il volto (e sovente purtroppo anche le vie respiratorie) di coloro che lo esercitavano nelle forme spicciole, quasi sempre in locali angusti, scarsamente illuminati, con i pavimenti di terra battuta, le pareti annerite anch’esse dal pulviscolo di carbone.

Agli angoli erano ammucchiati quintali di combustibile: coke e antracite, cataste di legna in specifiche pezzature, fascine, ceste (sgèral) ripiene di carbonella o di altri combustibili artificiali, i cosiddetti “salamini” che in dialetto si appellavano pòtt; si bruciavano di solito nei tipici bracieri e scaldini di rame in uso fin dall’epoca delle bisnonne.

Le braci della carbonella, riposte in speciali scaldini di rame o di ferro, di forma rotonda o schiacciata, venivano a loro volta collocati nel trabiccolo di legno di struttura piuttosto grottesca, con al centro due sottili piastre metalliche che impedivano il contatto diretto con il legno che in dialetto si chiamava prèt ( se ne può notare uno in primo piano nella foto di in un povero mercato di tanti anni fa in Piazza Duomo) e si collocavano sotto le coperte e lenzuola da cui sprigionavano un gradevole tepore nelle nottate gelide degli inverni di una volta, quando dalle grondaie dei tetti pendevano i “candlòt” di ghiaccio e sui vetri (sottili) delle finestre il gelo ricamava arabeschi fantasticamente cristallizzati dalla brina.

Spesso il carbonèi svolgeva servizio a domicilio, trasportando con il carretto a mano sacchi carbone o carichi di legna sistemata in grosse ceste. Così doveva completare il trasporto portandosi sacchi e cesti sulle spalle, salendo talvolta scale scomode per raggiungere gli ultimi piani delle abitazioni o scendendo nelle cantine a depositare il combustibile, anche quello che serviva le caldaie collegate agli impianti delle poche abitazioni in cui erano istallati i termosifoni completi, in cucina, di scaldavivande.

Più spesso invece, specie nelle bottegucce dei carbonai situate nelle strade e nei vicoli dei rioni più “bassi” o più poveri, erano gli stessi clienti che si recavano per gli acquisiti al piccolo dettaglio. Allora il carbone di maggior consumo era il coke, piuttosto costoso. Lo si utilizzava con accurata parsimonia disponendolo a pezzettini in minuscole stufette di ghisa a forma di ghisa dette “pipèi” che erano pure in ferro, ma alimentati a legna.

La classica figura del carbunèi è un’immagine da album dei ricordi, come quella degli spazzacamini di cui abbiamo già trattato. A Piacenza gli ultimi epigoni della folta categoria, i “sopravvissuti” all’ondata demolitrice del progresso tecnologico nel riscaldamento furono tre: il cav. Quadrelli con deposito in via Buffalari, Marcotti in vicolo S.Paolo, Valdatta di via S. Stefano.

Andando a ritroso nel tempo, tra i più noti si ricordano i Curotti la cui attività familiare iniziò nel 1895 con negozio situato in via Sopramuro  prospiciente il secolare Oratorio di S. Giorgino, sede dell’omonima confraternita. Con l’ausilio dei figli vennero aperte sedi dei Curotti in via Giordani, in Cantone Coglialegna, all’angolo di Cantone Asse.

Per completare la panoramica, sfogliando alcune vecchie guide commerciali cittadine o “Indicatori” come pure si appellavano, citiamo i nomi di altri dettaglianti che popolarono la vecchia Piacenza, alcuni protagonisti del costume contradaiolo. Guglieri di via Voghera, Galli detto “Mèmo” in via Borghetto, le sorelle Galli di via Gazzola, Maccagni in via Cantarana, Prazzoli in via Genocchi, Gabbiani in via X Giugno, Carisetti in via Trebbiola, Biolchi nei Chiostri del Duomo, Fariselli in via G. Landi, Moia in vicolo Pavone, Capelli in via Capra, Croce a Barriera Genova, Braga in Cantone del Ghiaccio, Mazzoni in via Posta dei Cavalli, la signora Tranquilla in Cantone Asse, Puppo in Molini degli Orti e Fariselli in via Millo. Una diffusione capillare indispensabile per riscaldare la città.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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