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Giovedì, 19 Maggio 2022

I mestieri umili dei nostri progenitori: i “muletta” e i “strasèi”

Proseguiamo la carrellata sui vecchi mestieri scomparsi con quelli dell’arrotino, ovvero il “muletta”, il pianellaio ed il ferrivecchi o straccivendolo (strasèi). In un mondo dove tutto si butta, un sano insegnamento di economia del risparmio e del riutilizzo

Proseguiamo la carrellata sui vecchi mestieri scomparsi con quelli dell’arrotino, ovvero il “muletta” (la e vorrebbe la dieresi), il pianellaio ed il ferrivecchi o straccivendolo (strasèi). In un mondo dove tutto si butta, un sano insegnamento di economia del risparmio e del riutilizzo.

Ad onor del vero la prima attività, quella dell’affilatura, si esercita ancora in qualche negozio che vende coltelli, ma l’immagine tradizionale, ormai del tutto scomparsa, è quella del “muletta” con bottega all’aperto (carrettino o bicicletta). La Piacenza popolaresca intanto può vantare un illustre rappresentante di questo mestiere; ne abbiamo già trattato, ma per altro argomento: i folli Carnevali di una volta. Era l’arrotino Enrico Loranzi, storica e leggendaria figura del più famoso “Vigiòn” piacentino. molota2-2

L’arrotino tradizionale girava per le strade con un tipico carrettino (o con una bicicletta modificata ed appositamente attrezzata) ad una ruota che, azionata con uno speciale congegno a pedale, tramite catena di trasmissione, faceva girare la mola.

Più che un carrettino, quello dell’antico muletta era un trabiccolo abbastanza macchinoso, quasi barocco. Era un marchingegno azionato da pedali che facevano muovere la ruota in pietra sovrastata da un contenitore di acqua per raffreddare i metalli. Con questo strumento che richiedeva abilità e perizia, si affilavano ogni genere di strumenti ed attrezzi da taglio, forbici e coltelli.

Giravano la città, soprattutto le zone più popolari. In Borghetto, per esempio, ma anche in S. Agnese, si collocavano vicino ai pumpèi (fontanella), attorniato da donne e bambini; cantava e gridava il suo richiamo in base alla zona di provenienza.

Il pianellaio percorreva la città, specialmente le vie più povere, recando infilata nel braccio una larga e piatta cesta ricolma di pantofole, ciabatte e stivali venduti ai meno abbienti dato il loro prezzo modesto. Il suo caratteristico cantilenato era “Pianelle, pianelline, pantofole a buon prezzo. Stivali e stivalini. E’ qui quel delle pianelle”.

Chiudiamo con il ferrivecchi o “strasèi” che dir si voglia, alcuni dei quali, prima e durante la seconda guerra mondiale, fecero affari d’oro con centri importanti di materiali di scarto. Nella memoria dei più anziani il famoso Zèti  (Dante Migli) prima in Borghetto poi in via Trento, un vero e proprio filantropo dal cuore d’oro, sempre pronto ad aiutare gli abitanti delle vie dove risiedette.

Piacenza ebbe una lunga tradizione di personaggi popolani, veri e propri “casati” di cenciaioli che si tramandarono il mestiere di raccattare, oltre agli stracci, rottami di ferro, carta straccia, aggeggi di metallo disusati o inservibili. Ma Migli che impiantò un grosso centro di raccolta, fece una cospicua fortuna soprattutto con i residuati bellici, specie bossoli di ottone e spolette di rame, dagli stabilimenti militari e dalle polveriere. E quanti ragazzini raccattavano dai vicini e poi portavano vecchi giornali e riviste per ottenere qualche moneta per un gelato o un dolce!

Questa attività fiorì a Piacenza negli anni Trenta e nel periodo delle sanzioni economiche comminate dalla Società delle nazioni al regime fascista come risposta all'attacco contro l'Etiopia. Il loro ruolo ebbe risvolti di particolare utilità sociale in quanto il recupero dei cascami tessili, delle ferraglie, della cartaccia, dei cocci di vetro ecc, contribuì al riciclaggio di tali materiali nei rispettivi settori industriali imperniati sul modello autarchico. 

Altri ben più modesti “strasèi” prima e durante la seconda guerra mondiale seppero organizzarsi insediando grossi centri di raccolta all’ingrosso dei materiali di scarto ed alcuni di loro fecero affari d’oro. pianellaio1-2

Ma la figura del vecchio cenciaiolo di stampo ottocentesco che trascinava il carretto sgangherato passando di borgata in borgata al grido di “stracci donne, strasèi, ferro, bottiglie, carta” sopravvisse in una tipica dimensione sottoproletaria; vivevano alla giornata acquistando i cascami poveri  del consumismo urbano un tanto al chilo, con l’ausilio della bilancia a piatto o della bascula.

Figure che non rivedremo dunque più come ai tempi dell’autarchia fascista e del pauperismo dell’età dei bisnonni. L’ultima è catturata in una suggestiva e quasi commovente immagine di uno di questi, mentre transita con il suo povero carretto in una delle vie del commercio per eccellenza nella nostra città, via Calzolai.

         

I mestieri umili dei nostri progenitori: i “muletta” e i “strasèi”

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