Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

I mestieri umili dei nostri progenitori: i brintùr, gli ombrellai, e la mitica “tiramolla” ‘d Tognòt

Ulteriore puntata sui mestieri umili dei nostri progenitori con altre attività, tra cui i brintùr (ovvero coloro che trasportavano vino), gli aggiustatori di ombrelli ed i confezionatori di tiramolla di cui il “re indiscusso” era “Tognòt” figura tipica di tutte le fiere e le manifestazioni stracittadine, simbolo pittoresco della ghiottoneria infantile di molte generazioni

L'ombrellaio

Ulteriore puntata sui mestieri umili dei nostri progenitori con altre attività, tra cui i brintùr (ovvero coloro che trasportavano vino), gli aggiustatori di ombrelli ed i confezionatori di tiramolla di cui il “re indiscusso” era “Tognòt” figura tipica di tutte le fiere e le manifestazioni stracittadine, simbolo pittoresco della ghiottoneria infantile di molte generazioni.


I brintùr, in ultima analisi, erano facchini addetti al trasporto a domicilio dei clienti di notevoli provviste di vino. Uomini di solito alti, attempati, con casacca scura e berretto nero senza visiera in testa, infilando le braccia in due corregge, portavano la “brèinta", un capace recipiente di legno di 50 litri dall’apertura ovale, dal negozio di vendita alla cantina del cliente. Qui, mediante un imbuto versavano il vino nella botte di cui poi sistemavano il cocchiume (tappo di sughero o legno) con ritmici colpi di mazzapicchio. Così per giorni, mesi, anni interi, arrotondavano il povero salario con le mance che percepivano dalla stessa clientela. 


L’uso di acquistare vino imbottigliato, in fiaschi e damigiane, ha determinato la scomparsa di questo tipico mestierante un tempo abituale per le vie di Piacenza, specie nella stagione della vendemmia e nei mesi successivi. Il ricordo della brèinta lo avevamo citato “nel dizionario dei bevitori” di Ettore De Giovanni, ricordavamo che all’osteria, qualche spaccone molto assetato chiedeva per celia all’oste di servirgli una brèinta di vino...

E oggi chi aggiusta più ombrelli? Quando è rotto, si butta, ma quando non si parlava ancora di consumismo, nulla si gettava e tutto si riutilizzava. Così c’era chi riparava gli ombrelli. Si piazzavano agli incroci delle strade più battute con il loro armamentario, riparando i parapioggia sotto gli occhi dei passanti. Questi artefici dell’austerità anticonsumistica, non erano tutti piacentini. Uno dei luoghi più noti in cui impiantavano la loro “bottega” e quindi quasi sempre reperibili dai clienti, era all’angolo tra via Legnano e Piazza Duomo.

La tiramolla era invece un impasto agro-dolce, dall’aroma eccitante, quasi esotico, che veniva trasformato, dopo apposita tostatura, sotto gli occhi dei passanti che sembravano stupiti di come quella densa pasta d’oro brunito, in un laborioso trattamento di sfilatura e sovrapposizioni alternate su un apposito supporto metallico di forma concava. Tra i più popolari manipolatori di tiramolla fu vivo per molti anni il ricordo di “Tognòt", onnipresente in tutte le fiere e manifestazioni cittadine, specie quella popolarissima di via Campagna. Per spiegare la notorietà goduta da Tognòt nella vecchia Piacenza, bisogna far capire quale genere di ghiottoneria rappresentasse la tiramolla confezionata con rustica magia da quel famoso incantatore di palati infantili. Una pasta molliccia dallo stuzzicante sapore agro-dolce, di colore dorato, il cui aroma quasi esotico faceva venire l’acquolina in bocca allo stuolo dei bambini assiepati come le api attorno al nettare prodotto dal nostrano bancarellaio che all’anagrafe si chiamava Luigi Carovilli. 

Una delizia da lui elaborata con spettacolarità di modi e di gesti, conformemente alle regole vigenti nel piccolo mondo di dolciumi e balocchi delle antiche fiere. Dunque non era soltanto la rusticana chicca ad eccitare la golosità, ma piuttosto le pittoresche “performance” di questo impareggiabile attore della fiera contradaiola. La sua “recita” iniziava con il pentolino collocato sull’apposito fornelletto con il carbone a legna; in quel recipiente di rame veniva fatto bollire, con sordi borbottii, lo strano, scuro, denso miscuglio, i cui ingredienti, sicuramente genuini ma all’apparenza quasi “stregonici” , erano scritti nella ricetta della “casa Tognòt”, avuta in retaggio, tra il 1927-28 da un certo “Garòta” la cui attività di “tiramollaio” risaliva alle fiere ottocentesche. I tempi di bollitura sembravano sincronizzati sull’attesa fremente, con Tognòt che fingeva di sputarsi sulle mani quasi a lubrificarle per la lavorazione, con a fianco la moglie Luisa che teneva garbatamente a distanza lo stuolo dei ragazzini.

I momenti di maggior tensione iniziavano quando versava la pasta appiccicosa sul ripiano di marmo, rimescolandola con una spatola speciale finché si fosse amalgamata, rassodata e raffreddata al punto giusto, quindi la raccoglieva in un malloppo a forma di pagnotta che arrotolava su un gancio di ottone forcuto, dando avvio alle manovre circolari di braccia e mani, pressappoco come avveniva in certe fasi di filatura casalinga della lana e del lino attorno agli antichi arcolai. A forza di manipolarla in avvolgimenti ritmati (“tiratura e mollatura”), la densa matassa pastosa cambiava colore, passando dalla tinta di sigaro toscano, dal marrone caramella al latte. Il processo di scoloritura variava man mano che Tognòt stiracchiava i bandoli della pasta la quale si schiariva a vista d’occhio, dal giallo marroncino, al biondiccio, fino alla luminosità d’oro zecchino. A quel punto la metteva sul tagliere e con un coltello ne tagliava delle stecchine, avvolgendole in appositi cartocci per la vendita.


Tognòt scomparve nel 1949 e sparito lui finì un mito; una fiera senza di lui era, si disse, come un’osteria senza vino. Addio al mago dei palati infantili, addio ai filoni di pasta che dieci, venti, trenta manine si protendevano a reclamare avvolta nel suo cartoccio ancora calda. E come il marmo era sgombro Tognot ricominciava, perché in una giornata i clienti erano sempre tanti. Il pittore Ricchetti che amava Piacenza e probabilmente, da bambino anche la rusticana chicca, ne schizzò un’emblematica vignetta.  Mitica tiramolla, bon bon di intere generazioni, addio. Tanto oggi, con i cogenti vincoli di igiene, nessuno potrebbe rimettersi a farla all’aperto, pena l’immediato sequestro della merce. Altri tempi...

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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