Piacenza, una storia per volta

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I monasteri urbani piacentini: la crisi del ‘300

San Sisto

Proseguiamo con l’elenco dei monasteri urbani piacentini che ci ha proposto il dottor Luca Incerti, lista che abbiamo dovuto proporre in due puntate considerato il loro numero elevato, anche se, come si può evincere dal testo, nel 1300 si verifica una crisi del monachesimo che interessa anche la nostra città.

  • S. Maria del Tempio: innalzato nel 1127 per ospitare i Cavalieri Templari,  che presto entrarono in conflittualità con i padri di S. Giovanni; così furono collocate tre colonne in pietra sormontate da una croce per delimitarne i confini. Nel 1310 nel San Giovanni in Canale-2concilio di Ravenna si sentenziò la soppressione dell’ordine templare e la confisca dei loro beni ed il monastero piacentino venne assegnato ai padri di San Giovanni in Canale. Nel 1810 anche il convento di S, Giovanni venne soppresso, la chiesa fu trasformata in abitazione, mentre il chiostro, pesantemente danneggiato durante i bombardamenti di viale Malta, venne abbandonato e scomparve definitivamente. Il complesso monastico aveva fronte su piazzetta Tempio, che ne conserva, almeno nella toponomastica, il ricordo.     
  • S. Margherita: fondato da S. Liberata è menzionato da Campi nel 1167, ma ampliamente descritto nel 1236. L’antica chiesa, riscoperta negli anni Ottanta è stata restaurata con i contributi della Cassa di Risparmio. L’edificio sacro, che si affaccia sul’omonima vicolo, venne definitivamente chiuso negli 1850 e adibito a laboratorio.
  • S. Siro: fondato, secondo la tradizione storiografica, nel 555 vicino alla cattedrale, nel 1056, il vescovo Dionigi lo assegnò San Savino-2ad una comunità di donne che lo riedificarono; è menzionato in numerosi privilegi. Il monastero, demolito alla fine dell’Ottocento per far posto alla scuola elementare Giordani e successivamente alla galleria Ricci Oddi, era situato all’incrocio tra le vie S. Siro e Giordani. Oggi se ne conservano alcune tracce murarie negli scantinati della Galleria Ricci Oddi.
  • S. Savino: Il monastero, edificato alle Mose per volere del vescovo Savino e intitolato ai Dodici Apostoli, fu distrutto dagli Ungari nell’899. La ricostruzione inizia nel 903 per volere del vescovo Everardo, ma per maggior sicurezza, venne trasferito nei pressi delle mura urbane. Il monastero sarà riedificato nel 1058 e consacrato nel 1107 dal vescovo Aldo. La chiesa coincide con l’attuale parrocchia.
  •  S. Sisto: fondato dalla regina Angilberga nel 852, è distrutto dagli Ungari nel 924 e le monache successivamente saranno cacciate per cattiva condotta da papa Callisto. L’importanza del monastero è ribadita da numerosi privilegi e scritture private,  Il monastero è situato in capo alla via omonima, che ora collega la chiesa a via Borghetto.
  • S. Raimondo: fondato introno al 1170 da Alberto Moroni, venne affidato agli agostiniani, nel Quattrocento  alle monache di S. Maria di Nazaret e successivamente alle Cassinesi. Il monastero ubicato all’incrocio tra corso Vittorio Emanuele e lo San Raimondo-4Stradone Farnese, fu parzialmente demolito nel 1960 per lasciare il posto ad alcuni palazzi. 
  • S. Salvatore: fu fondato intorno all’802, successivamente venne secolarizzata, chiusa nel 1868 e trasformata in magazzino militare,venne demolita nel luglio del 1923; l’edificio si apriva in piazzale Roma alla confluenza delle vie Roma e Scalabrini.
  • S. Sepolcro: seconda la tradizione fu fondato nell’858 dal vescovo Podone o nell’938 da Guido, caduto in rovina, sarà riedificato per volere di due benefattori nel 1058. L’edificio è ubicato all’angolo tra le vie S. Nazzaro e Campagna, infatti il titolo della chiesa indicava anche il toponimo del tratto di via Campagna compresa tra la facciata di S. Sepolcro e via S. Giuseppe, una strada ora inglobata nell’ospedale civile.
  • S. Tommaso: fondato nel 743 per volere del vescovo Tommaseo, già nel 865 aveva perso la sua funzione perché si ricorda officiato da prete Predeo. Nel 1564, Locati lo menziona tra le chiese sotto il patronato degli Arcelli, i quali si riservano il privilegio di nominarne il rettore. Nel 1872 venne chiusa e utilizzata come laboratorio e magazzino, attualmente è inglobata dall’Istituto d’Arte Gazzola, è situata all’incrocio delle vie Gazzola e S. Tommaso.
  • S. Trinità : il monastero benedettino della Santissima Trinità fu fondato presumibilmente intorno al Mille, nel 1482 subentrano i ministri di S. Francesco di Paola, che lo ricostruiscono a partire dal 1587. L’edificio sacro, non più ufficiato, ma tuttora esistente è sito all’angolo tra le vie Genocchi e X Giugno.

Il Trecento, va ritenuto un periodo di crisi del monachesimo. Papi e Vescovi in concomitanza con l’epidemia di peste e lo scisma, San Sepolcro-4tentarono di rivitalizzare l’Ordine, attraverso l’opera delle congregazioni dei Certosini e degli Olivetani. La crisi del monachesimo interessa anche Piacenza, come emerge nei documenti di S. Sepolcro. Secondo mons. Ponzini i motivi della decadenza sono molteplici: una profonda crisi religiosa, l’indebolirsi dell’osservanza delle prescrizioni benedettine, l’ingerenza delle famiglie nobili e il ridursi del numero dei consacrati.

  • S. Caterina: fondato tra il 1229 e il 1234, beneficiò di numerosi lasciti, ancora attivo, secondo Campi, all’inizio del Quattrocento, doveva sorgere all’incrocio dello Stradone Farnese con via Giordani.
  • S. Girolamo: E’ menzionato da Campi nel 1433, venne affidato alle Cassinesi che la tennero fino alla soppressione nel 1810. Il monastero e la chiesa furono restaurati nel 1843, nel 1844 vi furono introdotte le figlie del Sacro Cuore di Gesù e nel 1952 affidate alle suore del Buon Pastore.  Il complesso monastico è ubicato in via Mazzini nei pressi di via S. Margherita.
  • S. Maria della Neve: citata in un rogito del 1233, è stata fondato o rifondato, secondo Campi nel 1390, da Leon Anguissola. Il monastero venne soppresso nel 1810 e la chiesa subì numerose trasformazioni che ne deturparono l’aspetto antico, mentre il chiostro, tuttora esistente, venne da prima trasformato in caserma, successivamente in residenza per gli sfollati di guerra e solo recentemente restaurato e assegnato al Politecnico di Milano. L’edificio è situato lungo via Scalabrini, tra le vie Confalonieri e Neve. Quest’ultima prende nome dal monastero, che affacciava sull’ultimo tratto della via; ne resta testimonianza nei due pilastri là visibili.
  • S. Maria di Galilea:  Questo monastero cistercense, venne edificato nel 1229 per volere di Giovanni Liutargo e di alcuni nobili piacentini fuori porta Strà Alvata. Esposto a saccheggi, il vescovo Pietro ne ebbe compassione e consentì il trasferimento presso l’ospedale di S. Matteo; nel 1292 con la soppressione dell’annesso ospedale, i religiosi furono ospitati in S. Raimondo. Il monastero doveva essere ubicato nel tratto terminale di via Taverna.
  • S. Maria di Nazaret: è una delle tre abbazie cistercensi fondate nel 1229 (il Terzo Passo, Santa Maria di Galliela), beneficiò della donazione della nobildonna Luigia, vedova di Opizio Roffi da Viustiano, Il monastero, situato fuori da porta S. Raimondo, fu vittima di numerose scorrerie, tanto che il pontefice nel 1420 ne decise il trasferimento presso il convento di S. Maria degli Apostoli. L’immobile, secondo Siboni, doveva essere sito all’angolo tra viale Palmerio e piazzale Genova, nell’area dove oggi si vede l’ex. Ospedale Militare.  

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (2)

  • i monasteri urbani piacentini mi sembra che abbiano quasi tutti fatto una brutta fine. D’altra parte una simile concentrazione di monasteri in città mi aveva francamente molto stupito, perché a me i monasteri avevano sempre richiamato alla mente dei luoghi solitari, quasi da eremiti

  • Interessante. Il monachesimo iniziò in Italia con l'arrivo dei Monaci della Tebaide d'Egitto, dediti alla preghiera ed al lavoro, es. S. Ampelio (Bordighera) era un fabbro. S. Petronio era un monaco vissuto a Lerino (Provenza) dov'era un monastero egiziano.

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